5 gennaio 2013, dalle Gorges du Ziz a Merzouga ed Erg Chebbi.
L’Italia e il Marocco sono due paesi accomunati dalla grande varietà dei paesaggi, ma da noi non c’è il deserto e per me questo è un motivo più che sufficiente per tornare periodicamente in Nordafrica , anche se alla fine di queste visite mordi e fuggi sento sempre un senso d’incompiutezza. Per i miei compagni d’avventura alle prime esperienze questa è invece un’ottima opportunità di “assaggiare” un ambiente speciale, puro e pulito, e molto più pieno di vita di quanto la parola deserto possa far pensare. Certo andiamo in posti molto turistici e stiamo più che altro in un circuito preconfezionato, fatto di visite a orari stabiliti e tappe molto commerciali (in cui a volte confesso di annoiarmi se confronto questo viaggio con altri più avventurosi) ma innanzi tutto ai miei ragazzi piace molto ed è questo che conta. E poi se posso tornerò, inshalla.
In bus vediamo alcuni scorci delle gole, molto brulle e con il corso del fiume Ziz , basso a quest’epoca, a tratti addirittura ghiacciato. Fa un gran freddo per quasi tutta la mattina, nelle nostre brevi tappe visitiamo paesi caratteristici come Er Rachidia e Rissani , o il villaggio della sorgente blu di Meski , dove scorre acqua azzurra limpidissima, che nel nome ricorda il colore dei tuareg, gli uomini blu. Il paesaggio roccioso del primo mattino lascia il posto a oasi verdeggianti, fertilissime, bagnate ora da un fiumiciattolo, e poi a una piana brulla di ciottoli e sassi scuri, rocce granitiche e basaltiche. Finalmente fa un po’ più caldo. A Maadid le costruzioni in fango e paglia hanno una durata limitata nel tempo e si sgretolano facilmente nella stagione delle piogge, pertanto ogni anno devono subire una nuova intonacatura esterna, ed essere costantemente puntellate con dei complessi lavori di manutenzione. Le case sono costruite a breve distanza le une dalle altre così le mura esterne forniscono un ottimo riparo alla calura estiva, mentre il perimetro esterno del villaggio è coperto da foglie di palma, gli si può girare attorno in una gradevole frescura. Maadid ha un impianto urbanistico che mi ricorda, seppure in scala minore, la stupenda Ghadames in Libia, che visitai quasi 10 anni fa. Visitiamo una casa che nella distribuzione degli spazi assomiglia ai monolocali delle nostre città, con un ampio spazio living, sofà più letti semplici ma funzionali, un angolo cottura attrezzato con stoviglie e suppellettili. L’anziano padrone di casa sfoggia vecchie foto di quando fece la comparsa in vari film, tra cui quel Marrakech Express che ha dato il nome al nostro viaggio. Sbircio una stanza poco lontana con accesso separato e vi fanno capolino alcune caprette che mi guardano con curiosità.
Erfoud è sede di scavi paleontologici che portano ancor oggi alla luce reperti fossili del Giurassico, quali ammoniti e trilobiti, in quantità e dimensioni notevoli. Sono vecchi di centinaia di milioni di anni e risalgono all’epoca in cui qui, come nelle nostre belle Dolomiti, c’era il mare. Mi impressiona molto pensare ai diversi destini che hanno subito zone della terra un tempo piene di vita, che ora sono montagnose o desertiche. Purtroppo i fossili sono in vendita (una pratica che a mio avviso andrebbe disincentivata) alle bancarelle sulla strada dove costano pochi dirham, oppure in mega negozi dove i pezzi sono anche foggiati a soprammobili di varie dimensioni (fontane, oggetti per la casa ecc.). Qui si può pagare anche con carta di credito, ma a prezzi pazzeschi. Si intravvedono le prime dune rosse di Merzouga, oasi, paesi carini, dromedari al pascolo.
Acquistiamo frutta e pane, ma anche l’occorrente per un magico happy hour sotto le stelle: birra, coca cola e un liquore alle erbe economico ma adatto allo scopo. All’ora di pranzo ci fermiamo con le nostre cose da mangiare a Khamalia , un piccolo agglomerato di case dove ci viene offerto lo spettacolo di canti e balli degli uomini che qui chiamano gnawa dal nome del Ghana , che era il loro paese d’origine, anche se molti lo chiamano villaggio sudanese. In effetti sia i loro lineamenti scuri sia le loro movenze mi ricordano la Nubia, dove mi trovavo un anno fa. Faccio molte foto e prendo il sole, sono contenta. Poco dopo le 14 siamo all’imboccatura di Erg Chebbi , in hotel ci danno due stanze d’appoggio per i bagagli e alle 15 lasciamo la strada in groppa a 14 dromedari. Siamo davvero una bella carovana, e sebbene non stiamo mai zitti come la guida ci aveva consigliato, le dune viste così sono un grande spettacolo. Il tepore del sole ci ricompensa del freddo che abbiamo sinora patito e, man mano che ci addentriamo tra le dune, il panorama diventa sempre più bello. Faccio a piedi l’ultima mezz’ora di percorso, così riposo i muscoli doloranti e fotografo questo spettacolo, per me non nuovo ma sempre bellissimo: dune rosse e cielo blu.
Alle 17 siamo al campo, ben attrezzato con un circolo di tende e uno spiazzo nel mezzo, vasche per l’acqua, pannelli solari, bagni e una sala cucina in muratura. Molliamo gli zainetti nelle tende e saliamo sulla duna più vicina per un’ora a vedere uno splendido tramonto: il sole scende velocemente dietro l’orizzonte quand’è ancora molto luminoso, a ogni minuto terra e cielo cambiano colore passando ai toni dell’ocra, arancio e marrone. Dalla parte opposta del cielo salgono uno spicchio di luna, Venere e le prime stelle che poi, quando fa buio davvero, diventano un altro spettacolo di luce, una cascata di astri di ogni dimensione. Ora fa fresco ma non dobbiamo ancora coprirci molto, al campo allestiamo l’aperitivo esclusivo a lume di candela e ricominciamo a scambiarci parole di confidenza. Ore 19 cena, ore 20 di nuovo sulla duna a vedere le prime stelle cadenti dell’anno sperando che siano di buon auspicio per tutti. Ore 21 tutti attorno al fuoco a cantare e ballare, i “padroni di casa” berberi ci allietano con canti e percussioni locali che alterniamo intonando canzoni italiane. Ora fa freddissimo, la fatica maggiore è andare nelle tende e cercare di dormire, chi nel sacco a pelo chi sotto le coperte fornite dall’organizzazione. Siamo intorno allo zero e tenersi caldi tutta la notte è davvero un’impresa.

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