La bella escursione di 3g a  Kassala  mostra una zona del Sudan diversa dalla Nubia, ha qualcosa in più anche se i tempi e costi incidono sull’economia del viaggio. Non lasciamoci ingannare dalla cartina: la via retta nel deserto di circa 400 km è asfaltata solo in parte e priva di punti d’appoggio. Quindi bisogna seguire il percorso a sud per 600 km, con un tempo di percorrenza di 10h minimo, più soste ed eventuali imprevisti. Il corrispondente arriva sulle 9 con i documenti per noi e gli altri gruppi ANM, io vado rapidamente all’Egyptair con l’autista per la conferma dei voli e, inshalla, alle 11 partiamo, probabilmente dovremo fermarci a dormire da qualche parte lungo il percorso. La prima tratta di circa 200 km fino a  Wadi Medani  si svolge nella cosiddetta  Jezira, una vasta area fertile e intensamente coltivata, ma saltano all’occhio anche le immondizie e le carcasse di animali a bordo strada.

Procediamo lentamente tra il traffico intenso, con tanti camion diretti a  Port Sudan  che trasportano enormi balle di cotone, presumibilmente verso le fabbriche egiziane. L’ambiente si fa semidesertico, in un animato paese ci fermiamo per pranzare in un ristorantino, c’è un bel souk e numerosi locali attorno alla stazione dei bus. Fa un caldo pazzesco, nel primo pomeriggio siamo di nuovo in strada ma non andiamo lontano: il pickup buca una gomma, per fortuna troviamo un gommista lungo la strada dove sostiamo 1,5h per la riparazione, inclusa la camera d’aria. Scambiamo due parole con gli avventori dell’annesso baracchino, sono giovani con tante aspettative ma vedono il loro futuro fuori dal Sudan, parlo in francese con il più loquace del gruppo che usa le stesse parole chiave dei ns giovani: studio, disoccupazione, emigrazione. È all’ultimo anno dell’Università e potrebbe insegnare nelle scuole, ma senza stipendio perché il governo dice che “non ci sono soldi”. Siamo alle solite, non si tratta più di luoghi comuni, come fa ad andare avanti un paese con questo modo di pensare?

Superiamo  Wadi Medani  dopo le 16,30, all’altezza del bivio per  Port Sudan  la strada principale è affollata di camion, noi giriamo a dx e il traffico cala drasticamente. Lo scenario cambia: si susseguono campi arati con terra scura ad arbusti tipo savana, e sullo sfondo grosse rocce vulcaniche popolate da famiglie di babbuini di varie dimensioni. Al posto delle case nubiane vi sono i classici tucul africani, costruzioni con impalcatura di legno e pareti di pelle sormontati da un tetto di paglia, troveremo queste case con diverse fogge anche a  Kassala. Procediamo fin dopo il tramonto, a  Gedaref  ci fermiamo in un orribile albergo a ore, sporco, da dove scappiamo al mattino presto. Kassala ci aspetta!

Alle 10 siamo in un souk bello ma sgarrupato dove abbiamo un primo contatto con la tribù locale dei  Rashaidia, gente alta e magra, con la pelle più chiara, i capelli folti e lineamenti diversi dai nubiani, forse per la vicinanza con  Etiopia ed Eritrea. Le donne di tutte le età sono coperte da un lungo velo nero, ma vendono dei perizomi con pizzo e perline degni quasi di un sex shop. Portano grossi braccialetti alle braccia e ai piedi, vistosi anelli al naso, tatuaggi su tutto il corpo ma nessun segno di scarificazioni al volto come invece fanno i nubiani. Ci rincorrono per salutarci e stringerci la mano, infatti procediamo a fatica e per prendere un caffè nel souk dobbiamo quasi nasconderci.

Kassala ci accoglie con viali di palme, fiumi, canali. Sullo sfondo svetta un fronte di montagne che la separa dall’Eritrea, un confine che fino a pochi giorni fa non era nemmeno nei ns programmi. Facciamo un giro della città in auto e cerchiamo subito alloggio. L’hotel Hipton è carino e comodo, dalla terrazza al quarto piano si vede tutta la città, il souk enorme, le aree verdi,  Jebel Toteel  e le altre montagne, camioncini stracarichi di ogni mercanzia, bambini che tornano da scuola indossando divise colorate.

