Avrò bisogno di tempo e studio per metabolizzare l’emozione di partecipare alla Parata dei turchi di domenica 29 maggio, da protagonista non da spettatrice. Lascerò sedimentare la gioia e la stanchezza che ho accumulato e passo al racconto di oggi, lunedì, una giornata iniziata slow e finita fast. Very fast in stile milanese, con origine e destinazione immutate, da Potenza a Castelmezzano, ma con tappe intermedie impensabili, se avessimo viaggiato coi mezzi pubblici.

Stamattina ho due cose stampate in testa: la cartina della Basilicata e quella linea dritta orizzontale che dovrebbe portarci a est, stasera, a Castelmezzano paese da favola. Un bus lo troveremo, ripeto da giorni, ma c’è un’altra linea che mi chiama, porta a nord e al paese del vino, Rionero in Vulture, dove non sono mai stata. Paola è come le migliori amiche, ascolta ogni proposta e dice sempre di sì o quasi. Con due parole chiave: Rionero e vino, ottengo il suo immediato consenso. Con il supporto dell’APT Basilicata, sempre presente anche oggi che a Potenza è festa, trovo un autonoleggio con una Panda disponibile. Esauriti a mezzogiorno i miei impegni istituzionali Giovanni ci preleva al BB il Convento, che salutiamo con un arrivederci e con il dispiacere di un incontro troppo breve.

Stipuliamo un bel contratto di noleggio e alle 13 usciamo dalla città alla volta di Rionero ma ben presto fuori dalla statale troviamo pane per i nostri denti. Acerenza sarebbe bellissima da vedere con la sua imponente cattedrale ma è assai fuori strada. Lagopesole invece no, il suo castello enorme si vede da lontano, saliamo su fino al parcheggio e ovviamente è… chiuso. Anzi no, due forestali in divisa stanno uscendo, mi avvio verso di loro con passo sicuro e un bel sorriso, chiedo di poter dare un’occhiata solo all’interno. Ci chiedono da dove veniamo. Potenza. Siete venute per la Parata dei turchi? si. Quante siete? Due. OK entrate, ci vediamo fuori tra cinque minuti, escono e noi rimaniamo chiuse nel castello. Giriamo intorno a queste mura per quanto ci è concesso, usciamo e giriamo intorno pure all’esterno, con i suoi fiorellini, il verde di sfondo e la multiforme vista a valle.

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Entrando a Rionero notiamo tanti cartelli di cantine e pochi vigneti lungo la strada. Dove nasce allora l’Aglianico del Vulture? Che cantina visitiamo? Chiediamo udienza senza avvisare sperando che ci siano. Ieri c’erano le Cantine Aperte e magari oggi riposano o svolgono il lavoro di routine. Ho un’idea, andiamo dal mio cliente che prima o poi dovrò visitare. Si chiama Terre dei Re ma alle due è chiuso e non rispondono al telefono, è oltre il centro sulla strada per i laghi di Monticchio. E voi sapete cosa facciamo?

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Andiamo ai laghi e dopo un’ora, previo telefonata, torniamo in cantina. Ottima scelta, che questi due laghetti fossero belli non avevo dubbi ma che belli! Situati nell’antico cratere del Vulture e circondati da boschi verdissimi, hanno una bianchissima abbazia che fa la guardia e arricchisce il paesaggio con un insolito tocco cromatico. Il silenzio assoluto ci accompagna sino alla salita all’abbazia poi scendendo Paola va spedita e io mi perdo in necessarie telefonate di lavoro. Ci ritroviamo all’auto e risaliamo da Terre dei Re. Paride Leone, enologo titolare della cantina, ci dedica un’ora in cui spaziamo dall’agricoltura sostenibile, il mio lavoro, al suo impegno per produrre vini sempre più puliti e rispettosi dell’ambiente. Visitiamo la cantina e per la degustazione ci raggiunge un suo collega e vicino di nome D’Angelo così assaggiamo l’Aglianico di quest’ultimo, un po’ sballottato dal tempo ma riconoscibile e godibile. Leone e D’Angelo hanno un braccio scientifico di tutto rispetto, Attilio Scienza che io seguo soprattutto per le ricerche storiche sui percorsi secolari dei vini dalla loro culla, al confine tra Europa e Asia, a ritroso verso di noi, per terra e per mare. Passando per la mia Venezia dove la Malvasia era di casa e Milano. Unendo i due chiostri dove si sono incontrate e dove stanno rinascendo, ai Carmelitani scalzi di Venezia e alla casa degli Atellani in corso Magenta a Milano. Paride ci fa notare una cosa bellissima, che la casa degli Atellani serviva ad ospitare gli abitanti di Atella, qui vicino, famosi per essere ottimi fabbri, di cui Ludovico il Moro si serviva come maestranze qualificate per affilare le armi, al tempo ce n’era bisogno. Quante storie di vite e di vini, è uno dei miei doppi sensi preferiti e non mi stancherò mai di ascoltarle.

Finiamo a raccontarci le piccole storie che hanno portato il Pinot nero, prima dell’Aglianico, dal sud dove è nato (non lo sapevo) al nord fino alla Francia che l’ha abbracciato e valorizzato. Ora questo vitigno come un migrante di ritorno sta tornando a casa, proprio qui, con un bellissimo progetto e dei nuovi vigneti appena impiantati che hanno sicuramente un futuro. Vini giovani come l’Aglianico nuovo che abbiamo assaggiato a Potenza ieri, che si beve con leggerezza mentre dalle bottiglie etichettate esce un vino ben più importante e impegnativo. Al pranzo dei portatori mettono in tavola questo vino bambino e la gazzosa, mescolandoli non ci si ubriaca. Vino e gazzosa è la risposta lucana allo spritz, poi tutti cantano e ballano, provare per credere!

Usciamo da questa cantina con delle bottiglie da assaggiare ma non ci lasciano qui. D’angelo ci porta giù da lui e ci fa conoscere la moglie che, guarda caso, è presidente di MTV Basilicata, chiacchierare con lei è piacevolissimo e ci dà l’occasione per sentire un approccio imprenditoriale diverso, centrato sulla valorizzazione del territorio e le possibili sinergie con altri attori che non fanno necessariamente solo vino. Pane per i miei denti insomma (a proposito, ai laghi di Monticchio abbiamo mangiato un panino che ci basta fino a sera). E pane per APT Basilicata che spero si incontri presto con queste persone squisite.

E poi corriamo a Venosa la città di Orazio, correre per modo di dire perché la strada è orrenda ma Venosa che bella! Passeggiamo in centro per un’ora, oltre ai suoi edifici più importanti come il castello, ci sono viuzze che fanno tanto profondo sud, un traffico pazzesco, botteghe e vetrine assai affascinanti, rovine romane dall’altro lato della città.

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Oltre ci sarebbero le catacombe ebraiche, praticamente IL motivo per cui volevo venire qui, ma alle 19 son sicuramente chiuse. Peccato sarà per la prossima volta. Ci rimettiamo in cammino al tramonto, tutto bello e alle 21 siamo qui, nel presepe eterno dal nome di Castelmezzano. Ma di questo parlerò in un altro post. So far so good, very good, tutto bello bellissimo. Buonanotte!

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buon giro!!!

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