CARTELLI – ZONA INDUSTRIALE. Oggi vado a Pordenone a vedere un laboratorio di analisi che cominciai a frequentare per lavoro vent’anni fa, ora impiega alcune decine di addetti e, mi assicura il direttore, è ancora in forte sviluppo. Chissà se ci verremo incontro per lavorare insieme. Questo pezzetto di Friuli vicino alla mia casetta ha così poco del Friuli che l’ho sempre considerato una propaggine del Veneto. Erano anni che non ci passavo ed è cambiato proprio tutto, dalla SS Pontebbana ormai privata della maggior parte dei platani, un tempo bordo naturale che la segnava come un merletto sino a Udine, allo skyline squadrato e freddo dei capannoni che ha sostituito la più naturale visuale verso nord, fatta di campi, case e montagne. La scritta gialla su fondo nero che indica una zona industriale è la croce e delizia dei miei giri per lavoro, la cerco e quando la trovo ne vorrei fuggire. Osservo operai che escono in pausa pranzo e penso poverini! Ma poi sono contenta che se loro lavorano magari va tutto bene. Vedo alla mia sinistra il lungo profilo della Electrolux, che solo vent’anni fa si chiamava ancora Zanussi, che ora ha delocalizzato tante produzioni nell’Europa dell’est, e l’inquietante sequenza di cessi e bidet bianchi impilati della Ideal Standard, che si susseguono in file interminabili. E centri commerciali ovunque, tristi e vuoti. Anche se qui, a parte il laboratorio di Pordenone, il pane per i miei denti è proprio scarso, esco contenta e speranzosa dalla mia chiacchierata. E il giorno dopo passo mezza giornata nella Z.I. Più grande e importante della mia zona, a Vittorio Veneto. Qui si ragiona eccome: impianti per la produzione di alimenti e bevande, cucine e sistemi intelligenti di cottura, imbottigliatori di vino con annessa attività commerciale, una grossa azienda di ristorazione, e una lunga striscia di metallo a terra, le traversine del treno locale. Bene bene, qui dovevo venire.
MIGRAZIONI. Sono io quella che migra, lo capisco dai miei continui spostamenti tra la Milano che (ancora) mi chiama e il Veneto, per il quale provo (ancora) odio e amore. Nelle biblioteche dell’alto trevigiano raccolgo informazioni e documentazione sulle ondate migratorie, non solo le più recenti della seconda metà del Novecento. Gli spostamenti di massa dei miei compaesani iniziarono addirittura nel 700, proseguirono a seguito dei moti del 1848 e infine furono promossi nel periodo fascista e nel secondo dopoguerra. Dal Veneto venivano coloro che emigrando diedero vita a nuove città come Latina, e portarono braccia forti a scavare nelle miniere di mezza Europa, inclusa la tristemente nota città di Marcinelle in Belgio. Io passavo per Marcinelle vent’anni fa quando studiavo là vicino con il progetto Erasmus, l’epopea delle miniere era ormai in esaurimento ma ancora vi trovavo immigrati veneti e meridionali che lasciavano il paese natale per svolgere i mestieri più umili. Mi si stringeva il cuore quando ci parlavo, mi facevano sempre una grande tenerezza, anche se a volte incredibilmente facevo fatica a capire la loro parlata stretta intrisa di espressioni dialettali. Giravo in autostop con l’incoscienza dei miei vent’anni per evitare gli improbabili, scomodi orari dei bus pubblici, mi è andata sempre bene ma ora che ci penso mi spavento un po’. Quelli erano proprio gli anni in cui imperversava il mostro di Marcinelle, che seviziò e uccise diverse giovani donne prima di essere catturato e arrestato. I veneti sono ovunque, nel tempo hanno popolato vaste aree dell’Europa centrale, del Sudamerica e dell’Australia. Peccato che ora quelli che sono tornati votino per la Lega, dimostrando scarsa memoria storica e ancora più scarsa solidarietà verso gli stranieri che oggi sono costretti a venire in Italia a cercare un lavoro.
MIGRAZIONI 2.0. Eccoli i migranti del terzo millennio, ora che mi è chiara l’abbondante letteratura locale dedicata all’emigrazione veneta, posso concentrarmi sull’immigrazione verso il nostro paese e cercare un’ente a cui interessi raccogliere le loro testimonianze, le storie di chi ce l’ha fatta e si è costruito una vita qui in Italia. Ma anche andare con loro nei Pesi d’origine a vedere le condizioni di vita nelle città e in campagna, le famiglie che si uniscono e si dividono, gli equilibri sociali che mutano, senza l’occhio del turista.
CURRICULUM. Nella mia ricerca di collaborazioni ho mandato decine di CV per email, sia alle aziende sia alle società di selezione. Ometto di esprimere un giudizio scritto su queste ultime, mentre spero sempre che alle aziende, almeno quelle che esportano e sopravvivono decentemente in questi tempi bui, il mio profilo possa interessare. Sto scoprendo con sgomento che tantissime realtà hanno piacere di ricevere CV “brevi manu” anche per vedere i candidati e a volte scambiare due parole con loro. Ho sempre temuto che tale modalità fosse poco professionale, e che la comunicazione via web l’avesse spazzata via definitivamente. Invece no, in questi giorni dalle mie parti ho sentito dire dalla viva voce di un’impiegata che alla direzione fa sempre piacere ricevere CV di persona. Chiacchierando con le mie amiche milanesi abbiamo pensato che ciò possa avere un senso: da un qualsiasi computer in qualsiasi momento si possono spedire decine, centinaia di CV, anche così per provare, mentre chi lo porta in azienda è sicuramente più interessato ed è disponibile a mettere la sua faccia per farsi vedere dentro l’azienda. Ha senso. Vedremo.
BIGLIETTI DA VISITA. Avrebbe gentilmente un biglietto da visita da lasciarmi, così mi ricordo di voi? Con queste parole do sempre il mio biglietto da visita alle persone che incontro per lavoro, ma osservo spesso che il mio interlocutore ne è privo o a volte tentenna per darmene uno, non capisco nemmeno se davvero non ce l’ha o se questa è una tattica, il cui scopo però mi sfugge. Tutto qui.

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