A spasso nel tempo tra Siria, Libano e Giordania – Gruppo Roberta Zennaro ottobre/ novembre 2004
Articolo non pubblicato sulla rivista ANM

La partenza

Alla metà di ottobre 2004 ho la certezza che il mio viaggio si farà. Siamo dieci, i corrispondenti hanno confermato il giro e le tappe richieste: non mi resta che contattare i partecipanti e prepararli alla meravigliosa esperienza che sta per iniziare. Venerdì 22, di prima mattina, il gruppo si riunisce all’aeroporto di Vienna, siamo aumentati a 13 grazie alla convergenza di tre persone dirottate da altri viaggi che non partono. Sul volo per Damasco scambiamo battute confrontandoci sulle passate esperienze di viaggio: ho subito un’ottima impressione dei miei nuovi amici, che hanno girato tanto ma ancora conservano la curiosità di scoprire nuove terre. Insieme vivremo una nuova bellissima avventura.

Lo spazio e il tempo

Siria, Libano e Giordania mostrano un susseguirsi di luoghi che affondano le radici nella Storia remota, passata e recente, permettendoci di stare fuori dal Tempo per due settimane e mezza, mescolando ricordi di scuola e pagine di religione fino a perderci nei meandri dell’economia internazionale, globalizzata dagli interessi di pochi a scapito delle esigenze di tanti. Il viaggio è anche un continuo richiamo al Presente con le sue contraddizioni e le incertezze sul Futuro: chi viene da queste parti trova motivi di evasione ma, di tanto in tanto, le notizie gli piombano addosso, riportandolo all’attualità. L’antica Mesopotamia è ancora il centro del mondo, e forse per sempre lo sarà, nel bene e nel male.
La gente, spesso vestita con semplici tuniche assolutamente no logo, è sommersa dai cartelloni dove tutti i marchi della nostra civiltà, del nostro mondo, campeggiano ed invogliano a diventare come “noi occidentali”, etichetta che faccio persino fatica a scrivere.

Visitare oggi il Medio Oriente vuol dire proprio farsi avvolgere dai fasti del passato e protendersi verso un futuro incerto ma pieno di speranza.

Damasco

La capitale siriana ci accoglie nel migliore dei modi, colorata dalle luci pomeridiane mentre andiamo in albergo con il pulmino. La nostra guida Basima si dimostra carina e competente e ci porta subito alla scoperta della città a piedi; raggiungiamo una moschea e la vicina madrasa, sbirciamo nel piccolo suq dove cerchiamo di fare affari. Ma la lunga giornata si fa sentire e dopo cena desideriamo andare a letto.

Abbiamo tutto il sabato per scoprire le meraviglie damascene, dalla moschea degli Omayadi al grande suq con maestose volte in ottone che mi ricordano un po’ la Galleria di Milano, in pratica sono 800 metri di mercato popolato di ogni genere di persone.

Percorriamo la storia popolare siriana racchiusa nelle stanze di Palazzo Azem, curiosiamo nel quartiere cristiano con la cappella di Anania ed ammiriamo le eccezionali ricchezze del Museo Nazionale, ricavato in un palazzo circondato da un delizioso giardino fiorito.

Vi sono i mosaici e i sarcofagi di Palmira, i reperti di Ebla, Mari e Dura Europos e gli affreschi incredibili della sinagoga con scene bibliche, persone e animali perfettamente conservati. Ma i tesori siriani non sono solo questi: Damasco è la bellissima capitale di uno Stato islamico eppure è diversa, è così simile alle nostre città da mettere il turista a proprio agio e farlo sentire un po’ a casa.

Essa infatti mantiene tutto il fascino di una città che da millenni vede passare popoli diversi per le strade, e da tutti lei prende qualcosa: lo si vede nei giardini sobriamente curati, lo si tocca nell’architettura delle case, lo si sente negli accenti delle persone, nei richiami dei muezzin e nelle musiche echeggianti in ogni angolo.

Ma soprattutto lo si respira nell’aria intrisa di spezie infinitamente varie, che la sera ci arrivano in tavola ed arricchiscono menu altrimenti un po’ monotoni.

Ai mezzè che io adoro ma che possono anche stancare, si succedono ottime minestre e carni grigliate di pollo o agnello: li gustiamo tutti e spesso teniamo il posto anche per i dolci, dal facile crème caramel al gelato di vaniglia “affogato” nelle scaglie di pistacchio, sino al wallabiya, una deliziosa crema di riso spolverata con pistacchi e nocciole.

Siccome ad ogni angolo si aprono palazzi, giardini, vie e negozi da esplorare, la nostra curiosità è alimentata e desideriamo passare ancora molto tempo qui: domani si parte per il giro della Siria, ma il prossimo fine settimana torneremo e Damasco sarà nuovamente nostra.

