Urban trekking al tramonto con foto. Il tema sono le vetrine del centro storico, senza entrare da nessuna parte, alla ricerca delle vecchie botteghe che facevano bella mostra di sé negli anni 80 quando studiavo qui.

La mia passeggiata inizia da Piazza XX settembre, dall’hotel Astoria che ci ospita con tutto il calore della famiglia che lo gestisce. La prima orribile vetrina in cui incappo porta due scritte contrastanti: pescheria e ristorante cinese – giapponese con un marchio poco invitante, che non mi piacerebbe nemmeno se fossi a Milano luogo di novità e sperimentazione. Fuggo via.

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In pochi passi sono in Piazza Libertà con la Loggia, l’orologio e i Mori, copie di quelli che campeggiano in Piazza San Marco a Venezia.

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Venerdì pomeriggio c’è un gran movimento di gente a passeggio, come zona pedonale in effetti è molto vivibile: paradossalmente, è più frizzante e vivace ora di quando ci passavano le auto.

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Qui sopra il Castello mi invita a salire, da lassù vedrei un ampio panorama sulla città e i dintorni, incluso l’altro lato dove vissi nei primi due anni di studio, di cui ricordo delle bellissime amicizie ma un ambiente molto molto negativo, il collegio. Chissà se c’è un punto altissimo per vedere Udine, un campanile antico per esempio. Ci salirei subito sopra, come ho fatto nel 2013 nelle bellissime città di Bologna, Cremona, Siena. Milano invece latita, mi toccherà salire un grattacielo moderno in ascensore, principio molto lontano da me.

Farmacia storica e Max Mara, ho voglia di fare shopping ma mi trattengo.

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I tavolini all’aperto dei bar sono affollati, ciascuno con una tipologia di clienti in target con il locale.

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Vorrei farmi un tajut, ma bere da sola è vietato. Allo stesso modo è vietato bere lo spritz fuori dalla mia regione d’origine, anche se devo riconoscere questo: i bicchieri arancioni sfoggiati in gran numero sui tavolini all’aperto sono davvero invitanti.

Imbocco Via Mercatovecchio e trovo con piacere vetrine a me note, dal nuovo Caffè Commercio a Contarena. Del resto sono locali storici ed è giusto così, anche se qualche restyling all’interno è comprensibile.

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Dall’altro lato della strada sono attratta dalla piazza più bella della città con i suoi tanti nomi: Piazza San Giacomo tratto dall’omonima chiesa, piazza delle Erbe perché vi si svolgeva il mercato, piazza Matteotti.

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Cosa ci fanno tutti questi orribili baracchini di legno? Il festival del fitness animerà le vie del centro nel weekend, ma che brutti!

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Conto le insegne, con piacere le catene che appiattiscono le attività commerciali e le riducono a copie di altro si contano sulle dita di una mano. Non stonano nemmeno, si confondono con negozi e locali ben più connotati.

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Poco oltre una roggia familiare va verso Via Poscolle e incontro il ristorante dove cenammo lo scorso anno.

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Torno alla fine di Via Mercatovecchio e vado verso Via Gemona. Qui abitava una mia amichetta, il campanello non ha più il nome della sua padrona di casa, chissà dov’è finita.

Biciclette sfrecciano ovunque, inclusi i simpatizzanti di vari partiti per le ultime battute della campagna per le imminenti elezioni europee.

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Non ricordavo che Udine fosse così bike-friendly, anche se io andavo sempre in giro in bici, incluso sotto la pioggia.

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Facevo quattro km per andare alla facoltà di Agraria, allora in Via Cotonificio oltre l’ospedale. Siccome non volevo pranzare in mensa schizzavo via prima delle 13 per mangiare un boccone e bere un caffè a casa, poi tornavo su per i laboratori. Sedici chilometri al giorno, non male.

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Ho abitato qui vicino a Via Gemona ma non vado sotto i balconi delle mie case, non ce la faccio. In ciascuno dei cinque posti dove ho abitato ho lasciato tanti ricordi. Il collegio, lasciamo perdere. La casa dello studente, esperienza breve ma intensa. La stanza qui vicino in subaffitto con la bella inglese, la figlia e il nuovo compagno che andava e veniva. E infine l’appartamento in Via Leopardi fronte stazione bus, con delle coinquiline pessime tranne una, che ancora sento e spero di rivedere prestissimo anche se abita su su in Valcanale.

