AGRICOLTURA – L’agricoltura è poco compatibile con l’economia tradizionale della Mongolia, basata sull’allevamento itinerante, né con la morfologia del terreno. Essa si svilupperà solo quando la tecnologia permetterà di sfruttare le terre coltivabili dove il clima non è estremo. Allora gli addetti dovranno fermarsi, cambiando radicalmente le abitudini di vita e l’aspetto del Paese.
AIMAG – le 20 province della Mongolia (più la municipalità di UB) corrispondono alle ns regioni.
AIRAG – bevanda dissetante e nutriente, prodotta latte di giumenta per fermentazione alcolica.
AM – Gola / Canyon
ANIMALI – un ottimo motivo per visitare la Mongolia, che non presenta certamente il fascino dei big five africani ma soddisfa i naturalisti con le numerose specie asiatiche e le specie endemiche, in particolare uccelli di ogni dimensione dal COLIBRI’ a diversi rapaci (AQUILA, AVVOLTOIO).
BAYANZAG – si tratta della località dove da quasi 100 anni vengono annualmente portati alla luce resti di dinosauri, animali e uova di uccelli preistorici. Furono ritrovati dapprima dalla missione di Roy Chapman Andrews, poi da missioni anglo americane e recentemente anche da Giancarlo Ligabue, mio illustre concittadino veneziano (i suoi ritrovamenti sono ora stabilmente ospitati al Museo di Storia Naturale di Venezia). Questo luogo è noto anche come “vette infuocate” perché, alla luce del tramonto, le rocce si accendono di fantastici colori tra il giallo e il rosso.
BURIATI – gruppo etnico abitante nel nord del Pese (Khenti, Dornod).
CAPRA, CAMMELLO, CAVALLO – tre dei sei animali allevati dai mongoli.

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CHULUT – è la gola del fiume omonimo, situata in una valle dove piccoli accampamenti si susseguono a boschi e colline. Sopra di noi volteggiano falchi e aquile, le vere regine della zona.
CONTORSIONISMO – questa pratica a corpo libero oggi è soprattutto una disciplina sportiva ma, come le altre discipline mongole, nasce dalla passata tradizione di un popolo guerriero che veniva addestrato, sin dai primi anni di vita, a cavalcare senza sella ed essere pronto a combattere, a piegarsi su un fianco del cavallo per tirare frecce contro il nemico e anche a scagliarsi contro lo stesso a corpo libero. Ne abbiamo visto ben due esibizioni, bellissime.
DANZAN RAVJAA – il maestro buddista, eremita, medico, poeta, scrittore di testi teatrali e opere musicali vissuto nel XIX secolo, è il protagonista indiscusso e controverso della città. Era senza dubbio un genio e un mecenate, 200 anni fa favorì l’inserimento sociale e culturale dei più poveri, andò nei villaggi per diffondere l’educazione, fece costruire un teatro e una biblioteca. Oggi Danzan Ravjaa è tra i principali artefici della fortuna di Sainshand, attira pellegrini e curiosi da tutta la nazione e dall’estero in un delirio collettivo che pesca nel fascino dell’eremita, del pastore spirituale, del trascinatore del popolo, della vittima sacrificale di un sistema. Sono contenta di avere visto la sua città, il monastero, il museo a lui dedicato, mi sono divertita in queste 48h di permanenza. Ma per tutto il tempo ho provato un solo sentimento dominante: essere come da Padre Pio, in mezzo a un’enorme macchina commerciale – spirituale, costruita per attirare le persone in un luogo remoto e isolato sulla base di testimonianze storiche arricchite di aneddoti difficilmente dimostrabili.
DEL – abito elegante con giacca o casacca, dai colori sgargianti a volte ornato da pizzi e merletti, che i Mongoli indossano con orgoglio anche nelle attività quotidiane. Ne abbiamo visti tantissimi al Nadaam Festival. Per essere “très chic” andrebbe indossato con gli stivali tradizionali mongoli, in pelle naturale e con striscioline di pelle colorata laterali, ma li ho provati a UB: sono scomodi, durissimi e addirittura non hanno distinzione tra piede sx e dx!!
DESERTO – pensavo che Sahara e deserto fossero sinonimi invece il GOBI, almeno quello che ho visto io, è un deserto ben più duro e inospitale. Accanto all’incredibile varietà e fascino del paesaggio vi è un’oggettiva scarsità d’acqua che rende questa terra davvero difficile. Nel Gobi ogni giorno animali, piante e uomini lottano per la vita, un inconveniente o un problema di salute possono tradursi in un pericolo reale. Scordatevi le dune, qui presenti solo nel 3% del territorio.