Ramadan

In albergo io e Rosy commentiamo compiaciute il buon inizio del viaggio, quando sentiamo il rumore distinto di un’esplosione. Hai sentito? mi fa notare. Sì, continuiamo a parlare che è meglio, le rispondo per fare finta di niente. Che sarà? All’alba l’esplosione si ripete e a colazione ne parliamo con il gruppo: niente paura, gli spari a salve scandiscono l’inizio e la fine del digiuno quotidiano. Siamo in pieno Ramadan e, se a prima vista ciò può sembrare un impiccio, andare in Medio Oriente con il Ramadan è un’esperienza particolare. Arrivati in Giordania riceviamo addirittura un messaggio sul cellulare che dice “Benvenuti in Giordania, consiglio del giorno: nel periodo del Ramadan tutti sono tenuti a rispettare il divieto di mangiare, bere e fumare nei luoghi pubblici durante il giorno”. Se accenniamo a mangiare anche solo pane o frutta per la strada, siamo guardati con disappunto e riceviamo persino invettive del tipo “Ehi c’è il Ramadan, non sai che non puoi mangiare fino al tramonto?”
Il digiuno è una forma di sacrificio e purificazione, segnato dal gioioso scoppio di fuochi d’artificio al tramonto. I negozi chiudono, moto e auto strombazzano per le strade e tutti si avviano verso casa per l’iftar, il pasto che spesso diventa una festa. Gli alberghi allestiscono la tenda beduina (tchaimi da chai, il nome del tè) sulla terrazza dove i clienti fumano il narghile e bevono tè. Prima di mezzanotte però c’è una sorta di coprifuoco, tutti tornano a casa per la cena che si conclude a notte inoltrata. I portici del centro sono decorati da centinaia di bandierine colorate con le sure del Corano “Avrai un solo Dio e un solo Profeta” e i versetti biblici, a riprova di una buona tolleranza religiosa e di un sano mantenimento delle tradizioni. Nel prossimo futuro, invece, il Ramadan sarà ben più difficile in quanto il periodo di digiuno inizierà prima, finché nell’arco di cinque – sei anni si svolgerà in pieno agosto con giornate di 14 – 15 ore e temperature oltre 40 gradi. Deve essere terribile solo a pensarci: ciò è più difficile per i giovani che sinora l’hanno affrontato nei mesi invernali e che nelle prossime estati, per tutto il giorno, staranno senza mangiare e soprattutto senza bere.

Un crescendo di immagini ed emozioni

In giro per la Siria rincorriamo gli imponenti castelli crociati come il Krak dei Cavalieri e il Castello di Saladino.

A Maalula e Seydnaya (Santa Tecla) osserviamo in silenzio la pacifica convivenza religiosa tra Musulmani e Cristiani.


Poi ci tuffiamo nelle rovine di Ugarit vecchie di ben 3500 anni e a Hama ascoltiamo il curioso rumore delle ruote ad acqua, le norie, per poi perderci nei resti surreali di Serjilla.

Nel convento di San Simeone presso Aleppo osserviamo il luogo dove il santo passò molti anni arrampicato in cima ad una colonna, motivo per cui fu chiamato stilita.

Alcuni luoghi ci restano nel cuore più di altri: Apamea, due chilometri di cardo ellenistico perfettamente conservato che spunta come un miraggio dietro una collina.

Palmira, la città più affascinante dell’Oriente romano, paragonabile solo a Pompei….

Noi più che visitarla vogliamo godercela in tutto il suo splendore: arrivati al tramonto ne approfittiamo sia la sera, sia all’alba e tutto il giorno dopo.


Proprio a Palmira, dopo cena, io con tre donne coraggiose mi avventuro nella silenziosa tranquillità delle rovine illuminate: vediamo la maestosità del colonnato, il tetrapilo e la vasca della regina Zenobia, rivale di Cleopatra. Procediamo in cerca della magica luce della luna che proprio oggi sembra farsi desiderare… E come d’incanto, arrivate al teatro, ecco il tondo bianco della luna piena che spunta nel cielo e rischiara i nostri passi mentre saliamo gli scalini. È un momento magico per Mariangela che desiderava tanto questo spettacolo, ma tutte noi restiamo in silenzio, rapite dalla vista delle rovine illuminate. Rosy nota che lei non si sognerebbe mai di andare di notte ai Fori, anche nell’amatissima Roma, mentre questo posto è tranquillissimo. Antonia è così contenta che è come in trance, in un mondo tutto suo. Eppure non siamo sole, io e Rosy realizziamo che un losco figuro in tunica nera ci ha seguito e, ora che siamo in cima alla cavea del teatro, sbircia da dietro una colonna e subito dopo si nasconde. Che facciamo? In un certo senso siamo in trappola visto che abbiamo una via obbligata per scendere e Macchia Nera, come l’abbiamo battezzato, se è seguito da qualcun altro potrebbe farci qualsiasi cosa. Solo in due realizziamo il potenziale pericolo, spieghiamo la situazione alle altre due, per nulla rassegnate all’idea che dobbiamo andarcene subito, unite e compatte. Con il batticuore scendiamo e ci dirigiamo spedite in strada. Va tutto bene ma che paura! Evidentemente Macchia Nera era lì di passaggio e non ha resistito alla tentazione di vedere quattro donne in giro per le sue rovine, ma giuriamo che non visiteremo mai più un sito da sole!!
Il mattino dopo gli altri commentano che come donne di mondo siamo un po’ imbranate; ci prende in giro soprattutto Franco da Lucca, così grosso che ad averlo vicino ci si sente assolutamente protetti. Da allora in poi lo vorrò sempre vicino ad ogni uscita serale.

