Serena prepara con metodo la tavola per il pranzo, i parenti sono in arrivo da Milano e Asti, spetta a lei far trovare tutto pronto. Affettati e formaggi, pastasciutta, arrosto e verdura cruda, il menu è sempre quello, semplice, ricco e al tempo stesso leggero, affinché i parenti siano soddisfatti e si alzino a pomeriggio inoltrato con la pancia piena.
Le dieci persone attese non si vedono spesso quassù: due volte l’anno con la scusa del cambio di stagione salgono le colline del Monferrato lasciandosi alle spalle l’inquinamento della città e i pensieri del lavoro. Tocca sempre a primavera, quando la campagna si sveglia e comincia il duro lavoro in vigna, e a settembre in occasione della vendemmia, quando si passa la giornata, insieme, tra i filari generosi che sono stati il collante per tenere unita la famiglia nelle ultime tre generazioni.
Ci saranno anche le due sorelle che vivono ad Asti, a pochi chilometri di distanza ma da sempre lontane da lei per carattere e stile di vita. Gaia, Letizia e Serena, i genitori non avevano dimostrato tanta fantasia nel dare i nomi alle figlie, forse per riprendere il nome del nonno paterno: Felice.
Il nonno si era arrabbiato infinitamente alla notizia che, invece del tanto desiderato maschietto, anche la terza nipote era uscita femmina. Urlò al cielo una sfilza di imprecazioni, quelle che la famiglia si era abituata a sentire, per le quali poi chiedeva perdono ogni domenica andando a messa.
Nonno Felice si rassegnò alla vista di tre bambine, e poi di tre donne, che giravano per il piazzale davanti alla cantina. Il suo pensiero, l’affetto e il sorriso andavano proprio all’ultima nata Serena. Così alla sua morte fu normale sapere che la casa in collina e la cantina fossero per lei, mentre gli appartamenti in città sarebbero andati a Gaia e Letizia.
A volte Serena si chiede quando potrebbe vedere i parenti se non ci fosse la casa di famiglia, ma la casa c’è ed è questo che conta. Soprattutto perché il suo impegno è ricompensato dall’affetto di tutti, in particolare dei nipoti, che le vogliono tanto bene e appena scendono dall’auto l’abbracciano fin quasi a soffocarla.
Eccoli. Le due automobili si avvicinano alla collina in modo da vederli solo quando sono quasi arrivati, vicino al vialetto d’ingresso. Il macchinone della sorella Letizia è scuro e pieno di gente, si nota più della station wagon rossa con dentro gli zii e i cugini. I convenevoli non fanno parte del DNA familiare, semplicemente tutti si salutano educatamente ma senza baci e abbracci, ripongono le giacche e vanno a tavola, con il contributo di ognuno: gli antipasti, il vino bianco, dato che qui nel Monferrato si fa soprattutto barbera, una torta che avanzerà perché a fine pasto si ha mangiato troppo di tutto.
Avere la tavola imbandita è sinonimo di calore, indica il desiderio di riempire anche fisicamente uno spazio che, per il resto dell’anno, è vuoto o circoscritto alle varie parti separate della famiglia. Così il rituale di mangiare insieme procede in automatico, tutti si parlano e la bella confusione che si crea fa bene, riscalda gli animi e tiene le menti impegnate, mentre le bocche si riempiono.
I parenti che temono le sue risposte sono forti, sanno che Serena non ha peli sulla lingua e potrebbe rispondere male a una domanda mal posta o, per lei, ritenuta inopportuna. Muoiono dalla curiosità eppure si fanno riguardo a chiedere, Serena è riservata e non si sa mai come potrebbe reagire. Ma ad ogni pranzo c’è sempre qualcuno che coglie il coraggio a quattro mani e azzarda: allora Serena come va? Bene bene grazie, c’è tanto lavoro ma non mi lamento. E per il resto come procede? Come al solito, è la risposta scontata. Ma non hai voglia di sposarti, o almeno di accompagnarti a qualcuno? Non pensi che staresti meglio? Aspetto che si presenti quello giusto, ma non è ancora arrivato. E il dialogo finisce qui ed è già ora di mettere sul fuoco una caffettiera grande, e in tavola la grappa, la frutta e il dolce.