ELS – le dune si trovano in varie aree, noi siamo saliti sulle piccole Mongol Els presso Khognokhaan, e naturalmente nel Gobi. Le splendide dune di Khongor si estendono per ben 180 km, sono emozionanti da scalare anche per sentire il vento che le fa vibrare o, come si dice, cantare.
ERDENE ZUU – vi si ammira il monastero di Gimpil Darjalaan, nel XIX secolo esso ospitava 500 monaci, che solo per miracolo scamparono ad epurazioni e distruzione in quanto riuscirono a spacciare il tempio per un magazzino e luogo di mercato. Al prezzo di qualche sacrificio per loro e per la comunità, coprendo e nascondendo le immagini sacre, sopravvissero senza grossi traumi sino alla cacciata dei russi.
FELTRO – prodotto dalla lana grezza, il feltro si trova tal quale o lavorato in numerosi manufatti di uso comune nonché in prodotti dell’artigianato mongolo. La lana stirata a mano dopo la tosatura è arrotolata intorno a una grossa barra di legno, e legata con un cavo al dorso di un cavallo. Questo, lanciato in una corsa su un piano erboso, ne produce lo stiramento e appiattimento sino ad avere rapidamente una sottile fascia di feltro naturale lunga alcuni metri. Con questo si rivestono le pareti delle gher, ma vi si possono anche produrre caldissimi capi d’abbigliamento (es. giacche, guanti, pantofole), oggetti e souvenir di ogni forma, colore e dimensione.
GENGIS KHAN – Temujin nasce nel 1162, a fronte di problemi e drammi personali come il rapimento della moglie attua una strategia spietata, con l’eliminazione dei capi clan e l’incorporamento dei territori conquistati. Le persone che gli si arrendono sono sottomesse ma mantengono ampia libertà di culto, di lavoro e sostanzialmente sono rese partecipi della crescita dell’impero. Questo nella sua massima espansione occupa un territorio che va dall’Europa centrale all’India, ma non durerà a causa delle lotte intestine scoppiate subito dopo la morte di Gengis Khan.
GHER – la tenda mongola, le ho dedicato un intero paragrafo.
GOBI – vedere DESERTO
GUANZ – la “bettola” con la funzione delle nostre trattorie per camionisti lungo le strade.
HOTEL – provati solo a UB con sistemazioni più che buone ma, francamente, meglio la gher. Chi ha provato hotel fuori città, es. negli Altai, non si è trovato molto bene, in attesa che le infrastrutture mongole vengano allineate ai ns standard.
IKH – Grande
KAZAKI – la minoranza etnica della Mongolia occidentale, dal fisico alto e slanciato, volto e occhi più chiari dei Mongoli delle steppe.
KHAAN – imperatore.
KHALKHA – il gruppo etnico dominante della Mongolia.
KHAMRIIN KHIID – il complesso di templi, grotte e montagne ruota attorno al mito di Danzan Ravja, poeta, medico, autore teatrale che con le sue opere, sagge ma a volte farneticanti, ha segnato la cultura mongola degli ultimi 200 anni. I lunghi digiuni, suoi e dei numerosi adepti, sfociavano nel misticismo e nell’estasi da cui hanno tratto origine le manifestazioni artistiche. Anche se la visita al sito permette di apprezzarne la pulizia e la modernità (quasi tutti gli edifici hanno 20 anni o poco più) bisogna avere fantasia e fede per coglierne gli aspetti spirituali anche perché, ribadisco, vi si giunge dopo un viaggio lunghissimo. Fortunatamente il sito è collocato in un setting spettacolare, noi abbiamo goduto al meglio del clima desertico, con un bel caldo secco e un cielo blu, spruzzato qua e là da qualche innocua nuvoletta. A 23 km di distanza il monte Bayanzurkh ospita, secondo la leggenda, lo spirito del predecessore di Danzan Ravja. Si può visitare seguendo il rituale, esprimendo tre desideri per poi liberarsi dei cattivi pensieri.