Con questo caldo ci prendiamo 2h da trascorrere al souk. Non mi stanco mai di passeggiare tra le bancarelle, di sorridere alla gente chiedendo indicazioni stradali solo per parlarci, di rispondere orgogliosa ITALIA quando mi chiedono da dove vengo. Solo che non si possono fotografare le persone né gli edifici, siamo stati avvisati chiaramente in tal senso. In questo posto di confine troviamo molti camion di ONG, cartelli magniloquenti con messaggi che ci mostrano i tanti interessi qui concentrati (il vicino campo profughi di  Wadi Sherifa  ospita oltre 100.000 persone).

Compro caffè e zenzero, mangio al volo e nel primo pomeriggio andiamo con le auto a Jebel Toteel, i quartieri fuori dal centro città sono diversi, con case eleganti ma circondate da squallidi tucul dove i ragazzini scorrazzano nella sporcizia, un’immagine che mi colpisce sempre.

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In teoria è facile salire sulle grosse pietre che portano in cima alla montagna, ma appena inizia un ripido sentiero torno indietro. Alla base di questo parco urbano vi sono dei baracchini che vendono cibo, bevande, souvenir (anche se non abbiamo trovato alcun turista), è un posto piacevole dove passare un pomeriggio di relax a fine viaggio.

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Tra coperture di paglia e panchine colorate con disegni sgargianti scelgo un luogo per la sosta rigorosamente al sole, l’ultimo sole africano prima di iniziare un lungo rientro e affrontare l’inverno in Italia, peccato andarsene.

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Il caffè, speziato, ci viene servito in una grossa brocca di terracotta dipinta di rosso, accompagnato da un vassoio di popcorn caldi aromatizzati con una salsa colorata al glutammato.

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Ci avviciniamo al confine in auto fino a un posto di blocco poi torniamo indietro; abbiamo i permessi ma non vogliamo rischiare discussioni.

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Facciamo il pieno di gasolio e la giornata è quasi finita.

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Do appuntamento al gruppo in hotel per la cena e prendo 1h di libertà che per me, alla fine di un viaggio, significa sempre andare dal parrucchiere. Vado in un centro estetico dove le clienti hanno lunghi capelli neri, ricci, alla signora davanti a me li stirano con una piastra rovente scaldata su un fornello a gas. La padrona indiana parla un ottimo inglese, tra i vari servizi scelgo shampoo, taglio, piega, pulizia del viso, tatuaggio all’henné. Qui le signore passano il tempo chiacchierando come in tutti i saloni di bellezza del mondo, sono persone semplici ma molto curate, con gioielli e monili particolari e cellulari super moderni. Nel frattempo la parrucchiera indiana mi racconta la storia della sua famiglia, sparsa tra quattro continenti. Sottolinea con piacere che è da tanti anni in Sudan e, prima di conoscere il marito, studiava a Khartoum dai frati comboniani di cui ricorda con piacere gli insegnamenti. Esco soddisfatta, ben pettinata e con il braccio sx completamente decorato da una bella ghirlanda nera, purtroppo temporanea, che sfoggerò in Italia per qualche giorno. In hotel il gruppo sta già mangiando la pasta, una cena frugale, segno che il viaggio volge agli sgoccioli.

Un mese dopo il ns rientro, mentre scrivo, ancora mi pare strano di avere impiegato 10h, dalle 8 alle 18, per rientrare a Khartoum il terzo giorno: quei maledetti 600 km richiedono tanto tempo, anche senza intoppi né lunghe soste, nemmeno per pranzare. Riconosciamo le tappe che percorriamo a ritroso: montagne, campi coltivati, savana, babbuini, villaggi, i sobborghi della capitale, incluso il cartello rosso che indica Salam, l’ospedale di Emergency. Passiamo al souk a restituire la bombola di gas poi all’hotel cediamo gli “avanzi” della cassa cucina agli autisti, diamo loro la mancia e li salutiamo.

Cena, taxi, hotel, doccia, bagagli, aeroporto. Fa freddo, c’è una gran coda per entrare e varie persone prima di noi. Quando chiamano il volo per il Cairo passiamo i controlli bagagli senza intoppi, e con un paio di voli il giorno dopo siamo di ritorno in Italia, stanchi ma contenti.

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