Ricordo perfettamente lo spot degli anni 80 (studiavo, erano di sicuro i mitici anni 80) con una tavola imbandita e i commensali che in silenzio mangiavano un piattone di spaghetti. Oggi ci ho pensato, ma non era un bel pensiero.

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Il pastificio Agnesi di Imperia a breve chiuderà, lasciando a casa la maggior parte dei dipendenti e con prospettive di lavoro incerte anche per i pochi che si potrebbero salvare dal licenziamento. La notizia che sento stasera, gracchiata dalla radio che mi accompagna nel mio ennesimo viaggio in auto verso casa, mi lascia sgomenta. La sentenza di morte di un mio vecchio storico cliente non era nell’aria, io almeno non me l’aspettavo.

Eppure è l’ennesima volta che cerco appunto un vecchio cliente, non necessariamente per parlargli di lavoro (ma anche solo per chiacchierare) e sento che le serrande sono scese per sempre. Agnesi per me era due cose: la pasta fresca prodotta a Rimini, in quello che prima era il pastificio Ghigi, e la pasta secca prodotta appunto a Imperia. Due aziende nate separate, unite da una multinazionale francese per tornare infine in mani italiane, accomunate dal destino dei produttori di alimenti italiani, ceduti prima o poi a una grossa società o un fondo che solo in alcuni casi ha sviluppato il business, preferendo più spesso la facile via di prendersi le quote di mercato e chiudere.

Quando il dottore di Rimini, responsabile QA, mi comunicò la chiusura al telefono, lui aveva la voce rotta e io non potevo crederci. Capisce dottoressa cosa fanno questi? Pensano che tutti siano capaci di fare le tagliatelle e ora pretendono di farle fare ai nostri colleghi piemontesi. Ma non è così, noi qui abbiamo provato a dirglielo ma non hanno voluto sentirci. E lui, uomo azienda cresciuto nel fabbricone, sulla statale a quattro corsie per San Marino, se n’è andato a casa con la coda tra le gambe. Lui, che aveva visto morire la mamma in un incidente stradale fuori dal cancello (l’ingresso sullo stradone era tremendo) mi aveva detto anche come si comportavano i nuovi padroni. Da multinazionale, tanto che il dottorino francese spedito giù dalla casa madre era così yesman che andava benissimo per il ruolo. Che tristezza. Tutti a casa.

Quando il pastificio chiuderà sarò in lutto. Come quando hanno chiuso i lievitifici di Trento e Casteggio, o le aziende produttrici di tortellini in Veneto, o tante altre realtà piccole e grandi, ma tutte meritevoli di rispetto e ammirazione. In attesa di sentire un’altra serranda tirata giù da un’azienda agroalimentare italiana.

Oppure ditemi che ho sentito male e invece, a Imperia, va tutto bene.

 

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