KHARKHORIN – quella che era Kharkhorin, l’antica capitale mongola, oggiè un grosso villaggio cresciuto a casaccio nella steppa, in anarchia e trascuratezza nonostante sia capoluogo di aimag. Ci fermiamo per il minimo tempo necessario ad andare in banca, fare il pieno di carburante, acquistare provviste. Visitiamo Erdene Zuu, monastero ottimamente conservato.
KHARBALGAS – era prima dell’anno 1000 la capitale degli Uiguri, lo stesso popolo forte e combattivo oggi relegato in una piccola provincia della Cina occidentale e abbastanza arrabbiato da ribellarsi periodicamente contro lo sfruttamento del proprio territorio, ricchissimo di risorse e corridoio naturale per il trasporto di fonti energetiche verso Russia ed Europa. Peccato che i cinesi abbiano finora represso nel sangue le spinte indipendentiste degli Uiguri, nel silenzio pressoché generale dell’Occidente. Oggi non esiste alcun paese abitato riconducibile all’antica Kharbalgas e per arrivare alle rovine è necessario percorrere per 2h una brutta pista finché riconosciamo dei muri cadenti che descrivono grosso modo una cinta muraria, nulla più.
KHIID – monastero. Sono luoghi di culto dalla storia travagliata e quasi sempre, oggi, ricostruiti (GANDAN, ONGHIIN, ERDENE ZUU, TOVKHON, GIMPIL DARJAN, KHAMRIIN).
KHORGO – è il vulcano con un piccolo cratere, posto a 2.200 m slm, che si raggiunge con una facile salita di mezz’ora. Inattivo da 7.000 anni, qui si dice che con l’ultima eruzione abbia dato origine a tutti i venti della terra. L’ambiente naturale circostante è particolare, tra boschi di conifere, centinaia di fiori colorati e in lontananza il lago Terkhiin Tsagaan Nuur.
KUBLAI KHAN – nipote di Gengis Khan, andò al potere in un regno ormai suddiviso tra diversi piccoli dominatori. Impossibilitato a dare un tono unitario al territorio mongolo vi mantenne un dominio poco più che formale, cercò l’espansione verso sud (nell’odierna Cina) ma il suo successo fu temporaneo e meno di 100 anni dopo i cinesi premevani alle porte della steppa.
LANA – Cammello, Kashmir, Yak, non potrei chiedere di più per scegliere un capo o un accessorio da sfoggiare nel prossimo freddo inverno. La lana dei capi allevati in Mongolia è davvero superiore, con le rigidissime temperature invernali gli animali sviluppano un mantello finissimo, che persino i migliori stilisti italiani vengono ad acquistare qui (dove i fili di lana sono più lunghi e fini), oltre che in Cina (dove la materia prima è più scadente ma ha un migliore rapporto qualità/ prezzo).
MONGOL RALLY – la corsa non competitiva che, dal 1994, percorre dall’Europa centrale strade diverse sino alle steppe asiatiche lungo un percorso libero e non assistito, per giungere a UB e donare l’automobile in beneficenza. Naturalmente non si tratta di grossi Suv ma di piccole utilitarie.
NADAAM – la festa nazionale a cui ho dedicato un intero paragrafo.
NUUR – lago.
ORKHON – con un salto di oltre 20m questa è per i canoni mongoli una cascata altissima, che visitiamo nella sua massima pienezza a fronte dello scioglimento delle nevi, mentre a fine estate sarà ridotta a un rigagnolo. Il suo fascino sta nella bella valle in cui è collocata e nella possibilità di trascorrervi la nottata, accampandosi sul prato circostante.
OVOO – cumulo di sassi con funzione votiva, spesso adorno di sciarpe votive blu, paragonabile alle ns croci. Lungo la strada se ne trovano spesso, è usanza girarci intorno lentamente tre volte, pregando e appoggiandovi a ns turno altre pietre raccolte da terra. Vi si possono lasciare offerte simboliche, come una bottiglia vuota di vodka, o denaro (le banconote restano appoggiate intorno al cumulo e nessuno le tocca)
PECORA – uno dei sei animali allevati dai mongoli
PELLE – gli animali allevati dai Mongoli sono una fonte inesauribile di risorse, da vivi forniscono latte, lana, combustibile e sono un mezzo di trasporto formidabile; da macellati danno carne e pelle.
PESCE – di lago o di fiume, abbondano almeno finché le acque non saranno inquinate, è come se fossero specie protette in quanto i Mongoli non considerano i pesci un alimento degno dei guerrieri. Il taimen ne è il rappresentante più grosso, assomiglia al salmone.
