Aman Canal Grande è un hotel che viene più spesso ricordato per il matrimonio di George Clooney che per la sua oggettiva bellezza. E per la sua storia intrigante lunga oltre cinquecento anni. Il sette stelle di Venezia, anche se in Italia non ci sarebbe spazio per tale classificazione, è un resort esclusivo per pochi fortunati. Per conoscerlo bisogna alloggiare in una delle sue ventiquattro suite, oppure cogliere l’opportunità di visitarlo, come ho fatto io alla fine di gennaio con un gruppo di amici di famiglia e… il mio papà.

Entriamo a piedi in hotel tramite lo stretto accesso di terra e il giardino. Mi colpisce la sobrietà di un edificio per nulla appariscente, tutto improntato al lusso senza eccessi, sobrio, discreto.

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Si trova nel sestiere di San Polo, apparteneva inizialmente a una ricca famiglia bergamasca, i Coccina, commercianti di tessuti e lana, per i quali il palazzo serviva anche da magazzino. Gian Giacomo Grigi, l’architetto chiamato a costruire il palazzo, era allievo del Sansovino e l’impronta sansoviniana permea varie parti dell’edificio.

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Nel settecento fu abitato nientemeno che dai Tiepolo; alcuni soffitti sono tuttora affrescati con i capolavori di questa grandissima famiglia di artisti. Palazzo Papadopoli deve il nome attuale all’omonima famiglia di origine greca, originaria dell’isola di Corfù, che a Venezia lasciò il segno in diversi edifici ed è tuttora “presente” negli omonimi giardini.

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Ai Papadopoli, che “acquistarono” letteralmente il titolo nobiliare com’era permesso dai dogi alla fine della storia millenaria della Serenissima, si deve la ristrutturazione del palazzo e del giardino avvenuta nell’Ottocento con un’impronta neoclassica rococò, in collaborazione con due importanti personalità dell’arte veneziana di nome Guggenheim e Levi. La comunità ebraica di Venezia era ed è potentissima, nel commercio e nelle arti. Poco meno di un secolo fa, ai Papadopoli si sono succeduti gli Arrivabene nel palazzo, destinato per decenni a ufficio pubblico, del Provveditorato prima e del CNR poi, con un conseguente degrado che tutti i veneziani hanno notato. E poi, come una fenice che rinasce sempre più bella nello stesso sito dov’era nata, meno di dieci anni fa è avvenuto l’incontro fatale con Adrian Zecha, magnate di origine asiatica proprietario degli oltre venti Aman Resorts, che con un grande progetto conservativo ha ridato vita a palazzo Papadopoli, riportandolo all’antico splendore.

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Oggi il palazzo è anche la casa degli Arrivabene, il conte Giberto e Bianca di Savoia. “Casa” significa che la famiglia, nobile e numerosa (hanno cinque figli), alloggia nel palazzo ed entra dalla porta come gli ospiti. Li saluta e sale nel suo grande appartamento, in mansarda, con l’ascensore. Quanti palazzi veneziani ne sono dotati? L’ascensore di palazzo Papadopoli fu una delle sue prime dotazioni, attiva sin dalla fine dell’ottocento. Sara, la gentilissima PR che ci accompagna nella visita, ne conferma l’utilità per chi ci lavora, anche se è bellissimo salire e scendere le scale, anzi lo scalone disegnato dal Sansovino, in un tripudio di marmo chiaro…

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Al primo piano nobile si apre un salone ampio, arredato con gusto minimal e con il colore bianco che dà luminosità ed evidenzia i ricchi colori alle pareti e sul soffitto, assieme ai lampadari in vetro di Murano antichi (gli originali) e moderni. Questi ultimi sono disegnati dallo stesso Giberto Arrivabene che di questo si occupa, e che pertanto ha collocato vetri di Murano ovunque nel palazzo.

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In entrambi i piani le suite si aprono lateralmente, al secondo piano nobile il salone è allietato da un pianoforte e, nell’attigua biblioteca, da preziosissimi libri antichi.

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C’è uno spazio per leggere e uno spazio per giocare, la sala dedicata ai giochi tra cui scacchi e backgammon.

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L’alcova Tiepolo, la stanza dove il già citato George Clooney ha consumato la prima notte di nozze con Amal Alamuddin, è un elegante abbinamento di arte orientale e occidentale, venezianità e internazionalità. Anche le altre ventitrè stanze hanno un nome, non un numero, si aprono con la cara vecchia chiave e si tengono chiuse, inaccessibili nei momenti di intimità con un device grosso e sontuoso, che certo non passa inosservato.

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L’area benessere comprende una piccola sala fitness e la spa, seminascosta, all’ultimo piano. Non sono nascosti, si vedono ma non si sentono: gli ospiti di Aman Resort sono silenziosi e discreti come il personale che si prende cura di loro, quasi tutto veneziano, multilingue e di respiro internazionale.

A metà pomeriggio ci accomodiamo nel salone e veniamo coccolati con tè e cioccolata calda, accompagnati da pasticceria finissima. Osservo stupita che il logo della catena Aman resorts è quasi assente nel palazzo, e anche all’esterno l’unica grossa targa si trova alla porta d’accesso sul Canal Grande. Nessuna esibizione anche qui.

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In fatto di ristorazione l’hotel ha scelto di abbinare la cucina asiatica e italiana in due ristoranti, aperti al pubblico, e nel giardino estivo esterno, un tema caro sia al management della catena sia agli ospiti, quasi tutti stranieri.

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Anche il fornitissimo bar è arredato con stile e decorato, verso il Canal Grande, da un antico camino. Il caminetto più pregiato è stato “firmato” dal Brustolon, un’altra grande firma di questo palazzo, casa e ora anche hotel della bellissima Venezia.

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In questa visita siamo entrati a piedi, la prossima volta voglio accedervi in barca, per godere di una nuova prospettiva.

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