Da piccola imparavo facilmente i nomi scientifici delle piante, papà si divertiva a giocare con me e, quando mi insegnava quelle parole strane, me ne spiegava il significato: sapeva che si sarebbero stampate in un angolo sicuro del mio cervello, dove peraltro si trovano ancor oggi. Questo gioco era particolarmente divertente con i funghi, quarant’anni fa nei nostri boschi nelle Dolomiti c’erano ancora ben pochi cercatori di funghi. Prima di ogni passeggiata nel bosco mi ricordava di raccogliere solo quelli sicuri, meglio uno di meno che uno di più : se non commestibile non avrebbe potuto riprodursi, peggio ancora se velenoso – il veleno contenuto in alcune specie non perdona.
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Al campeggio papà era il referente esperto , al quale si rivolgevano per consultazione tutti coloro che rientravano da una battuta di ricerca nei boschi. Imparai presto a tenergli compagnia e seguirne le spiegazioni, finché i vicini di roulotte cominciarono a chiedere informazioni direttamente a me.
Un giorno per divertimento diedi un nome a caso al fungo che mi mostrò un signore. Pholiota ganturana , lo chiamai con fantasia. Quella sera il signore tornò alla nostra roulotte con il fungo in una mano e il libro dei funghi nell’altra, cercava ancora la Pholiota ganturana e chiese lumi a papà. Entrambi si stupirono quando confessai di essermi inventata il nome di sana pianta, avevo scherzato. Quando se ne andò mi aveva già perdonato e, quel che è più importante, non aveva mangiato il fungo. Al suo posto mi sarei arrabbiata ma ero davvero una bambina a quell’epoca.
Morale – fidarsi è bene, non fidarsi è meglio.

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