Aleppo

Apamea e Palmira, gemme preziose per la storia ed il turismo siriano, sono pur sempre città abbandonate che rivivono nelle rovine i fasti del passato. Il fascino è invece ben presente e vivo ad Aleppo, la seconda città del Paese che contende a Damasco il primato economico e che oggi soffre maggiormente la crisi economica e l’isolamento politico.

Noi la sentiamo ancora più vicina alle atmosfere italiane ed ai nostri amati centri storici, e rimaniamo stregati anche se la moschea e il museo sono chiusi, anche se non riusciamo a provare l’hammam, anche se piove quando saliamo alla cittadella.


Di fatto passiamo la maggior parte del tempo a passeggio nel centro e nel suq, a mercanteggiare fino allo sfinimento (dei venditori più che nostro…). È una grande gioia uscirne carichi di sciarpe, dolcetti e del famoso profumatissimo sapone di Aleppo, ed è bellissimo andare su e giù e perderci senza in realtà perderci tra le viuzze, entrare ed uscire dai negozietti e riconoscere dopo un po’ il “mercante” che ci ha seguito per accordarci l’ultimo prezzo. È interessante osservare la logica suddivisione delle aree che assegna spazi precisi alle diverse categorie merceologiche: prima i tessuti, poi i gioielli e gli articoli per la casa, poi ancora spezie, infine alimenti e bevande. Indimenticabile è la carcassa di dromedario appesa ad un gancio, con la gobba scuoiata forgiata a mo’ di palma ed in bacheca, bene in vista, la testa tutta intera dell’animale che digrigna i denti.
In questo modo a fine giornata siamo diventati amici dei commercianti che ci chiamano per nome o con simpatici soprannomi, sino ad invitarci ad un happy hour aleppino a base di chai e kahwa, tè e caffè, comodamente seduti sui divani colorati di una bottega. I ragazzi ovviamente ci propongono la loro mercanzia e parlando dimostrano un’ottima conoscenza dell’Europa e grande apertura mentale. Questo è un altro momento intenso ma distrae Luisa dalla sua occupazione preferita, pedinare un turista francese di un bel colore cioccolatino, di quelli che si trovano di solito dalle parti di Parigi o della Martinica, che le ha fatto battere il cuore sin da Damasco, e che da alcuni giorni ci segue in silenzio. Luisa viene da Perugia ed evidentemente ha un debole per i cioccolatini; due giorni prima, al Krak dei Cavalieri, ci promette che se lo rivede lo saluterà. Ed ecco che il cioccolatino spunta da dietro un banchetto del suq di Aleppo, lei lo guarda a bocca aperta e non proferisce parola… Allah la punisce e non glie lo fa vedere più per tutto il resto del viaggio.
Aleppo è anche la sede di un simpatico cambio di programma causato dalla sottoscritta che, due giorni prima di arrivare, solleva una questione legata proprio alle bellezze della città: chiedo a voce alta perché mai Avventure non ci ha prenotato nella culla di tante memorie aleppine, lo storico Hotel Baron che dal 1909 alloggia re e scrittori, avventurieri e viaggiatori. Senza rendermene conto ho invogliato il gruppo, che mi ripropone la questione finché mi resta solo da chiamare l’albergo in oggetto: in cuor mio spero che sia pieno e con prenotazioni fino a dopo Natale… Invece c’è posto, anzi sono disponibili due suite e le camere storiche di Agatha Christie e Lawrence d’Arabia, naturalmente a prezzi speciali per noi di Avventure. E ora che faccio? Riusciamo a passare una notte nel bellissimo albergo, dove vediamo un pezzo di storia siriana (e non solo) nelle insegne del Simplon Express, nello scalone che si apre sulle due ali al primo piano, nel bar intriso di ricordi. L’accoglienza che ci riserva il gestore, formale ma calorosa, è quanto di meglio si possa chiedere, anche se poco prima ha dato ad un altro gruppo le stanze oggetto dei nostri desideri. Anche l’Hotel Baron ci ha stregati.
Assieme alla classica vendetta che colpisce i viaggiatori golosi, quelli come me che assaggiano tutto ciò che gli arriva nel piatto, l’unica eredità sgradita del soggiorno ad Aleppo è una forte tosse che ci colpisce, a partire da Lidia che forse si è entusiasmata troppo su e giù per il suq: comincia a tossire e, a turno, contagia me e poi gli altri. Passare molto tempo in bagno è un guaio prevedibile, ma Paola alla fine della settimana siriana sta malissimo, proprio al momento dell’escursione a Baalbek che prevede il visto collettivo per cui il gruppo deve essere presente al completo. Allah l’ha punita, secondo me perché parla sempre male degli uomini. Per farsi perdonare ci promette uno spettacolo di danza del ventre con il completino rosso che ha comprato a Damasco, ma lo stiamo ancora aspettando… Rischiamo di saltare il Libano, ma anticipando l’escursione a Bosra il gioco è fatto: sarà più complicato ma a metà viaggio, in un solo giorno, lasceremo la Siria per il Libano, per rientrarvi nel pomeriggio e uscirne infine la sera alla volta della Giordania… chiaro no??

