Dove sorgeva il prestigioso Teatro Smeraldo, in piazza XXV aprile, due settimane fa ha aperto Eataly Smeraldo, l’ultimo tempio dell’enogastronomia italiana firmata da quel genio del marketing di Oscar Farinetti. Uno che ha venduto elettrodomestici per anni e, quando si è stancato, ha ceduto tutto e si è messo a vendere il meglio del cibo e vino italiani. Ci sono andata lo scorso martedì 18 marzo con la curiosità del primo giorno, dopo le mie visite al supermercato di Roma il 2 luglio 2012, al decimo giorno di apertura, e a Torino lo scorso 6 maggio.

Per arrivarci bisogna correre e sgomitare nel traffico, per parcheggiare poi in modo rocambolesco (ma praticamente di fronte all’ingresso), fare una bella coda per entrare, sgomitare fra avventori giustamente esaltati e finire con la coda alla cassa, con dei bei grissini sottobraccio. Farinettino, il figlio di Oscar che è tutto suo padre, siede dimesso per quella che sembra tanto un’intervista.

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Tutto si svolge come da programma, come negli altri supermercati (almeno i due che ho visto): vi sono le isole con le merci e i marchi riconoscibili: il gelato e la pizza, il pane e l’ortofrutta al piano terra.

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Un tripudio di prodotti di origine animale, carne pesce e derivati, è invece al primo piano, con decine di prosciuttoni penzolanti dal soffitto.

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Al secondo piano vi sono spazi più istituzionali, le sale degustazioni e gli uffici.

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E poi tanto vino, le birre artigianali, il caffè. Quante cantine sono state salvate dall’opera meritoria di Farinetti? Se non fosse che ogni tanto ha qualche idea delirante, e fuorviante per il consumatore come quella cosa che chiama vino libero, lo si potrebbe definire tranquillamente un benefattore.

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Alti cibi è il claim di Eataly, alti sono i prezzi o almeno il valore medio della merce esposta, salvo poi trovarvi occasioni temporanee che è il caso di acciuffare al volo.

Farinetti è piemontese, in una recente intervista ha detto “tutte le cose buone dell’Italia vengono dal Piemonte”.

Non sono d’accordo con lui ma ha fatto un bel colpo con quest’insegna. Eataly nasce a Torino, il Lingotto è stato il primo Eataly aperto, seguito dai negozi all’estero (Usa, Giappone), Roma e ora anche Milano. In provincia ci sono negozi più piccoli, iniziativa lodevole per avvicinare al verbo degli alti cibi chi abita lontano dalle città.

Eataly è innanzi tutto un supermercato, e gli utenti dovrebbero dirmi che gusto c’è a cercare qui tanti prodotti a libero servizio, che si trovano anche nelle altre catene della distribuzione, o in una gastronomia dove siamo sicuramente serviti meglio. O prodotti che a mio avviso non hanno nulla dell’eccellenza, come le insalate in busta o cose del genere. Odio e amore insomma, questo mi ispira Eataly, un sentimento contrastante che mi fa sempre entrare con curiosità e, dopo poco tempo, uscire con tanta perplessità.

Al di là dell’attenzione maniacale per la comunicazione e i dettagli, altri aspetti come la gestione del personale, la tutela ambientale e la sicurezza non mi sono altrettanto chiari. Ma non spetta a me parlarne, preferisco raccontare aneddoti da esperienza personale o di amici.

Non c’è nulla di buono a chiedere un panino “morbido” con la mortadella e trovarsi tra le mani un panino molto croccante, con dentro una mortadella non certo di quelle grosse e pregiate. Perché usate queste piccole? Chiedo. Perché vado meglio a maneggiarle, mi risponde la commessa. Ecco.

Mi darebbe una coca cola per favore? (questa è giusta) Noi teniamo solo bevande gassate italiane, risponde la commessa porgendo una bottiglietta di vetro della nota casa amica di Slowfood (e di Eataly).

Avrei bisogno di un #hashtag, per favore mi conferma se quello corretto è (scandisco) eataly – milano – smeraldo o piuttosto eataly – smeraldo – milano? Mi scusi, sa che non lo so? Le servirebbe per mandarci una email? Vuole lasciarci il curriculum? Va be’ lasciamo perdere.

Poi parlo con amici che viaggiano come e più di me e mi ricordano l’evento mondiale che inizierà a Milano tra poco più di un anno. Expo 2015 sarà, nell’intenzione degli organizzatori, una vetrina per Milano e per l’Italia. Io non ci ho mai creduto e finché non vedrò cosa ci combinano rimarrò scettica. Mi fanno notare che uno straniero in visita per Expo, tanto più nell’edizione milanese dedicata all’alimentazione, passerà sicuramente da Eataly, per avere disponibili tanti prodotti da vedere, assaggiare e acquistare, tutti e subito, comodi, senza andarsi a cercare i deli shop di una volta, le botteghe, gli artigiani del cibo.

Ottima idea andare da Eataly, ma nella mia concezione di commercio che dovrebbe essere vitale e redditizio per tutti replico alla mia maniera. Se Eataly non ci fosse, questi signori andrebbero in tanti negozi diversi, farebbero acquisti e arricchirebbero diverse persone. In quest’ottica, come per tutte le situazioni in cui una nuova insegna della distribuzione entra in un territorio, c’è il rischio concreto che molti commercianti perdano clienti e debbano chiudere; è il mercato bellezza, ma mi dispiace.

A Milano, per mantenere la vocazione del teatro sulle cui ceneri è nato, Eataly propone concerti gratuiti nelle ore serali.

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Non so che tipo di performance vi si terranno, una sera passando in auto vedo una folla in ascolto accalcata alle vetrate. Un’amica mi racconta. Stavo cenando tranquilla e a un certo punto è iniziata una musica assordante, non c’era più modo di mangiare in pace. Peccato.

E tu sei stato da Eataly Smeraldo? Che te ne pare? Ti è piaciuto? Raccontami la tua esperienza! Grazie!

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