La canzone da ascoltare oggi è Bosnia dall’album To the Faithful Departed dei Cranberries (1996). 

I Cranberries non avevano proprio tanta allegria quando cantavano e d’altra parte con una cantante che si chiama Dolores non si può pretendere. Vengono dall’Irlanda che alla causa nazionalista ha dedicato lacrime sudore e sangue a fiumi e forse per questo hanno scritto una canzone dedicata a Sarajevo e alla Bosnia nel loro disco To the Faithful Departed. Ascoltatela mentre leggete questo post, quando passo da uno a due post al giorno di solito è buon segno, vuol dire che ho molto da raccontare. Nel post precedente mi sono persa tra nostalgia e notazioni personali con pennellate di colore, ora cercherò di tenere la linea del racconto. Una linea tutta curve e saliscendi come le strade della Bosnia, puntellata dalle pallottole rimaste sulle pareti di case abbandonate mentre ora, a vent’anni dall’ultima guerra, si costruiscono luoghi di culto prima di case e scuole. Mah.

Lasciato Martin Brod e il parco nazionale di Una dobbiamo salire un passo a oltre 1000 metri slm, siamo solo noi e il telefono, casomai volessimo svenarci, non prende. Da un versante all’altro della montagna il paesaggio cambia, e ricambia ogni volta che ci guardiamo intorno dopo una curva in uno stupendo susseguirsi di natura, villaggi, case sparse e piccoli cimiteri puntellati di lapidi nere. Non ci fermiamo e a me si stringe il cuore perché vorrei andare a vedere, leggere, toccare quelle tombe. Nella mia mente irragionevole potrebbero essere tutte vittime della guerra anche se non ha senso, ci saranno morti di prima e dopo anche se c’è stata una linea di demarcazione indelebile dalla guerra, negli anni 90, e se abitassi in un paesino così avrei piacere di avere i morti vicino casa, di là dalla strada. Quando ho visitato Mostar tre anni fa era punteggiata di cimiteri delle varie etnie, che da un giorno all’altro da amiche e vicine sono diventate nemiche da combattere. Orrori della guerra.

Attendo sempre che ci attraversi la strada un grosso animale ma in tutto il viaggio collezioniamo uno scoiattolo e forse una donnola. Alla vista di un villaggio appena fuori dalla sede stradale decidiamo di avvicinarci per fotografarlo, sempre nel rispettoso silenzio di chi c’era, di chi è rimasto e di chi ha dovuto andarsene. Le persone che incontriamo ci raccontano storie pazzesche dei bosniaci in fuga con due vestiti e due cose in borsa, stranieri in patria. Sono come le storie e immagini di oggi che i media ci propinano, alimentando compassione o odio a seconda del cuore di chi le vede. In Siria le cose stanno andando più o meno così, vogliono farci vedere i Siriani con le loro sofferenze ma di altri popoli in fuga dalla guerra non sappiamo nulla. Così alcuni continuano a odiarli, altri fondano programmi elettorali su queste vicende. Orrori della politica.

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Paola ha riconosciuto il villaggio e mi ha detto come si chiama… ma chi si ricorda?

Ecco degli esseri animati, animali che con la loro mole si fanno notare e pare vogliano accoglierci. Speravo di incrociare una grossa bestia sulla mia strada ed eccomi accontentata! Una piccola mandria di vacche vede avvicinarsi la mia vecchia auto blu, poi un’altra auto diretta in fondo alle vecchie case; bene, non tutte sono abbandonate. Le mucche si avvicinano e io ho paura, non è una novità, in Mongolia non andavo in bagno di notte per paura degli yak! Simo mi prende in giro e mi chiede come affronterei un safari in Africa. Semplice, non è previsto che dorma in tenda se mai ci andrò (e non è nelle mie priorità di viaggio). Non sai cosa ti perdi dice, è la centesima volta che me lo dicono, ma se sarà, la mia Africa sarà in lodge. Sapevatelo!

Balzo al volante e ce ne andiamo, non concedo ancora alla Simo il privilegio di guidare, lei tiene la mappa e mi avvisa quando c’è un autogrill (si fa per dire) con un bagno e un wifi gratuito da scroccare. Solo che lei beve pochissimo proprio per ridurre le pause fisiologiche mentre io bevo, anche quando ci fermiamo raccolgo energia con un caffè o una coca cola.

Nuove strade e nuovi paesaggi più ampi, fiumi, paludi; è ancora lunga per arrivare a Sarajevo ma abbiamo memorizzato la strada su Google Maps così dovremmo vedere il tragitto anche in città. Peccato che ho avuto tutto il tempo coi dati di Hostelsclub per vedere in che zona siamo alloggiate, basterebbe ricordare che stiamo accanto alla Cattedrale per avere un elemento da verificare sulla mappa cartacea, o da chiedere ai passanti. Invece prima di partire mi perdo a fare altre cose e lo pagheremo all’arrivo di sera, stanchissime dopo questa lunga giornata in viaggio.

Jaice sarebbe bellissima da vedere ma non abbiamo tempo, ci fermiamo invece a Travnik e la vediamo al meglio delle luci pomeridiane, con un cielo blu e delle sfumature di colore tali da rendere superlative tutte le immagini. La città bassa è più moderna, ha una strada pedonale con bei negozi, la moschea con le tombe antiche e la chiesa che celebra con una statua il premio Nobel nato qui, uno scrittore che amo e che mi ha fatto innamorare dei Balcani prima di venirci. Dev’esserci scritto questo all’incirca: Travnik celebra Ivo Andric, premio Nobel per la letteratura.

La città alta conserva gli edifici più preziosi, tra i quali si nota la mole della fortezza medievale che però secondo me è appena stata restaurata. Seguendo le indicazioni Stari Grad saliamo per viuzze anguste, vediamo vecchie case con i caratteristici balconi in legno colorato, arrivate in cima parcheggiamo accanto a un’altra scritta in ricordo di Srebrenica. Cos’è la memoria! Ho un altro tuffo al cuore, quassù si tengono ancora le celebrazioni di Ivo Andric addirittura con una performance di teatro, appena conclusa. Questa botta di cultura, questa voglia di vivere mi rincuora dopo avere visto tante ferite aperte sulla pelle della Bosnia. Quella pelle raggrinzita che abbiamo accarezzato per un giorno, quella strada che va su e giù come la vita, sperando che la vita dei Bosniaci ora sia un po’ più felice di com’era vent’anni fa.

L’ultima ora che sarebbe sufficiente per arrivare a Sarajevo si allunga (non per il buio). Qui le strade sono ben illuminate e trafficate ma dall’accesso in città giriamo inutilmente per più di un’ora, andando su e giù per viali che ci portano vicinissime al nostro vicolo dell’ostello che però, essendo a senso unico con uno sbocco pedonale, è assai scomodo e irriconoscibile dal nome. Perdere tempo così è massacrante e ci toglie quel gusto della scoperta per cui avremmo fatto volentieri una passeggiata in centro la sera. Quando arriviamo stremate col supporto dello staff, per fortuna ci mettono a nostro agio. Scarichiamo i bagagli e portiamo l’auto nel vicino parcheggio custodito, andiamo in un baracchino a mangiare… un panino vegetariano e finiamo la serata in un pub che in chiusura ci dà una birra per brindare. Quante birre ci vorrebbero per rilassarci? Simo è in vena, io meno, lei tracanna anche la seconda birra che ci danno in ostello, una Sarajevska emozionante che io incredibilmente lascio a metà. La scoperta della bellissima Sarajevo inizierà proprio dall’ostello ma… domani. Buonanotte!

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