In Libano – 3 x 2 passaggi di frontiera in un giorno

Libano: ricordi di cronache vicine, carri armati e bombardamenti. Valle della Bekaa: praticamente un sinonimo di hezbollah con il loro carico di sangue, dolore e morte. I luoghi comuni sono duri a morire, purtroppo questa è l’immagine ricorrente del Medio Oriente. Per fortuna viaggiare permette di guardare le cose con i propri occhi e di ascoltare le voci di chi ne ha vissuto le vicende reali, ma il gruppo decide che per l’escursione in Libano saremo semplici turisti.

Evitiamo così la lunga marcia su una Beirut ricostruita solo in parte, ma ancora danneggiata da anni di guerre, per goderci la maestosa Baalbek e le rovine bizantine di Anjar per poi assaggiare il famoso vino libanese, alla faccia del Ramadan, e sfogare ancora il nostro impulso all’acquisto nel ricco duty free al confine. Le cose non vanno tutte così nel senso che la cantina, una deliziosa villetta in stile francese (circondata da vigne pure in stile francese) è chiusa e non c’è verso di farla aprire, mentre il duty free è un luogo per ricchi con prezzi non proprio abbordabili.


È comunque piacevole percorrere la fertilissima valle della Bekaa, questo grande vigneto dove trattori pieni d’uva portano ancora i loro carichi preziosi in cantina, mentre ai bordi dell’autostrada sfrecciano vecchie Mercedes e BMW.

Purtroppo dobbiamo rientrare. Così come al mattino, anche il secondo passaggio di confine pomeridiano segue la solita prassi: raccolta passaporti, visita al posto di frontiera con il visto collettivo da timbrare, e l’addetto che chiede: Italiani? Sì. Kullon – tutti – italiani? Sì. Niente timbri di Israele? No. Grazie e arrivederci. In pochi minuti siamo di nuovo in viaggio in direzione sud, il tempo si è guastato e ci riteniamo fortunati, viste le stupende giornate passate. Purtroppo quando raggiungiamo il confine giordano è buio, fa freddo e i tassisti che ci trasporteranno per la “terra di nessuno” arrivano tardi perché stanno cenando. Salutiamo Basima commossi e le promettiamo che sarà nostra ospite appena verrà in Italia.
Impieghiamo un sacco di tempo ad entrare in Giordania e siamo stanchi, ma appena entrati in questo Paese ne osserviamo compiaciuti la modernità e il migliore funzionamento di strade e servizi.

Proprio i lavori stradali ci costringono a numerose deviazioni e a passare tra file di TIR che sfrecciano in entrambe le direzioni. Osserviamo che con la strada ristretta resta una corsia centrale, apparentemente riservata agli scontri frontali e Rosario, l’altro uomo saggio assieme a Giovanni nonché il cinefilo del gruppo, nota che questo scenario potrebbe essere il set del film Duel (e speriamo di no). L’arrivo in hotel ad Amman è segnato dal traffico intenso, io e l’autista Nader impieghiamo molto tempo a definire il giro della Giordania e questo dà la mazzata finale al gruppo che va a letto senza cena… tranne qualcuno. Infatti i soliti cinque, a piedi, scendono tra le luci del centro – downtown – e provano le delizie popolari di Hashem, la versione locale di Mc Donalds. Si tratta di una bettola davvero economica dove, 24 ore su 24, servono poche cose caserecce: falafel, foul e l’hommus più buono del mondo. Risaliamo in taxi e mi prometto di riportare il gruppo qui l’ultima sera per cenare insieme e per terminare in bellezza con un delizioso narghile sulla terrazza del bar delle bandiere.

Domande frequenti – Perché la Siria e la Giordania?

Due anni fa, nel luglio 2002, ho passato una bellissima settimana in Giordania: sono stata benissimo e, in deroga alla mia curiosità di cambiare sempre destinazione, colpita dal fascino del Medio Oriente da allora ho coltivato il desiderio di tornare per riscoprirne i segreti. L’opportunità di venire qui ora è un’ottima scusa per curiosare nei meandri della storia dell’umanità, dove le vestigia passate si alternano a brandelli di vicende contemporanee, a volte nascosti da regimi totalitari o dall’opinione pubblica che tutto vorrebbe appiattire, o cancellare, o bollare come nemico, solo perché proviene da un Paese islamico. Le ricchezze artistiche e paesaggistiche che si celano tra vallate, boschi e deserti valgono questo viaggio, particolarmente appagante nel tiepido autunno che, a scapito di qualche ora di sole in meno, ci regala albe soffuse, giornate nitide e tramonti infuocati. La nostra settimana giordana si svolge come una matassa, dipanata piano intorno alla capitale Amman e poi sempre più vorticosa man mano che ci allontaniamo verso sud, dove ci aspettano le magie inspiegabili di Petra e di Wadi Rum.

È possibile vedere le rovine di Palmira con la luna piena?

