Tra terra e mare, tra Italia e Mitteleuropa, la cucina friulana ha molto da offrire: i piatti poveri, ma poveri solo di nome, della tradizione gastronomica di una terra aspra (la jota, i cjarsons, la brovada, e soprattutto il frico che adoro – prometto di postare la ricetta), le delizie dei prodotti tipici oggi apprezzati sulle tavole di tutto il mondo (per primo il prosciutto di San Daniele ma anche il prosciutto di Sauris e il formaggio Montasio) e diversi vini DOC e DOCG uno più buono dell’altro. Le Grave e il Collio sono le aree più vocate, come dicono i tecnici, per la produzione vinicola regionale. Ne faccio un elenco sintetico tralasciando i vitigni internazionali, che qui comunque sono rappresentasti in modo eccellente, per farci venire l’acquolina in bocca con qualche vitigno autoctono: tra i vini rossi spiccano Refosco dal peduncolo rosso e Schioppettino. Tra i vini bianchi, forse l’espressione migliore di un territorio che prende il meglio dalle vicine montagne e dalla mitezza del mare, Sauvignon, Traminer, Ribolla gialla, Verduzzo di Ramandolo . Ne ometto uno di cui parlerò tra poco… Pochi sanno che si coltiva anche l’ulivo, per una produzione d’olio piccola ma pregiata, ma questo in Venezia Giulia a ridosso del Carso triestino. Quante cose buone da assaggiare! E un blogtour che si rispetti non può prescindere dall’assaggio delle specialità locali.

Venerdì sera alloggiamo a Udine al Vecchio Tram, un hotel in pieno centro, fresco di ristrutturazione e improntato all’essenzialità e al calore.

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Nulla a che vedere col design minimalista oggi tanto di moda: gli arredi sono caldi e moderni, gli accessori funzionali. Le stanze sono decorate con mobili e cuscini colorati, e infine lo staff è squisito. Anche la colazione è squisita, il piccolo spazio disponibile al piano terra è in realtà un buffet ricco e completo, che include prodotti speciali per chi soffre di allergie e intolleranze. Il vicino parcheggio convenzionato è una comoda soluzione per chi arriva in auto, Udine è comunque una città piccola ed anche arrivando con il treno l’hotel è raggiungibile a piedi in pochi minuti.

Raggiungo i miei blog – compagni all’osteria la Ghiacciaia, lungo la roggia che taglia il centro storico, circondata da vecchi palazzi. Non scrivo nulla di questa città perché vi ho trascorso i cinque anni dell’Università e se inizio a scrivere parlo solo di questo. La breve passeggiata da e per l’albergo mi provoca tanti tuffi al cuore, a ogni angolo ricordo le scorribande diurne e serali con i miei amici e noto con piacere che Udine è ancora in gran parte la città di un tempo. Accompagnata da un’ottima birra artigianale, la nostra cena trascorre tra presentazioni e chiacchiere, allietate ovviamente dai prodotti tipici friulani, a cominciare proprio da un tagliere di salumi e formaggi tipici.

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Sabato sera stiamo a Venzone, il paese delle mummie e della lavanda.

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Non ho mai approfondito queste tematiche che rimandano a tempi antichi e a suggestioni forse di altri luoghi.

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Dopo la salita al Pal Piccolo, una gita faticosa ma emozionante, e la visita al museo della Grande Guerra di Timau, siamo stanchissimi e abbiamo voglia di riposarci prima di cena.

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Non abbiamo molto tempo ma la grande curiosità di trovarci nei paesi più colpiti dal terremoto del 1976 ci porta a passare qualche minuto proprio nel centro di Venzone, dove il Duomo è forse l’unico monumento che la tenacia dei friulani ha consentito di ricostruire fedelmente, pezzo su pezzo, sino a farne quasi un simbolo della voglia di ricominciare a vivere.

