A metà viaggio andiamo verso il deserto, un assaggino che a me lascia sempre un po’ la bocca dolceamara perché ne vorrei di più e, dalla sera alla mattina, si fa davvero poco. Però c’è sempre una prima volta, come si evince da un rapido sondaggio nel gruppo, chissà che piaccia ai neofiti perché chi si innamora del deserto, poi non può più farne a meno.

Il souq di Nizwa è un luogo che piace a tutti tranne a me, non lo trovo per nulla affascinante bensì sterile, moderno, troppo ordinato e silenzioso, solo a Tel Aviv e Tripoli ne ho trovati di simili, preferisco di gran lunga il caos e il disordine, odori e colori di altri mercati. Addirittura nel salone nuovissimo dedicato ai prodotti freschi di origine animale e vegetale sembra di essere in una nostra città, a un primo sguardo devono averlo costruito secondo standard igienici occidentali, fatto non nuovo per i servizi e le infrastrutture omanite. Per fortuna ci passo di striscio per fare due foto ed esco.

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Ho lasciato i pax in giro sperando che si divertano a fare shopping mentre con i soldi della cassa comune vado a cercare un ufficio cambi, che si trovano tutti vicini tra le mura esterne del souq e una grande moschea. Trovo curioso che le insegne Exchange Office siano in un piazzale “dominato” da gioiellerie che, per quel che capisco dalle insegne, hanno dei bei nomi – non fraintendetemi – di origine ebraica. Tutto il mondo è paese, peccato non potermi permettere un gioiellino perché andrei volentieri a sbirciare!

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Caffè, coccole e cultura, questo cerco nella mia ora libera. Illy è sbarcato in forze in Oman e il logo svettante fuori dal baretto, situato all’estremità della salita per il forte, mi conquista… ed il loro caffè espresso è pure buono! Il gentilissimo barista si presta ad alcune foto di rito e a una chiacchiera, poi corro alla biglietteria, corro dentro, visito il forte di corsa in mezz’ora. Peccato, prendetevi sempre più tempo se questi monumenti storici vi interessano, non è vero che sono tutti uguali perché, come da noi, una parte della storia locale è molto mirata. Come se dicessero che le nostre chiese sono tutte uguali, nulla di più falso. Oltre ai consueti arredi, cimeli, ricostruzioni e panorami dall’alto del mastio, il piano terra del forte di Nizwa è stato trasformato in un ricco museo, davvero interessante.

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DSC_4616 DSC_4617 DSC_4619 Ci sono pochi visitatori stranieri come me, che entrano alla spicciolata. Omaniti di bianco vestiti, giovani carini e sorridenti, mi salutano e ci facciamo qualche selfie. Qui capisco il significato della buona educazione e mi chiedo quale dovrebbe essere la migliore formazione dei giovani, per dare futuro a una nazione. Ieri oggi Omani scrivo su Facebook ma me lo chiedo ancora: cosa succederà all’Oman quando il sultano morirà?

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Scendo al grande piazzale dove abbiamo parcheggiato le auto e, prima che arrivi il gruppo, gironzolo tra i camioncini che hanno portato in città il bestiame vivo da vendere, soprattutto mucche e vitelli. Giovedì (domani) è giorno di mercato e il piazzale sarà pieno, c’è a chi (come me) piace prendere parte a queste contrattazioni, di solito non cruente, o almeno osservarle, e a chi no. Non avevo visto sinora questi bovini con tutto l’aspetto delle frisone, ed altre razze che da noi si allevano principalmente per la produzione di latte, chissà dove le allevano, tutto mi appare strano. In conclusione Nizwa mi è piaciuta ma sono convinta di non averne goduto pienamente e di non averne carpito tutti i segreti, è utilizzata come base per esplorare i bellissimi dintorni e ritengo che ci sia molto da scoprire al suo interno però, finché gli hotel saranno tutti lontani dal centro, ciò sarà più difficile. Temo che i suoi abitanti non vogliano essere “invasi” in questo modo.

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Partiamo, guardando la cartina la lunga strada per Wahiba Sands si può percorrere per una via superiore, a quattro corsie, così facendo arriveremmo nel primo pomeriggio. Oppure per sotto, dove secondo la guida e le relazioni si trovano villaggi interessanti. Prendiamo questa via, arriviamo alle 11h a Sinaw dove il mercato del mercoledì dovrebbe essere affollato e colorato ma… è già tardi! Insomma che stress inseguire i mercati! A me piace molto l’atmosfera del paese ed è facile imbattersi nelle donne con la maschera, una etnia locale che porta al posto del velo una piccola maschera nera che copre occhi e naso. Alcune di loro le vendono a 5-7 rial, una cifra esorbitante. Sarebbe vietatissimo fotografarle, io semplicemente le guardo negli occhi e sorrido, loro sorridono e di solito dicono di no alla foto, ma non tutte.