Ecco una classica domanda per il coordinatore che, assieme a frasi tipo “ma siamo sicuri che il viaggio parte?” bisogna imparare a gestire, possibilmente prima della partenza. In questo caso la richiesta proviene da Mariangela, che ha lasciato a Torino la nebbia autunnale e mi incalza con la sicurezza di chi ha le idee chiare e vuole prendersi tutto il possibile dal viaggio. Sì, la rassicuro io, non preoccuparti: l’albergo prenotato a Palmira ha il ristorante sul tetto, accomodato in una tenda beduina, dove ceneremo e dal quale potrai vedere le rovine di notte in tutto il loro splendore. Questa mezza verità mette tranquilla la ragazza, che mi rifarà la domanda un paio di volte finché realizzerà che, in effetti, la luna piena è prevista proprio quando saremo a Palmira.

Dove dormiremo nel deserto?

Non c’è una sola ragione che mi abbia riportato in Giordania, nel 2002 ho trascorso due giornate piene a Petra, ho una discreta conoscenza della capitale Amman e delle città romane, Jerash e Umm Qais, e di altre mete turistiche sparse per il Paese. C’è però un posto che mi ha stregato e che ho visto molto poco: il deserto. Wadi Rum, a 30 chilometri dal confine tra Giordania ed Arabia Saudita, è un luogo magico ed affascinante con una varietà straordinaria di paesaggi concentrati in uno spazio ristretto. Ripensando alla calorosa accoglienza delle guide beduine nelle loro tende colorate e alle ore passate sorseggiando tè alla menta accanto al fuoco, capisco che sono tornata proprio per questo. Il deserto ha un fascino tutto suo, un potere d’attrazione che quando ti prende non ti molla più, ci devi tornare.


Prima di partire dall’Italia desidero riscoprire il deserto camminando piano, per sentire la sabbia sotto i piedi e per conoscere veramente Wadi Rum. Mentre noi passiamo due giorni davvero fuori dal tempo, il mondo intorno a noi prosegue il suo corso e, in particolare, il 2 novembre gli americani vanno alle urne per le elezioni presidenziali. L’argomento ci tiene occupati tutto il giorno in accese conversazioni.

Diversamente da altri gruppi, noi restiamo due giorni proprio per avere una visione più completa dell’area ed ampliare il classico giro di poche ore in fuoristrada. Al nostro arrivo il gruppo è emozionato e un po’ timoroso, vuole sapere dove dormiremo, come faremo a lavarci e devo rassicurare tutti. Alle prime luci dell’alba questa meraviglia naturale è tanto evidente che fa passare qualsiasi paura. Il giovane Abu Yousef, figlio del capo campo (uno dei 32 figli, ma qui i grandi numeri sono la norma) ci conduce per quattro ore lungo ampie vallate e stretti wadi, tra pareti con graffiti e buchi, archi e tombe nabatee.

Arbusti tenaci, in perfetto equilibrio tra elementi naturali ed umani, danno da mangiare alle carovane di dromedari e forniscono combustibile per il fuoco.

La dimensione della passeggiata dà una prospettiva unica degli spazi, tornando in fuoristrada questi si mostrano in tutta la loro imponenza. Alla fine non danno noia né la grande tenda sotto la quale dormiamo tutti insieme sulle brandine, né la poca acqua per lavarsi, anzi. Il gruppo dopo il deserto è ancora più unito e, nella coscienza che il viaggio volge al termine, moltiplica frizzi e lazzi.

Narghile e concerti notturni

Le pipe ad acqua in Oriente sono un rito come il tè alla menta (purtroppo in viaggio non beviamo quasi mai un buon tè). In compenso, ogni sera dopo cena ci facciamo un bel narghile, senz’accento come si dice in arabo. Trombone, pippone, gli diamo diversi nomi affettuosi: aspirare tutti insieme dal bocchino di ottone è proprio un gesto di fiducia verso gli altri fumatori. E sarà per l’atmosfera rilassata, sarà per gli effluvi di mela ed altri frutti, dopo avere fumato diciamo le peggio cose, anche i viaggiatori più silenziosi e compassati si lasciano andare a confessioni sulla loro vita privata.
Antonia, in particolare, non smette di sottolineare che a Milano ha una bella famiglia ed un lavoro impegnativo, ma il narghile le permette di liberarsi dei suoi panni abituali per ritornare la ragazzina di un tempo, impegnata e sbarazzina. All’inizio si limita a storpiare i nomi delle persone e conia per la guida Basima i bellissimi Basmati e persino Pashmina (forse distratta dagli acquisti nel suq) ma l’apoteosi avviene nel deserto dove sfoggia un bel fazzoletto bianco, ben sistemato sul suo capo dalla guida beduina. Tra le ore di sonno arretrate e le giornate intense di viaggio c’è chi ha deciso di andare a dormire subito dopo cena, altri si avventurano a vedere le stelle dietro il campo tendato. Infine i soliti quattro aspettano di consumare il narghile più gustoso, illuminati dal fuoco acceso e da una cascata di stelle. Antonia si distrae un attimo ma appena realizza che stiamo fumando si volta di scatto verso di noi; inginocchiata verso La Mecca, tiene una sigaretta nella mano destra, il narghile nella mano sinistra. Signori, la trasformazione si è compiuta: ecco a voi Lorenza d’Arabia.
Il rumore dell’acqua che gorgoglia nell’ampolla del narghile fa da preludio al concerto nel deserto: tredici avventurieri giacciono uno accanto all’altro avvolti nelle coperte e nel silenzio. Finora Giovanni è stato un raro esempio di affabilità e saggezza: dopo essersi distinto per le frequenti sparizioni e ricomparse in molti siti, dovute alla sua grande passione per la fotografia, proprio nel deserto dà il meglio di sé iniziando subito a russare, insieme ad Antonia. E non a russare singolarmente, i due hanno un ritmo cadenzato che diventa un concerto, con uno che parte in alto, l’altra che gli risponde in basso proseguendo con regolarità. Io e gli altri insonni non sappiamo se goderci lo spettacolo o svegliarli in qualche modo, ma è lo stesso Giovanni a farsi sentire spontaneamente poco dopo con una frase che provoca risate generali “Ma che succede? Ah be’ non stavo nemmeno dormendo, non ero mica io che russavo”.

