La stazione di Topolò chiude domani la sua ventunesima edizione: un microscopico paese delle valli di Natisone, oggi popolato da trenta persone, anche quest’anno è stato animato da questa manifestazione stupenda, unica nel suo genere.

Alla Stazione di Topolò, o Postaja Topolove in sloveno (siamo in terra di confine, la Slovenia è dietro l’angolo) pubblico e artisti si mescolano e non si distinguono, perché si viene quassù a divertirsi e conoscere gente, non tanto per esibirsi ma per il gusto della condivisione. Esibizioni gratuite di artisti internazionali, che non sono retribuiti per le loro performance ma sono ospitati secondo il modello dell’albergo diffuso.

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Eppure il cartellone fluttuante degli incontri è di tutto rispetto: dietro all’organizzazione ci sono personalità importanti della cultura e addirittura della scienza, come recita il programma. Fluttuante significa che prima o dopo il tramonto, o all’incirca all’ora indicata, ci si può trovare in una via per assistere a una recita, a un concerto, a una proiezione cinematografica. All’incirca, l’improvvisazione c’è ma si può parlare più propriamente di sperimentazione.

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Topolò di Grimacco è quella che un nostro illustre antenato definirebbe un’espressione geografica, anche se duecento anni fa esso era ben più popolato. Le due guerre mondiali e poi, peggio ancora, la guerra fredda non solo l’hanno spopolato, ma l’hanno privato in parte della propria identità (parola che sarebbe nobile anche se l’uso che ne fanno oggi certi politici mi fa rabbrividire). Essere vicini al confine con la Jugoslavia era una sciagura, moltissimi emigrarono. Ora però Topolò può prendersi una piccola rivincita.

Topolove, il pioppeto, parla di alberi che non ci sono, i pioppi appunto. Ma anche di una stazione che non c’è, nel senso che mancano i treni. A Topolò però vi sono ambasciate…

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pinacoteca universale…

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ufficio postale…

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Ci sono anche la TMO, Topolovska Minimalna Orkestra e i Tambours de Topolò.

Qui sarebbe normale parlare sloveno, ma dalla fine del conflitto mondiale gli abitanti si resero conto che apparteneva al nemico, e smisero di parlare la loro lingua madre.

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Sembra che ci sia stata, no? No, purtroppo, ma ho visitato questo splendido esempio di cultura partecipata due mesi fa, durante Adristorical Blogtour. Tra stradine di ciottoli, case in pietra e fienili in legno vi sono gabbie per i conigli ma anche piccole viti abbarbicate sui muri e fiori con tutti i colori primaverili (siamo a fine maggio).

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Ci conducono alla scoperta di angoli e vicoli nascosti Donatella Ruttar, tra i promotori della Stazione sin dagli anni 90, e la figlia Vida. Ciceroni migliori non avremmo potuto avere!

Topolò sarà sempre per me il paese dove dei miei carissimi compagni dell’Università, dai tempi di Agraria a Udine per intenderci, sono venuti qua ad abitare e hanno messo su famiglia, con una scelta davvero coraggiosa. Non li ho visti stavolta, ma la prossima volta li cerco, prometto.

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