Andiamo nella spiaggia più vicina a Ras al Jinz e ci stiamo tutta la mattina. Ce l’hanno consigliata i gestori (russi) del camp, nonostante qualche nuovo mugugno – chissà dove pensavano di andare i pax – ci piace, a tal punto che dopo essersi orientato tra la baia, la sabbia e le rocce sopra di noi ognuno sceglie di rilassarsi di più o di meno, secondo le proprie esigenze. Andranno anche a fare un giro in barca a un certo punto.

Le mie esigenze sono due: fotografare, affare semplice e rapido, e curiosare in questo luogo di pace, silenzioso e deserto, vuoto e pieno, coloratissimo, bellissimo. Curiosando trovo un sacco di spazzatura, una cosa che mi irrita anche nelle peggiori spiagge del mio mare Adriatico ma qui, in questo piccolo paradiso, è inaccettabile.

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Gli orribili sacchi neri dell’immondizia sono la mia prima preda, essi a loro volta diventano contenitori di tutto il resto. Bottiglie piccole e grandi di plastica e PET, vetro, polistirolo, sacchetti di patatine e altro cibo (sempre spazzatura) si trovano a volte affioranti dalla sabbia, a volte semisepolti o nascosti tra piccole insenature rocciose. Non mi arrabbio, anzi mi rilasso e sento di fare una cosa bella tanto che qualcuno decide di imitarmi e aiutarmi. Dopo più di un’ora abbiamo riempito ben tre sacconi che rientreranno in auto con noi, al camp. Segue un’ora pulp con ritrovamento di ossa vertebrali e costali che ricondurremo a un delfino o altro cetaceo, le salme di ben due testuggini imbalsamate, enormi, essiccate dal calore e dalla sabbia, tartarughini che han fatto la stessa fine impietosa, uova mangiate da qualche predatore, pezzi di carapace, corallo. Osserviamo questo spettacolo degno di lezioni di biologia o anatomia più che di una vacanza in Oman, cose che studiavo quasi 30 anni fa ma che ancora mi affascinano. Foto a manetta (di cui sento lamentele tuttora).

Quando fa davvero troppo caldo mi butto in acqua e ne traggo beneficio, solo che si sta alzando la marea verso lo stuolo di asciugamani che abbiamo sciorinato e la corrente si fa sentire, insomma sono una fifona, entro ed esco. Sono ormai le 12, si sente dalla temperatura dell’aria e della sabbia, siamo abbondantemente sopra i 30°C. Secondo il programma dovremmo partire per Sur, bellissima città (ne sono sicura) ricca di suggestioni, in tempo per mangiare qualcosa e nel pomeriggio visitarla in lungo e in largo, è collocata su un tratto di costa di alcuni chilometri. Invece dai gestori del camp arrivano indicazioni di cercare “una spiaggia vicina” non meglio descritta e fermarci per un pranzetto di pesce, sempre da loro ovviamente. Senza pensare, senza chiedere i pax ci cascano come pere e io erroneamente non propongo di prendere una delle tre auto, per salire in cinque e trovarci a Sur. Peccato, la fantomatica spiaggia è il brutto posto anonimo visto il giorno prima ad Asilah (non ne avevo nemmeno parlato qui), poco godibile, priva di fascino, che ci allontana inutilmente, in questo orario caldissimo (h13), dai nostri programmi. Negoziare il pranzo al camp è complicato e non vedo l’ora di partire.

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Andiamo verso nord e ci fermiamo un attimo sulla punta dove Mare Arabico e Oceano Indiano si incontrano, un posto che sulla cartina della Penisola Arabica si vede chiaro ma dal vivo ha un’aura di fascino e mistero, poco segnalato e che perciò ci costringe a chiederci dove siamo, cosa c’è alla nostra destra e a sinistra. E un’altra terra dall’altra parte del mare, l’Iran a nord e l’immensità, l’oceano infinito a sud.

In meno di un’ora siamo nella bellissima Sur, una grande città tutta distesa come una collana di perle su una costa frastagliata, ora selvaggia ora urbanizzata, con un faro, forti, case vecchie e nuove. Percorrendo la corniche in auto vediamo un piazzale affollato di gente in costume, ci fermiamo e partecipiamo a una manifestazione originale e genuina, tra i locali molto africani e poco arabi. I commerci secolari con l’Africa e le migrazioni dei popoli hanno formato qui un eccezionale melting pot, dove il nero della pelle con varie sfumature la fa da padrone, i lineamenti dei volti sono diversissimi, tuniche e abiti tradizionali sono di tutti i colori.

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Cercando i giovani che parlano inglese veniamo a sapere che il sultano era stato male ma ora si è rimesso in salute, e questa festa è il ringraziamento degli abitanti di Sur perché tutto si è sistemato. Dervisci danzanti invadono lo spazio centrale, parate di uomini di varie tribù con tunica bianca (dishdasha) sfoggiano il pugnale in vita e simulano un combattimento, mentre gli altri applaudono in piedi o seduti ordinatamente su lussuose poltroncine rosse.

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Donne con e senza velo cantano e ballano, ci offrono dolcetti e caffè, bandierine e acqua fresca. Siamo capitati per caso nel mezzo di una grande festa, qualcosa da cui non vorrei andarmene mai, invece un’altra festa ci aspetta stasera, e se possibile è ancora migliore.

Al tramonto approfittiamo del contatto del nostro autista per andare in barca a cercare le testuggini che affollano la baia, niente uova e spettacoli turistici ma un’emozione piccola e vera, simile forse per me alla ricerca dei cetacei (!!!). Tra bellissimi colori e luci usciamo su due barche e vediamo decine di testuggini appunto, che si avvicinano alle imbarcazioni e lentamente tirano fuori la testa, mangiano le alghe in superficie, respirano e si ributtano sotto con una specie di danza ritmata che non avevo mai visto, davvero emozionante.

Non vediamo un bel niente di Sur nemmeno quando usciamo a cena, per me questo è un grosso problema, la sua bellezza mi sfugge perché ne colgo solo il fascino. Ai prossimi visitatori consiglio sicuramente di fermarsi almeno due notti e farne la base per escursioni in tutte le direzioni. Occhio alla scelta dell’hotel, il nostro è bellissimo ma carissimo!

Dopo cena, su consiglio del padrone dell’hotel… andiamo a un matrimonio omanita!

Questo (che a me sembra di più un matrimonio africano) è nuovamente una manifestazione di ospitalità, calore e – ovviamente – amore. Siamo sei donne del gruppo dal lato femminile, un salone separato dal lato maschile (dove passano altrettanti maschi del gruppo) finché il maestro delle cerimonie deciderà di unire lo sposo alla sposa e mostrarli in pubblico. Solo che a mezzanotte, dopo due ore che condividiamo con queste donne i loro balli, musica e tanto cibo (!!!), non è ancora scoccata l’ora fatidica e siamo stanchissime. Estorcere qualche foto è difficile, ma nel cuore riporto l’emozione indescrivibile, i volti gioiosi, la ricchezza pazzesca, oltre ogni possibile descrizione, degli abiti e acconciature di queste grandi donne. Indipendentemente dalla loro età, cioè che abbiano 10 o 80 anni sono stupende, elegantissime, sorridenti e felici. Una grande lezione, tanta pace e speranza per il futuro, questo mi porto a casa dall’esperienza di stasera.

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