Ad Aqaba!!!

Andare al mare fuori stagione può piacere o può lasciare indifferenti, certo è che il Mar Rosso ha da anni il fascino di un posto bello e vicino. In questo viaggio, sempre di corsa in cerca di siti e città, facciamo una piccola pausa sul Mar Morto, la depressione unica al mondo dove tutti, come sirenette e cetacei di varie dimensioni, galleggiano sospesi dalla elevata concentrazione di sale. Ci arriviamo presto per godere le luci del mattino e ripartiamo appena inizia a fare caldo. Un altro tormentone però mi agita: Aqaba è un mito per Nunzio e per gli ammiratori delle gesta di Lawrence d’Arabia, lui già dall’Italia mi ha chiesto di fare qualche ora di relax sul Mar Rosso e perciò ha portato pinne e maschera. Nei giorni successivi appena può agita il braccio all’aria e grida Ad Aqaba! Questo è il suo prossimo obiettivo, infatti per tutta la permanenza a Wadi Rum mi ripete “ma dopo andiamo al mare?” ed io ogni volta gli confermo che giovedì passeremo ben mezza giornata in spiaggia.
Il 4 novembre di buon mattino salutiamo le guide beduine e, a malincuore, ci allontaniamo dagli scenari spettacolari del deserto che per quasi due giorni ci hanno ospitato. I cellulari, fino ad allora silenziosi, ritrovano il segnale appena torniamo sulla strada asfaltata, ci passa davanti un treno merci (la Giordania non ha trasporto passeggeri su rotaia) e Fabio ha un sussulto, lui che in Italia guida i treni. L’autista ci spiega che trasporta fosfati al porto di Aqaba. Ricevo un messaggio, altri accendono i rispettivi telefoni. Alle 8,30 pure Rosy sente un bip familiare, un’amica le ha scritto ma il suo volto si fa subito scuro ed esclama “Oddio, Bush ha vinto le elezioni!” Per tutto il giorno il gruppo commenta la notizia, acquistiamo un giornale in inglese dove molto spazio è dedicato alle elezioni americane: la moderazione è d’obbligo, in un Paese privo di risorse petrolifere che da tempo si è schierato con l’Occidente.
Il breve tragitto da Wadi Rum ad Aqaba ci mostra territori brulli che, in vista del mare, lasciano il posto a viali bordati di palme, alberghi e un gradevole centro città. Nella rincorsa a ricreare delle oasi per turisti in cerca di facili mete esotiche, questa città è diventata la destinazione prediletta dall’Europa dell’est: lo dimostrano i cartelli in ungherese e ceco, lo confermano i villeggianti dai lineamenti slavi. Seguendo le relazioni e la Lonely Planet trovo che la soluzione più conveniente è il Bedouin Village, un campeggio con bungalow e prefabbricati situato 12 km a sud della città, lontano da tutto, dove solo un’autostrada poco trafficata lo separa da una bella spiaggia. Il manager entusiasta ci noleggia l’attrezzatura e via al mare! L’acqua fredda non spaventa nessuno, anche se io preferisco poltrire al sole per tornare in Italia abbronzata mentre gli altri vanno su e giù per la barriera elencando felicemente liste di coralli e pesci variopinti.
Approfitto per aggiornare il diario e chiacchiero lungamente con un signore giordano, sedicente biologo dell’autorità doganale, che spiega il via vai di camion diretti a sud: tra 20 chilometri inizia l’Arabia Saudita ed Aqaba, il porto più importante del Mar Rosso, vede passare migliaia di cargo diretti in Iraq, con le merci più disparate. Evidentemente il crocevia dei traffici è sempre qui, infatti il Mar Rosso si apre dalla Giordania a nord fino alla Penisola arabica sulla sponda orientale, mentre la sponda occidentale appartiene a Israele e poi all’Egitto. Di fronte a noi dominano i brulli contrafforti del Sinai e, sulla costa, si distingue la sagoma elegante di Eilat. Più a sud spicca una torre bianca che mi incuriosisce: guardo la cartina, è Taba e l’amico giordano conferma che la torre appartiene all’hotel Hilton, è la parte rimasta in piedi dopo il terribile attentato dello scorso ottobre. Fa impressione vederlo a meno di 10 chilometri di distanza, sapendo che proprio lì una bomba ha tirato giù tutto.
Dopo un pranzo frugale sotto il tendone del campeggio è ora di ripartire per l’ultima agognata meta del nostro viaggio: Petra. Imbocchiamo l’autostrada e notiamo una grande bandiera che sventola sul mare, ma non è la bandiera della Giordania, sembra piuttosto quella della Palestina. Che sarà? Per caso Arafat è già morto? No, vengo a saperlo la sera quando scambio alcune battute con il direttore dell’albergo che mi racconta una storia. Lo sceicco degli Emirati Arabi, Sheikh Zayed, è morto martedì a 86 anni. Si stanno ripetendo gli avvenimenti come già cinque anni prima: re Assad di Siria, poi Hussein di Giordania ed infine un altro sovrano se n’erano andati a distanza di poco tempo. Ora sta succedendo lo stesso, a sentir lui la morte dello sceicco e la probabile dipartita di Arafat indicano che i grandi uomini dell’Oriente non vogliono varcare da soli le porte del Paradiso e chiamano altre persone con sé, perciò prevede che un altro re tra breve verrà a mancare. La storia è incredibile ma ha il sapore della verità.

