Appena sistemata nella mia nuova dimora in centro, il monolocale tre per sei che ho in qualche modo scelto per il rapporto ottimale tra collocazione e prezzo, sono curiosa di scoprire il quartiere che mi ospita, molto più ricco di San Giuliano dove stavo prima. Nella zona abbondano negozi e botteghe, ci sono vari supermercati e bar per gente normale e carina. Insomma ho l’imbarazzo della scelta o meglio, avrei da scegliere tutto quello che mi pare se non fossi al verde.
La gente è come sempre varia ma non molto multietnica, soprattutto si sente parlare milanese abbastanza spesso mentre a San Giuliano l’accento tendeva più verso il sud come si conviene ad una città satellite nata in stile dormitorio. Ora che è passato del tempo mi mancano un po’ gli schiamazzi da una finestra all’altra e alcune scenette tra i vicini che si vedevano laggiù, ma in questo trasloco ho sicuramente guadagnato un piccolo nido in posizione eccellente. Sulla cartina tutto è a portata di mano, si può andare a piedi fino in Duomo, in Porta romana e oltre. Comunque le mete lontane, in tutte le direzioni, sono raggiungibili con i frequenti mezzi. Sono proprio contenta e poco a poco cerco di imparare come gestire questa nuova situazione: la logistica, la mia vita e gli amici che aumentano la frequenza delle loro visite.
I bagagli, per esempio, sono un peso da razionalizzare visto che ora abito sì in un bel posto, all’ultimo piano di una vecchia palazzina con vista su una madonnina spesso splendente, ma non c’è l’ascensore. Elimino le scorte di acqua e altri pesi inutili, imparo a controllare ciò che porto con me quando esco anche se spesso mi accorgo di avere dimenticato qualcosa, naturalmente quando sono già scesa, ciò che mi costringe a risalire 96 gradini.
Anche parcheggiare non è una cosa da poco, giorno e notte bisogna barcamenarsi tra il consueto affollamento dei parcheggi in strada, i numerosi sensi unici e il giorno di pulizia strade, diverso in ogni via; è del tutto normale girare a lungo per trovare posto. La prima settimana trascorre tra la sveglia all’alba per andare a Voghera al Master, che mi dovrebbe trasformare in una maga dell’analisi sensoriale di alimenti e bevande, e appunto la ricerca di punti di riferimento nel mio quartiere. Giovedì sera sono così stanca che al mio rientro non mi sembra vero di vedere un ampio spazio disponibile per parcheggiare sul viale alberato. Senza esitazione lascio l’auto proprio lì e salgo in casa convinta di essere stata fortunata. Vado a letto presto senza il minimo sospetto che ci sia un motivo di tanto spazio libero, semplicemente non ci penso e nemmeno memorizzo il luogo del parcheggio.
Il mattino dopo mi sveglio presto, con una triste illuminazione: il lavaggio strade! Ecco perché c’era posto nel viale. Ora però è tardi e, nella certezza di avere sbagliato, penso anche alla multa che mi aspetta. Scendo trafelata e, presa da un’ansia irrazionale, non vedendo la mia vecchia macchina rossa penso che me l’abbiano portata via. Di male in peggio, già tirare fuori 30 euro è una prospettiva pesante ma con la rimozione, lo ricordo bene visto che mi è già successo, devo sganciare 95 euro, terribile. Ricordo il grande parcheggio dove un anno prima avevo ritirato e pagato l’auto rimossa, non è lontano; piuttosto che spendere altri soldi per chiamare i carabinieri mi avvio verso il parcheggio a passo veloce.
Dopo quasi mezz’ora mi presento all’uomo del parcheggio e gli chiedo di cercare la mia auto. Gli dò la targa mentre lui mi guarda con faccia strana, ripetendo che quello non è l’unico posto dove portano le auto rimosse, e infatti della mia golf non c’è traccia. Mi consiglia di chiamare in Piazza Beccaria e mi instilla il dubbio che l’auto non sia stata rimossa, io replico che non c’è, non l’ho vista, e la sua conclusione è la peggiore “allora l’hanno rubata”. Sapevo che prima o poi sarebbe successo, che qualche disperato avrebbe trovato utile prelevare la mia vecchia macchina assolutamente non appetibile. Esco dal baracchino trafelata e rassegnata, salgo sul primo bus che mi riporta in centro e presto sono in fila dietro un vetro della polizia municipale di Piazza Beccaria dove risento la diagnosi di prima “No signora, la sua auto non è stata rimossa stanotte perché la rimozione non è prevista durante la pulizia strade, diamo solo la multa quindi se in strada non c’è vuol dire che l’hanno rubata”. Il poliziotto mi consiglia di sporgere subito denuncia e indica un altro ufficio. A metà mattina sono in coda per denunciare il furto del mio catorcio, davanti a me siedono due ragazze dell’est bellissime, perfettamente pettinate e truccate, con scarpe a punta, pancia fuori (siamo in febbraio) e borsette adeguate. Non parlano italiano, i loro telefonini che squillano di continuo sono il meglio del meglio. Io sono uscita indossando le prime cose che ho trovato in armadio e da tre ore sto girando la città in cerca della mia macchina che si è volatilizzata. Penso che le ragazze dell’est siano qui per i permessi di soggiorno infatti le persone che entrano ed escono sono soprattutto extracomunitari. Finalmente è il mio turno e in pochi minuti, assistita da impiegati carini e gentili, esco con in mano una denuncia di furto e due consigli: cercare l’auto nelle strade laterali dove il ladro buontempone potrebbe averla lasciata, e se la trovo non toccarla per alcun motivo, passerei io stessa dalla parte del torto.
Nonostante la stanchezza e la tensione rientro verso casa sollevata, ripasso nel viale dove avevo lasciato la macchina la sera prima e, tanto per provare, mi spingo nell’isolato successivo. Dopo pochi passi vedo una sagoma familiare: la mia golfetta mi guarda, è lei ed è esattamente dove stava, solo porta un antipatico biglietto sul parabrezza, i 30 euro di multa che mi aspettavo. Lì dietro per fortuna c’è un stazione di polizia locale, mi precipito a spiegare la sequenza di cazzate che ho fatto e, sempre più incredulo, il poliziotto compila una dichiarazione di errata denuncia necessaria per riprendere possesso del mezzo. Ringrazio, saluto ed esco, tutto sommato me la sono cavata con poco anche se i soldi delle multe sono proprio buttati. Mi prometto di non incappare mai più in una simile situazione, torno a casa, mangio qualcosa poi mi butto a letto e dormo.
Un anno e mezzo dopo non ho ancora combinato altri guai con i parcheggi e, quando iniziano a segnare le strade della mia zona con le righe gialle e blu sono contenta: finalmente ci sarà più posto per residenti e domiciliati, a scapito dei clienti di negozi e ristoranti. D’altro canto per loro la polizia ha sempre un occhio di riguardo, questo si sa, e non credo che fioccheranno tante multe ma almeno le strisce faranno da deterrente ai lunghi parcheggi. Torno al posto di polizia vicino a me per chiedere la documentazione da produrre per il pass residenti e ricordo con un sorriso la frenetica mattinata spesa alla ricerca di un’auto che non trovavo, ma che non si era spostata di un millimetro. Anche in questo caso devo fare un lungo giro degli uffici che si palleggiano la responsabilità di emettere i permessi, senza sapere bene chi e dove se ne occupa. La loro ultima parola è che solo a fine estate sapremo cosa fare e a chi rivolgersi, vedremo.

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Ciao Roberta, è sempre un piacere leggere i tuoi racconti! Un abbraccio

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