Il primo ad alzarsi è lo zio Paolo barcollante dopo tanto mangiare e bere, che con pochi passi trasferisce il suo peso fuori, sulla panca di pietra addossata dal nonno al muro della casa e mai più spostata. La pietra ha assorbito un bel po’ di calore: ora è estremamente appagante appoggiarsi qui, guardando nel vuoto senza pensare. Quando lo raggiunge, zia Catia ha già in mano una sigaretta, lei fuma “solo qualche volta dopo mangiato”. Anche lei si appoggia in cerca del calore sulla dura pietra e stanno lì tutto il tempo, non parlano ma stanno vicini.
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Poi escono i loro tre figli, prendono un pallone e palleggiano contenti. Le tre nipotine giocano in casa in modo abbastanza innocuo ma sempre sotto l’occhio dei grandi, vigile e severo. Le sorelle di Serena parlano ma non troppo, Gaia e Letizia dopo pranzo anche oggi vogliono fare una passeggiata, sempre la solita, il giro di un paio di colline che è un’abitudine, il rituale con cui toccano il terreno e si guardano intorno, salutano i vicini e rientrano con la convinzione che si sta bene quassù, ma per nulla al mondo lascerebbero la città per venire ad abitare in campagna.
A metà pomeriggio i parenti sono pronti per tornare a casa, hanno mangiato e bevuto, hanno preso l’aria buona che in città resterà nei loro polmoni per poco. E soprattutto hanno messo quel timer che scatta dopo un certo orario e li richiama alle loro cose, lontano da qui. C’è già l’arietta della sera, fra poco il sole scenderà dietro la collina e verrà quel frescolino che piace tanto, ma che poi si fa sentire nella schiena e nelle ossa. Riprendono le giacche, salgono in auto e via, in un attimo hanno già imboccato il vialetto d’ingresso e scompaiono dietro la collina.
Quando tutti se ne vanno e il silenzio cala nuovamente sulla grande casa, Serena prova sollievo, come se in queste occasioni gli altri fossero più contenti di lei, come se accogliere i parenti fosse un dovere al quale si è immolata, da anni, fino a desiderare il momento del commiato, la liberazione dai familiari per i prossimi sei mesi.
Finalmente sola, getta un’occhiata fugace alla sala dove ci sarà un altro tempo per lavare asciugare e mettere le cose al loro posto. Serena non vuole farlo ora. Serena vuole uscire a prendere aria e sentire il cinguettio degli uccelli.
Passa dietro la casa e prende la strada bianca che, con una leggera discesa, la porta nella vigna. Guarda i filari scendere e poi salire innanzi a lei, guarda i tenui colori che si vedono meglio alle ultime luci pomeridiane e pensa, Serena, che è la più fortunata, che lavora sempre ma che è più libera di tutti i suoi parenti.
Siede sotto una pianta. Accoccolata sull’erba guarda verso est, dove il verde è più nitido, poi verso ovest, dove il sole quasi l’acceca, poi inconsciamente si volta ancora. Ha sentito, anzi ha percepito una presenza, come se questa scena le fosse già apparsa in sogno tante volte.
Ma stavolta è reale: Serena sorride, indugia come per farsi desiderare ma a un certo punto si alza e cammina, con lo stesso passo felpato di chi le sta venendo incontro.
Fingono indifferenza ma si studiano, vanno lenti poi accelerano solo quando sono più vicini e i loro sguardi sono ormai fissi l’uno verso l’altro. Allora Serena accelera, lascia ondeggiare le braccia sui fianchi e fa gli ultimi passi quasi di corsa, finché con un ultimo balzo si avvicina a lui.
Lo guarda negli occhi, gli sorride e lo abbraccia con tutta la forza che ha. E sente che il suo cuore batte forte, sempre più forte, e vorrebbe che questo momento durasse in eterno.
Ti ho tanto aspettato, dice mentre i loro corpi si staccano solo per un attimo. Non ha una risposta, almeno a parole, ma ora Serena è felice.
Perché non l’aveva mai detto a nessuno, ma Serena lo sapeva, anzi lo sentiva: sentiva che Rosso arriva di sera.

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2 comments

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Complimenti per il bellissimo racconto, comeil solito complimenti !!! ciao ciao Ettore Piera

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Bello il racconto e i pensieri. Adelante. Marcella

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