Dal burqa a Burckhardt

Un altro passato è ancora qui, duro a morire per consuetudine o per costrizione, dal momento che bambini e bambine giocano insieme, ma appena le ragazze raggiungono la pubertà debbono coprirsi il volto.

Burqa, hijab, chador sono tre nomi per velare il corpo e lo spirito femminile: sotto che c’è? Se le donne vedono attraverso il velo posso provare a vederle pure io: è facile scorgere occhi curiosi e grandi bocche, che sorridono appena incrociano il loro sguardo con il mio sussurrando un saluto e la solita domanda. Da dove vieni? Ah Italia, bella l’Italia. Parlano inglese, se abbasso lo sguardo scorgo telefonini ultramoderni in mani curate, pantaloni a zampa d’elefante e scarpe a punta, in apparente contraddizione con il velo. Cellulari a parte, poteva essere questo lo scenario che vide lo svizzero Burckhardt quando si avventurò alla ricerca di Petra nel 1812, seguendo segnalazioni in parte avvolte dal mistero che parlavano della città nabatea nascosta in fondo a una gola.


Chissà cosa pensò quando alla fine del Siq si trovò davanti il Tesoro, oltre quaranta metri di colonne e pietra scavata perfettamente a forgiare un tempio misterioso e grandioso.

La perla rosa d’Oriente

Due, tre o anche quattro giorni trascorsi a Petra non riescono a togliere il batticuore: è sempre una grande emozione percorrere i 1500 metri del Siq e, quando meno ce l’aspettiamo, scorgere la sagoma del tesoro che ammicca dietro un angolo, prima come un filino rosa, poi sempre più grande.

All’alba come al tramonto fermarsi qualche minuto è d’obbligo, intorno a noi il silenzio è rotto da carrozze scalpitanti e dal vociare dei bambini che vorrebbero venderci di tutto. L’autista Nader mi spiega che dopo l’università ha partecipato agli scavi nelle case nabatee per ben 45 giorni, “ogni giorno – mi dice – era diverso, non ricordo di essermi annoiato per un solo momento, rapito e sorpreso dalle emozioni che Petra regalò durante tutto il mio soggiorno”. Anch’io, liberata dalla necessità di fotografare ora mi godo tutto, avvolta nella magia e nel mistero della perla rosa d’Oriente.

Com’è Petra? E non possiamo andarci prima? Ecco un’altra domanda ricorrente, e che domanda!

Petra è indescrivibile e, casualmente, è la nostra ultima destinazione dopo tanti bellissimi panorami siriani, libanesi e giordani.

Niente però è paragonabile al tripudio del rosa in tutte le sue sfumature, né alla magia di opere umane perfettamente armonizzate con i giochi di luce e colore, creati da una natura generosa.

In questo fantastico scenario l’arenaria domina su tutto, il Tesoro e il Monastero, la chiesa con i mosaici e l’altare dei sacrifici, la tomba del leone alato e le tombe reali sono la ricchezza più evidente di Petra ma, a parte questi tesori, la vera e incommensurabile ricchezza della città è qualcosa che né le parole né le immagini possono spiegare.

Alla mia seconda visita sono ancora ammutolita da tanta bellezza finché ricordo le parole pronunciate dalla guida beduina due anni prima: “Non fare foto, le immagini più belle sono quelle che porterai dentro di te”. Ha ragione, ora quelle immagini sono mie e lo saranno per sempre.