Il quinto alloggio era a Gembloux in Belgio, per mesi 4+2, quando inizierò a scriverne non mi fermerò più.

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La migliore visione di oggi è il gran numero di insegne dipinte, a tutela di una tradizione che apparentemente non è sfumata, anche se è legittima la ricerca di proposte innovative, luoghi moderni dove mangiare e fare shopping, sia per i giovani avventori, sia per gli stranieri in visita in città. E ce ne sono!

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Le insegne delle caserme sono invece stinte, a ricordo di un tempo che fu.

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Oggi molte caserme sono chiuse o sottoutilizzate, la Spaccamela era la più grande ma ce n’erano tante altre in città e in provincia. In assenza di un programma di restauro e sviluppo affinché siano utilizzate dalla gente e utili alla società andranno incontro all’incuria e all’abbandono. Un vero peccato, perché fino alla fine della Guerra Fredda e all’apertura delle frontiere verso est, dopo la caduta del muro di Berlino, Udine e il Friuli ebbero un’importanza strategica enorme. Anzi furono in parte plasmate, socialmente ed economicamente, in funzione di difesa dal Nemico. Quando nei fine settimana prendevo il treno Udine Venezia c’erano tanti di quei militari da far paura, più di metà dei passeggeri era in divisa. Ci ho parlato pochino, già all’epoca un po’ me la tiravo, non so perché. Alcuni mi hanno raccontato storie toccanti, impregnate dei sentimenti contrastanti di chi da lontani paesi sparsi per l’Italia andava via di casa per un anno. Questa era sicuramente un’esperienza positiva, come spero la ricordino ora che sono (siamo) diventati grandi. Molti si sono fermati qui, hanno trovato lavoro e messo su famiglia. Nei fine settimana si incontravano questi giovani un po’ persi a passeggio per il centro, e ragazze ben vestite in cerca di nuovi amici; questi incontri mi hanno sempre fatto tenerezza.

Vedo pochissime insegne di supermercati, gioia o dolore? In un contesto dove la GDO in Italia è quasi tutta in mano a catene straniere mi aspetterei almeno un negozio di vicinato con insegna rassicurante, ma se non ci sono forse è meglio. A meno di incappare in una selva di cemento e asfalto fuori dal centro, nelle direttrici di accesso alla città, quei non luoghi che io odio perché non ne ho quasi mai bisogno ma che alla maggior parte della gente servono. Salvo poi disincentivare il commercio in centro. Peccato.

L’ultima parte del mio giretto è la chiusura del cerchio, prima di tornare a passo svelto in hotel.

Roggia a sinistra, uno scorrere d’acqua molto presente in tutto il centro storico.

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Piazza Antonini a destra, la sede dell’Università fondata pochi anni dopo il terremoto e da subito simbolo della rinascita della regione, dopo l’enorme squarcio sociale e storico rappresentato dal sisma. Così infighettata, con statue e tendoni di locali non me la ricordavo, pazienza.

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Entrano ed escono studenti sia dal portone qui, sia dalla vicina biblioteca di Via Mantica. Quanti pomeriggi ci ho passato a fingere di studiare? La sala studio serviva a ben altro: sapevamo tutti, io per prima, che avevo voglia di stare con gli amici ed ogni occasione era buona per uscire, bere un caffè, chiacchierare. Fino a pochi giorni prima dell’esame, quando più o meno mi chiudevo in casa. E se non prendevo 30 pazienza, ne ho presi ma paradossalmente ho cercato di divertirmi, in questi anni stupendi, più che studiare. L’obiettivo concordato con i miei era finire in cinque anni, e così è stato, incluso il soggiorno per l’Erasmus in Belgio che ha suggellato la fine degli studi e la proiezione verso il lavoro, arrivato subito dopo la laurea.

Ah che bei ricordi di tempi andati, rientriamo va’ là che il blogtour sta per iniziare!!

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