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Un esempio forse unico nel triste panorama delle ricostruzioni post terremoto (o altre catastrofi) in Italia, quando di solito prevalgono la furia accaparratrice, gli interessi dei palazzinari e il desiderio di ablazione della storia passata in favore di una squallida e fredda modernità. Lasciamo perdere!

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Entrare in una chiesa antica dove ogni pezzetto di pietra e affresco è stato riposizionato al suo posto, dove il silenzio e il rispetto sono palpabili, è emozionante. La statua di legno di tante braccia protese verso il cielo è come un grido silenzioso che fa rabbrividire.

Andiamo al volo in agriturismo.

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Casali Scjs si trova appena fuori dal paese, per arrivarci troviamo un altro cartello evocativo che mi fa tanta voglia di esplorare la Carnia con calma. Bordano, qui vicino, è noto come il paese delle farfalle. Qui un parco speciale ospita infatti in serre tropicali migliaia di farfalle libere di volare, come recita la brochure istituzionale.

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Io però mi sono innamorata dell’agriturismo, anche se il padrone mi ha spiegato che non ha più tempo di fare tutto e ha affidato la ristorazione a una società esterna.

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Poco male, quando arriviamo nel tardo pomeriggio vi è un pranzo nuziale, per fortuna alle battute finali, quando i bambini scorrazzano sul prato chiedendo a turno di mangiare – dormire – andare in bagno, e gli adulti cercano una scusa per poter tornare a casa.

Tintinnio di calici: noi siamo da meno? No!

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Un aperitivo è quello che ci vuole, chiedo alla gentile signora che ci serve se possiamo avere del vino bianco. Friulano? Si certo è la mia risposta nel nostro rapido scambio di battute. E qui interviene il compagno di tour che mi squadra ed esterrefatto commenta: ma come, non lo vorrai mica campano, o pugliese? Sorrido, me l’aspettavo. Eppure pochi sanno che da qualche anno Friulano è il nome del vino comunemente chiamato Tocai, che una follia dell’unione europea ha attribuito come denominazione d’origine solo all’omonimo vino ungherese. No comment. La signora arriva subito con una bella bottiglia chiara, senza etichetta, e due calici che riempie generosamente. Che meraviglia! Nel friulano ci sono tutti i profumi delle colline scaldate di giorno dal sole, rinfrescate la sera dall’aria che scende dalla montagna. Aromi floreali e rotondità, quasi velluto in bocca, un vino ottimo, rigorosamente sfuso come dovrebbe essere in questi posti, senza negare che in certe occasioni sia carino stappare una bottiglia in compagnia, ma per noi va benissimo così. Berremo sempre vino sfuso in questi due giorni stupendi in Friuli, Tocai (o Friulano) come vino bianco, Cabernet come vino rosso, spesso serviti in caraffe di ceramica come si usava una volta. E non è finita, al momento di pagare chiamiamo la signora: due friulano, chiediamo. Due, risponde. Sì, due friulano, insistiamo. Due – replica. Insomma: due calici di vino ottimo per due euro. Sappiatelo quando vi fate stappare una prestigiosa bottiglia: il vino sfuso forse è una buona alternativa.

Tolmezzo, antica trattoria al Borgat, ci accoglie per cena in un ambiente speciale che sembra fuori dal tempo.

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Arredato in modo quasi kitsch, e comunque non stonato, è pieno zeppo di ornamenti e decori di ogni materiale, sia alle pareti sia sul soffitto, incluse centinaia di bottiglie collocate ovunque, cartelli che parlano del menu e una simpatica pergola finta con grappoli d’uva ricavati tagliando a rondelle i tappi di sughero.

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Originale, non c’è che dire, anche se la cucina è quanto di più tradizionale possiamo provare, dallo sformato di verdure…

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allo spezzatino di maiale in salsa…

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sino a una torta di mele che a mio avviso vale da sola la visita.

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Domenica mattina, prima di partire per il Friuli collinare faccio due chiacchiere con Antonio Sacchetto, lo squisito titolare del casali Scjs, di famiglia veronese e con un passato da migrante in Germania prima di tornare al suo paese.