La guida, dal dizionario

Guida – l’azione di guidare, tanto tranquillo in Giordania quanto frenetico in Siria. Infatti molti italiani visitano tranquillamente Petra e dintorni con un’auto noleggiata, mentre a nessuno consiglierei di fare lo stesso in Siria. Paradossalmente proprio qui, dove i pericoli del traffico sono assai maggiori, abbondano moto e biciclette; misteri della guida. Il nostro autista ha spesso fatto manovre più che azzardate con nostro batticuore generale, eppure ci ha tirato fuori dai peggiori ingorghi, quindi dopo tutto è stato bravo.
Guida – manuale per viaggiare, nei viaggi con Avventure molti sono affezionati lettori della Lonely Planet, altri preferiscono le guide verdi Touring piuttosto che la cara vecchia Routard. La Lonely nei viaggi indipendenti dà in effetti molte preziose indicazioni, a noi ha permesso curiose divagazioni gastronomiche come la passeggiata a Kerak in cerca di una mitica pasticceria, dove in pochi minuti abbiamo fatto fuori due chili di deliziosi pasticcini.
Guida – colui che spiega e illustra i luoghi da visitare, in Siria è obbligatoria e noi siamo in compagnia della bravissima Basima, preparata e disponibile oltre ogni mansione ufficiale. Grazie di cuore e in bocca al lupo, visto che la crisi mediorientale ha colpito pesantemente il turismo e, dai 30 gruppi del passato, ultimamente accompagna solo sei gruppi l’anno, un brusco calo, speriamo che le cose cambino presto. Noi stessi abbiamo incontrato pochi turisti, mai italiani, nei “soliti” luoghi come Palmira ma senza sentirci mai oppressi.

Il ritorno a casa

Una settimana dopo il rientro danno per l’ennesima volta Indiana Jones alla televisione, ed ecco di nuovo lì la perla rosa d’Oriente, che come una donna seducente ora si mostra in tutto il suo fulgore, ora ammicca da dietro una roccia per nascondersi da sguardi indiscreti; ho già voglia di tornarci!
Dimenticavo di dire che questo era il mio primo viaggio da coordinatrice: con linguaggio aziendale penso di poterlo definire un successo di pubblico (i partecipanti) e di critica (l’organizzazione). Il mio gruppo è stato eccezionale sotto tutti i punti di vista: disponibile, flessibile ed instancabile, il meglio che qualsiasi coordinatore potrebbe desiderare. I miei 12 compagni di viaggio rappresentano ben nove regioni italiane, dall’Alto Adige alla Sicilia, con un’età compresa tra 28 e 66 anni. Si sono fatti in quattro per andare sempre avanti, anche sotto il sole più caldo e con la minaccia di saltare il pranzo, per rientrare la sera con la sicurezza di avere visto tutto e con la prospettiva, l’indomani, di un’altra intensa giornata su e giù dal pulmino a caccia di siti e rovine.
Desidero salutare anche i deliziosi abitanti di Petra, che io chiamo i “beduini del terzo millennio” perché hanno mantenuto un sorriso e una genuinità invidiabile, eppure di anno in anno migliorano le loro condizioni di vita.

In particolare Ammarin da due anni mi manda regolarmente email e rinnova l’invito ad andarlo a trovare al Bedouin Camp: lui mi ha chiamato Warda ovvero Rosa del deserto e conclude ogni messaggio con una rosa rossa disegnata.


E ricordo pure la bellissima ragazza, allora sedicenne, che fotografai nel 2002 e ritrovai ritratta nella Lonely Planet con mio stupore. È stata una gioia farci condurre proprio da lei in cima all’altare dei sacrifici, si chiama Manal e già nel nome, Speranza, racchiude la fiducia dei giovani in un futuro migliore.
Grazie – Shukran, a tutti gli amici che mi sono stati vicini prima e durante il viaggio, vi voglio salutare con l’augurio di incontrarci ancora per le strade del mondo, come sempre, Inshallah.

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8 comments

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Probabilmente Macchianera era un agente (non molto bravo, visto che lo avete visto) dei servizi segreti (o meglio, di uno dei diversi servizi segreti) siriani, incaricato di controllare i turisti che girano da soli di notte.

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daniela la prossima volta vi racconto del kamikaze palestinese VUOI?

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che viaggio meraviglioso …
mi hai fatto venire una voglia di partire che non ti dico. Archeologia e deserto sono un’accoppiata vincente di molti miei viaggi e ogni volta che vedo delle foto come le tue mi sciolgo come neve al sole.
Aspetto curiosissima a questo punto quelle che vorrai condividere per “Le pietre dei miei viaggi”
Monica

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già meraviglioso. e se penso che oggi in siria si menano e si ammazzano, e magari delle persone che ho incontrato e/o fotografato magari non ci sono+ mi viene il magone. e mi viene il magone anche xk la prima partecipante iscritta al mio primo viaggio da coordinatrice, antonia, non c’è+. e cmq ad aprile sono tornata in giordania, “attaccandola” stavolta a israele. e ci tornerò sai? sarà un posto banale ma mi attrae quasi come terre+ lontane, l’india, la cina… vabbuò basta mi metto al lavoro. PS com’è che conosci la laura F?

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già! tutto quello che scrivi è vero …
Laura la conosco perchè abitiamo a pochi km di distanza e abbiamo una carissima amica in comune

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caspita ma siete vicine, quindi se le ho promesso, e le mie promesse sono quasi minacce ehehehe, che vado a trovarla magari poi ci stringiamo la mano! e vi porto le mie ottime conserve da assaggiare anche se laura è talebana sulle ricette delle conserve vegetali e infine assaggio qualche yogurtino nuovo yummi (ma non so se si può)

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