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Il souq si sviluppa sulla piazza principale del paese, rettangolare, cinta da portici dove si susseguono negozi (posti fissi) che vendono i beni non deperibili. Vestiti, oggetti per la casa, elettrodomestici. Un capannone accanto alla piazza ospita ortofrutta e pesce, separati, non vedo carne ma solo una bestia viva, un piccolo dromedario legato qui fuori che si lamenta a voce alta, povero. Anche questo mercato è bello e pulito nonché silenzioso, tranquillo. Funziona proprio così. Non c’è nulla qui, commentano alcuni partecipanti, non paghi del fatto che siamo in un luogo per nulla turistico. Questa frase non c’è nulla ricorrerà tutta la settimana…

Prossima destinazione un paese col nome di un calciatore, cosa che ci fa sorridere: Ibra, famoso per le case di fango e mattoni crudi. Prima però facciamo un incontro fortuito con il corrispondente, che ci ferma per la strada col suo macchinone e ci porta a casa per offrirci un pranzo pantagruelico in un salone dove ci accoccoliamo, su divani o sul tappeto, ovviamente a piedi scalzi. Il sontuoso menù comprende frutta fresca e secca, pollo con riso e verdure, tè e caffè, condito da tutto il calore e la sincera ospitalità della sua grande famiglia, suddivisa in almeno tre generazioni in questa grande abitazione. Ecco qui mangio, davvero a pranzo non mi piace mangiare tanto ma come si fa a dire di no? Davvero un simpatico fuori programma!

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La bellezza di Ibra è qualcosa di sconvolgente, ed è il quarto flash dello Yemen, praticamente ne ho uno al giorno, che bello! Appena parcheggiamo le auto mi sembra di essere entrata in un paese fantasma, dove gruppi di case diroccate aspettano che un soffio di vento un po’ più forte le spazzi via, come nella favola dei tre porcellini. Alcune di queste case avevano 3-4 piani, si trovano in un’altra zona che afferisce a edifici più nuovi o restaurati e, dietro, un orto rigoglioso e un piccolo palmeto. Ci guida, si fa per dire, un ragazzetto di colore molto carino e gentile, che parla un discreto inglese ma soprattutto parla con gli occhi, due occhi penetranti che paiono venire dall’Africa. All’interno delle case restano cumuli di sabbia e sassi, porte di legno intarsiate e finestre colorate, chissà dov’è e com’è la città (!!!) nuova. 

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Il ragazzo ci porta anche al vicino wadi, quasi in secco, dove l’unico rumore è il ritmo sordo della pompa pneumatica per irrigare. Avremo incontrato meno di dieci persone a Ibra ma c’è vita qui, questo è sicuro, e ci sono anche dei bei soldini, mi fa piacere per loro.

A metà pomeriggio, a 1h di distanza da Wahiba Sands potremmo arrivare con calma al camp prenotato, ma la fregola alcolica di metà gruppo ci fa perdere più di mezz’ora in una ricerca snervante, in improbabili hotel situati lungo la strada. All’inizio non capisco nemmeno perché l’auto col capo autista si fermi 2-3 volte poi mi fanno partecipare alla ricerca, raccogliendo adesioni per la ricerca di una bottiglia di rhum, davvero qualcosa di cui non si può fare a meno in un viaggio di una settimana, in una nazione musulmana (!!!). Sono attonita e faccio fatica a ragionare con chi non vuol sentire ragioni, sarebbe sufficiente una sosta al minimarket per rifornirci di acqua e snack ma il rhum (o whisky, non ricordo nemmeno) è imprescindibile. I viziosi, sottogruppo al quale mi vanto di non appartenere, trovano finalmente l’oggetto del desiderio e lo pagano l’equivalente di 62 euro, una cifra assurda, folle.

Wahiba Sands si raggiunge alla fine di questo pomeriggio un po’ delirante, ho scelto di alloggiare al camp più vicino alla strada asfaltata, mentre altri sarebbero imbucati tra le dune. Ci arriviamo dopo una breve salita sulle dune che cerco di affrontare alla guida (temo che abbiano fatto apposta a mettermi al volante per vedermi insabbiare!) fallendo miseramente dopo pochi metri. Dopo un breve saluto ai due padroni di casa svuotiamo le tre auto da bagagli e acqua e risaliamo subito a bordo, le dune ci aspettano! Sono le 17,30h un orario perfetto per giocare un po’ sulla sabbia e finire sulla duna più alta per vedere il tramonto. Tutto è inondato dai cliché del deserto di dune rosse, potremmo essere nel Sahara.

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Per chi è alla prima esperienza è davvero un luogo di grande impatto, a me piace ma non mi emoziona, anzi… Peccato che fra un balzo e l’altro prendiamo troppo allegramente una duna in pendenza e un’auto – quella guidata dal nostro capo autista – si piega a 45 gradi e rischia di ribaltarsi. Panico e grida tra i cinque passeggeri tra cui due ragazze che poco prima mi avevano chiesto di invocare prudenza a tutti gli autisti. Se fossi stata con loro me la sarei fatta addosso, anche se in passato mi sono trovata più volte in questa situazione. Sono i classici casi in cui poi racconti l’episodio in modo quasi compiaciuto, ma al momento hai paura.

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E il tramonto dalla duna non è niente di che, le foto vengono bene ma la foschia fa scomparire il sole ben prima che scenda all’orizzonte. Ci divertiamo comunque, sia quassù dove sostiamo cercando di fare silenzio, sia scendendo a balzelli fino al camp sottostante. Prendiamo possesso dei bei bungalow, facciamo la doccia e andiamo a cena. Sotto una tenda beduina troviamo il meglio della cucina in un ricchissimo buffet. E c’è pure la birra, o meglio la facciamo portare da non so dove, una lattina ciascuno, alla faccia di chi si è svenato per un superalcolico! Bene dai, pare che i giochi e il relax successivo a questa lunga giornata sia agevolato dall’ambiente e tutto sommato passiamo una bella serata, insieme, poi a gruppetti che cercano le stelle cadenti, per poi ritirarci presto o tardi a dormire.

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