Che amici e soprattutto amiche a Milano fossero un asset si sapeva da anni. Che nella gioia e nel dolore, nei problemi quotidiani e opportunità (che non cogliamo sempre) fossero sempre presenti anche. Ma cos’è successo stasera, per citare Tiziano Ferro, proprio non me lo so spiegare.

Scrivo all’una di notte, a casa, guardando la partita dell’Italia con il coinquilino brasiliano che sarà di parte ma in questo preciso momento è la migliore compagnia, molte spanne sopra altri amici non fosse altro che per la sua discrezione, e per essere un signore d’altri tempi, nonostante la giovane età. Oggi sono stata in guerra quasi sempre: per i lavori e i viaggi che ahimè saltano, per i pensieri personali, per tutto. Poi è successo qualcosa che mi ha trasportato altrove e ora finalmente sono in pace. Complice la compagnia e il vino, diciamolo. Ma va bene.

Il pomeriggio sboccia mentre il tempo vira dal caldo alla pioggia, con gli incontri ravvicinati in libreria dove tra partecipanti e coordinatori di avventure, soprattutto coordinatori ahimè, ci troviamo per dare e ricevere info viaggio. Io coordino e allo stesso tempo partecipo, ma i miei pensieri fissi sono per la mia situazione lavorativa – personale.

Non ci sto dentro, lo so, e alle 19, dopo avere fatto il mio dovere, all’arrivo dei miei amichetti mi schiodo per una destinazione diversa e più intima. L’aria è carica delle tensioni personali e dell’umidità che il cielo vorrebbe scaricare su di noi, se solo ne avesse la forza. Siamo quattro, vicino alla Bocconi c’è quel maggico centro d’aggregazione che si chiama ARCI Bellezza, bello orizzontale interclassista sgarrupato elegante di classe, come piace a me.

Ovviamente la mia tessera è a casa, ma per bere una birra non serve. Qui mi sento a casa, nonostante ci sia appena passata lo scorso inverno, prima che secchiate d’acqua passassero sotto i ponti. Ma qui non sono. Mi sento già all’Avana, dove bramo di tornare con la consueta scadenza pluriennale che tocca tra poco più di un anno. Le amichette sono avvisate e prenderanno il biglietto, alla tariffa migliore lo so. Io non so, magari chiamerò Mayra la nostra landlady havanera preferita che ci sistemerà come alla fine del 2008, non vedo l’ora. E/O mi metterò in strada a contrattare autisti su auto d’epoca per destinazioni stabilite di volta in volta.

Nel cortile del circolo, con questi bei pensieri, si consuma la catarsi della pace, la chiacchiera non risolutiva ma in grado di lenire, se non suturare, le mie recenti ferite. Con il crepuscolo arriva l’umidità tropicale che conosco, che con l’Italia padana non dovrebbe aver nulla a che fare ma tant’è, ce la becchiamo e ne siamo felici. Mi sento troppo a Cuba, lo desidero con tutto il corpo. Non vedo l’ora.

Più cala la sera più vedo il patio della casa particular dove dormiremo, umido fino a traboccare, verde di piante più rigogliose delle più floride piante milanesi. Qui c’è qualche pianta e dei murales che cingono le mura di cemento intorno a noi, bellamente colorati, caldi. 10358728_10204199803061925_5952371004922014910_nNon sono così i murales a Cuba, ci mancherebbe, ma io sono là. Sono così là che quando inizia a scrosciare la pioggia tropicale di metà giugno potrei essere ovunque tranne che a Milano. Poi è una discesa di temperatura e una salita di chiacchiere concitate, tra birra e patatine consumate di fretta per non farsi sopraffare dal diluvio, cosa che peraltro si verifica puntualmente e che ci lascia bagnati fradici, fino al midollo, per lungo tempo prima di andarcene in auto.

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Con una corsa verso una casa, vicina calda e accogliente come non avremmo mai desiderato prima, cambiamo lo scenario ma non il desiderio. Havana calling. Aspettami che arrivo presto prestissimo.

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