Martedì 28 06 – Passo la notte in bianco. Dopo colazione saliamo a piedi sulla collina che domina Kharkhorin dall’alto, vi sono uno stupa e un memoriale, nuovissimi, dedicati all’impero mongolo: tre mappamondi colorati ne mostrano l’evoluzione sino ai tempi di Gengis Khan e Kublai Khan. Metri e metri di assi di legno sono piene dei souvenir – paccottiglia cinesi che tanto piacciono ai turisti (!!!). Ritornati al camp, prima di partire riceviamo la “benedizione” dal personale, un simpatico rituale che rivedremo spesso: spruzzano tre volte il latte di yak verso di noi, in alto verso il cielo e in terra. Un brutto sterrato privo di cartelli e indicazioni ci porta a Kharbalgas, le guide la dipingono come una città fantasma ma la realtà supera la fantasia.

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Lost in Mongolia: in una piana arida sferzata da un caldo vento, svetta una spessa cinta muraria fatta di piccoli mattoni, che sono stati lungamente violati ed ora stanno in piedi in più punti, eroicamente, a ricordo dei gloriosi tempi andati.

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Tutto qui, se un archeologo ci spiegasse qualcosa sarebbe meglio, nella solitudine lasciamo correre l’immaginazione e pensiamo che sotto di noi ci sia ancora tantissimo da scavare.

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Anche in presenza di fondi stranieri, il recupero di Erdene Zuu, Kharbalgas e altri siti avrà bisogno di un forte sostegno economico. Pranziamo in una guanz con buuz, i ravioli locali, spaghetti di soia, beviamo il tè caldo con il burro ma anche l’airag, latte di giumenta fermentato, preso lungo la strada (strano ma buono).

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Nel primo pomeriggio, a Tsetserleg, visitiamo il museo dell’aimag collocato nel monastero di Zayiin Khuree, un edificio bellissimo e ben conservato con reperti e pezzi antichi riguardanti la storia della Mongolia: le tradizioni popolari legate alle conquiste militari, l’allevamento, il nomadismo, fino agli eroi di oggi con foto e biografie altisonanti e patetiche, con uno stile russo che i mongoli hanno mantenuto anche dopo l’indipendenza.

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Poi raggiungiamo il camp presso Taikhar Rock, misterioso monolite che si erge su una spianata.

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Ci avviciniamo agli yak al pascolo ma essi ricambiano con uno sguardo minaccioso.

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Ammiriamo i giovani dal fisico scolpito che si allenano nelle gare di lotta che si terranno a UB durante il Nadaam Festival. Dopo cena Gianni, il ns partecipante “tecnologico” ci mostra le bellissime foto scaricate sull’ipad, è così attaccato a quest’aggeggio che sembra una propaggine del suo corpo. Ancora non mi convinco che la tecnologia e l’immediatezza siano meglio dell’attesa.

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Le mie diapositive sono ormai cose di un altro mondo ma non le mollo.

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