SAINSHAND (SHAMBALLA) – che posto strano! Ci vogliono 11h di treno per arrivarci da UB e, forse perché siamo a pochi km dal confine cinese, tutto è più pulito, ordinato e moderno. Il museo dedicato all’eroe Danzan Ravja attrae turisti e devoti da tutto il paese.
SOYOMBO – il simbolo nazionale della bandiera mongola, introdotto da Zanabazar. Suddiviso in varie parti che individuano fuoco, sole, luna e una punta di freccia, rappresenta valori di stabilità, libertà, indipendenza, protezione, con l’equilibrio dello yin-yang al centro.
SUM – distretto, i distretti (spesso agglomerati di poche case) formano le aimag (province).
TAIKHAR – la roccia scura alta 22m che si erge solitaria nella piana di Ikh Tamir è talmente surreale che è comprensibile il valore sacro attribuitole. La leggenda narra che un eroe locale uccise un serpente, scagliandogli contro la roccia.
TAKHI – i cavalli selvaggi reintrodotti nel parco Hustain Nuruu.
THANGKA – rettangolo di stoffa dipinta con colori sgargianti, si trova nei monasteri buddisti.
TRANSMONGOLICA – la mitica ferrovia che collega UB a Pechino, ne abbiamo percorso un piccolo tratto ma probabilmente i paesaggi più belli e vari si incontrano proprio in territorio cinese.

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TUGRIK – la valuta mongola.
ULAAN – rosso.
ULAAN BATAAR – non ho visto la capitale mongola (non per mia volontà) tranne che per qualche passeggiata in centro intorno a Sukhbataar Square, il Gandan Monastery (grande e ben conservato, ma non entusiasmante in confronto a tanti altri templi in giro per l’Asia) e un capitolo a parte, lo shopping!! Mi spiace ma sarà un’ottima occasione per tornarci presto. I principali luoghi d’interesse oltre a quelli citati sono il Palazzo d’Inverno, il monastero Choijin Lama, il Museo Nazionale, il Museo di Storia Naturale e a 50 km di distanza Manzushir Khiid.
UUL – montagna.
VACCA – uno dei sei animali allevati dai mongoli
XANADU (o Shangdu) – la capitale estiva attiva nel XIII° secolo durante il regno di Kublai Khan
YAK – uno dei sei animali allevati dai mongoli e uno dei simboli delle steppe e montagne dell’Asia.
YOGURT – ottimo, freschissimo, si produce dal latte di vacca o di capra o yak.
YOL – benvenuti nella valle dove per 11 mesi l’anno il ghiaccio regna sovrano: solo in luglio e agosto è possibile percorrerne tutti gli 8 km di lunghezza. Noi stessi abbiamo potuto percorrere solo 3 km in uno scenario naturale più degno delle Alpi che del deserto dei Gobi. A un certo punto veramente non abbiamo potuto proseguire perché la valle si stringeva ed il passaggio era ostruito dal ghiaccio. Niente aquile, niente stambecchi o capre, ma abbiamo visto fiori, piante aromatiche, arbusti. All’uscita del parco vi è un piccolo museo dedicato alla storia naturale locale.
YURTA – termine russo che identifica la gher.
ZANABAZAR – il primo capo spirituale buddista della Mongolia, visse nel XVII° secolo. Discendente di Gengis Khan, era un artista di prim’ordine e contribuì fattivamente alla diffusione della religione e delle arti in tutto il Paese.
ZUD – il gelo invernale è temutissimo perché miete vittime in percentuali significative fra gli animali allevati e, periodicamente, arriva a ucciderne anche il 40% e oltre. La morte di migliaia di capi danneggia in primis l’economia delle famiglie proprietarie, permette di utilizzarne solo le pelli (le carni sono gelate e non si possono consumare) e infine a lungo termine può indurre intere famiglie a rinunciare all’allevamento allo stato nomade, uno dei pilastri della struttura sociale mongola. Queste di solito si riversano in città in cerca di lavoro, con conseguenze drammatiche: se la ricerca non ha buon fine i padri di famiglia possono cadere vittime dell’alcolismo, le donne della prostituzione e i figli possono essere mandati in strada come mendicanti. Molte ONG negli ultimi anni hanno lottato per aiutare l’inserimento sociale di queste persone, pare che finalmente oggi ci siano meno bambini sfruttati (mentre la prostituzione fiorisce).

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