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Non capisco perché nella sua ricchezza interiore non abbia pensato ad arricchire la sua colazione, non degna a mio avviso di un agriturismo che si rispetti. Basterebbe che preparasse pane fresco, biscotti e marmellate degne di questo nome e ne farebbe una colazione allegra per tutti gli ospiti, invece di quelle poche cose che ci ha messo in tavola. Ma il resto è davvero carino: le semplici stanze danno sulla campagna dove di sera si sentono solo i rumori degli insetti, la corte di fronte è piena di attrezzi agricoli all’esterno e foto d’epoca all’interno, che raccontano la storia del Friuli.

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Il signor Sacchetto fu eletto sindaco di Venzone alla fine del 1975, sei mesi dopo ci fu il terremoto che lui ricorda come un momento di grande rottura, terribile e faticoso, ma che alla fine gli fece toccare con mano la solidarietà dei suoi compaesani, sia quelli rimasti nella loro terra sia i numerosi emigrati che si diedero da fare per portare un aiuto. Campeggiano all’ingresso la medaglia al valor civile di cui fu insignito per il suo impegno in qualità di primo cittadino, le foto con Sandro Pertini e una vecchia copia dell’Avanti!

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Devo corrergli dietro per fargli finire il racconto ma è tardi e scappa a lavorare: intravedo l’orto dove la nostra simpatica ostessa del giorno prima sta raccogliendo verdura fresca e piante aromatiche, e uno spazio aperto adibito a maneggio più le stalle per cavalli e pony. Se ci fossero i miei nipotini vorrebbero salirci in groppa!

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Domenica infine, dopo le visite al forte di Osoppo, al ponte di Pinzano e al castello di Ragogna scendiamo verso Udine e ci fermiamo a pranzo nella splendida patria del prosciutto. A San Daniele del Friuli, nome completo, si respira già aria di festa: la manifestazione omonima si terrà a fine giugno e riempirà la cittadina di gente, ma soprattutto del profumo di questo prodotto pregiato.

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Ristorante al Cantinon è un luogo elegante dove i piatti tradizionali diventano ricchi ed eleganti.

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Se scrivo Scrigno e brusadole forse non si capisce cosa mangiamo.

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Il primo è una deliziosa sintesi del Friuli migliore: tagliolini saltati nel vino friulano, con striscioline di prosciutto di San Daniele, cipolle e formaggio Montasio. La seconda è una coppa di maiale fatta al forno con contorno di patate, ma non so cos’altro ci mettano dentro: dev’esserci l’ingrediente segreto, perché è tutto squisitamente speciale. Il vino bianco e rosso è ovviamente sfuso, e a fine pasto siamo viziati con due cosine proprio leggere: le esse (biscotti di pasta frolla dalla forma omonima) da intingere nel verduzzo di Ramandolo e, last but not least la gubana, “il dolce delle valli del Natisone” innaffiata come si conviene con la grappa e probabilmente servita per farla assaggiare ai blog compagni che vengono da lontano e non la conoscono.

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Il Cantinon è anche una onlus e gestisce pure l’hostaria al parco di Aquileia.

Non ho nulla da aggiungere a questa ricca panoramica di delizie enogastronomiche, spero di tornare prestissimo in Friuli, o anche in Venezia Giulia, un’area completamente diversa ma altrettanto ricca e meritevole d’attenzione. Nei mesi caldi magari potremo mangiare in una frasca in Friuli o in una osmiza sul Carso, le perle dell’ospitalità casalinga con poche cose da assaggiare, possibilmente autoprodotte. Desidero ringraziare la Regione Friuli Venezia Giulia nella forma di Turismo FVG per avermi ospitato in questa bellissima avventura ottimamente gestita dai nostri accompagnatori: Cristina, Alice e Nicola. E saluto con affetto i miei squisiti blog compagni: Serena, Monica e Salvatore. Ma il racconto del blogtour non è finito, seguitelo sui blog Girovagate e Gamberettarossa. A presto, Mandi!!

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