La canzone da ascoltare oggi è Miss Sarajevo – U2, dall’album Original Soundtracks (1995).

Non ho mai amato Bono e i suoi colleghi, negli anni Ottanta quando già macinavano successi li evitavo, come altri gruppi che trovavo troppo ruvidi per le mie orecchie. Non ho mai cambiato idea, li stimo come “poeti che cantano” con impegno e valore simbolico, di denuncia. Forse è normale dato che, come i già citati Cranberries, vengono dall’Irlanda. Eppure ho cercato gli U2 prima di partire, volevo avere con me il disco per sentire quella canzone in viaggio. L’ascolterò al mio arrivo a Sarajevo e poi per sempre la collegherò alla città, pensavo. Ho chiesto in giro ad amici che potessero avere qualche CD da prestarmi, non avendo Ipod, ma non ho trovato nulla. Son partita senza Original Soundtracks, non mi crederete eppure nell’avvicinarmi alla meta la radio ha trasmesso almeno 2-3 canzoni degli U2, in una specie di rincorsa dove mi aspettavo prima o poi di riconoscerne le note. Invece no, la sospirata Miss Sarajevo non è arrivata… però io ora ascolto con maggior interesse le loro canzoni, forse ho fatto pace con Bono e la sua “musica ruvida”.

Pace è una bella parola che pronunciamo sempre meno ma di cui c’è sempre più bisogno. A Sarajevo la pace “si legge” in centro città come speranza e monito: Sarajevo meeting of cultures, un titolo tanto facile per questo post quanto difficile da mettere in pratica. Ovunque nel mondo.

Ho già scritto quant’è bello l’ostello Franz Ferdinand dove siamo ospiti a Sarajevo, grazie a Hostelsclub?

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Intitolato a Francesco Ferdinando Arciduca d’Austria e alla moglie Sissi, Franz Ferdinand è un boutique hostel di città, ed è una soluzione perfetta… una volta imparata la strada vicino alla Cattedrale o memorizzata la sua collocazione. Noi siamo nella stanza – suite intitolata a Franz e Sofia, piena di loro immagini alle pareti e al soffitto, grande e ben arredata. Lo staff multilingue è professionale, simpatico e preparato, anche lo stagista appena arruolato si dà da fare e ci porta la birra per ristorarci, dopo il lungo viaggio e la faticosa ricerca della viuzza dove si trova l’ostello. Se devo fare un appunto all’ostello penso che andrebbe ricavato un piccolo bagno, almeno in alcune stanze, invece di mandare tutti gli ospiti nei bagni comuni. Ci vorrebbe anche qualche cura in più nella zona colazione che sta in uno spazio risicato con poche cose da scegliere. Trovandosi già in 3 – 4 persone ai fornelli o a lavare i piatti non ci si muove più. E comunque non sarà mai la colazione a buffet che danno in hotel, non arriveremo a sera con quello che abbiamo mangiato qui (ehm).

Al Franz Ferdinand Boutique Hostel sono molto attivi: soggiornando nella capitale della Bosnia più a lungo di noi (e ci vuole poco…) potrete alternare le visite alle attività “sportive”: noleggiare una bici per esempio, o come abbiamo fatto noi unirvi alla visita guidata gratuita che in un’ora abbondante, al mattino e al pomeriggio, vi mostra i principali aspetti storici e culturali della città. Ci porta in giro Alina, una ragazza carinissima di cui però parlerò alla fine del post altrimenti mi parte la vena nostalgica…

Prima del city tour io e Simo passeggiamo nel centro storico, assaggiando questa splendida città in superficie, le facciamo il solletico come abbiamo fatto in tutti i giorni della nostra esplorazione dei Balcani e prendiamo spunto per la prossima venuta in un tempo più consono, almeno due giorni direi, per godercela giorno e notte.

Quanto mi è difficile scrivere, sono confusa tra immagini e ricordi così toccanti che faccio fatica ad esprimere a parole. Guardando la cartina percorriamo un rettangolo lungo e stretto delimitato tra un viale e il fiume Miljacka ornato da alberi, parchi e giardini che punteggiano di verde lo skyline della capitale. Più lontano altri palazzi dominano la città dall’alto di dolci colline, mentre noi siamo in un’area pianeggiante dove convivono edifici vecchi e nuovi, moschee bellissime, la sinagoga, chiese ortodosse. Tanto è stato ricostruito e quel che oggi si erge fulgido verso il cielo, vent’anni fa facilmente era un cumulo di macerie fumanti sotto le quali sono stati seppelliti secoli di storia, cultura e vita. Convivere oggi è possibile e se lo auspicano in molti, all’incontro di culture non si sfugge ma a Sarajevo non si sfugge nemmeno ai ricordi delle guerre – scrivo sempre al plurale – che da oltre 100 anni sono nate o passate da qui.

Ricostruire la Biblioteca nazionale è servito sicuramente per ricominciare a vivere e guardare avanti ma è anche bene guardarsi intorno, parlare alla gente, farsi domande. In un rimando continuo, doloroso ma necessario, tra passato e futuro. Segnare con 150 macchie rosse il pavimento dei viali e chiamarle rose, il nome del fiore forse più bello ed evocativo, è stata una bella provocazione: tutto aiuta la memoria del sangue versato.

Una targa ricorda il luogo della sparatoria che nel 1914 diede il via, anzi fu la scusa per iniziare il primo conflitto mondiale, con le figure simboliche dell’arciduca e signora, i già citati Franz Ferdinand e Sofia, vittime dell’attentato e Gavrilo Princip esecutore materiale. Dall’altra parte della strada una giovane coppia è impegnata nello shooting fotografico che precede il loro matrimonio, mi infilo in mezzo a loro per immortalarmi in un selfie quasi molesto, che non gradiscono né la sposa né il fotografo.

I miei palazzi preferiti guardano il fiume da vicino, sono la Posta, l’Accademia dell’arte e il Teatro Nazionale. Qui si respira aria fresca e ci arriva anche una ventata di modernità, apprezzata soprattutto dai giovani. Due ponti si fronteggiano, uno nuovissimo tutto vetro e cemento, e il gioiellino di metallo progettato da Gustave Eiffel.

La moschea di Ali Pasha ci guarda con la sua inconfondibile sagoma e l’architettura di cinquecento anni, un giardino fiorito splendido e le tombe antiche. Questo è un vero luogo di pace al di là del suo valore religioso, come dovrebbe essere ogni luogo di culto. Gazi Husrev Beg è l’altra moschea più importante a Sarajevo, e non mancano sinagoghe attive. La comunità ebraica si è sviluppata a Sarajevo soprattutto alla fine del Quattrocento, con la cacciata dalla Spagna che portò alcuni ebrei a convertirsi, traditori, “marrani”; altri a fuggire. Chi a ovest verso una nuova terra promessa, l’America che tuttora ha delle comunità fortissime seppure diversissime da allora, potrei farne un elenco infinito magari in un altro post. Chi a est, gli ebrei sefarditi che hanno trovato qui un luogo dove insediarsi e prosperare… fino alla Seconda guerra mondiale dove furono deportati e sterminati a migliaia. Ecco perché parlo al plurale, perché tutte le guerre recenti sono passate da qui.

Nella Cattedrale non entriamo, peccato perché sono sicura che mi piacerebbe ed è proprio accanto all’ostello! Adoro queste commistioni tra varie forme di spiritualità. Il punto d’incontro tra culture diverse è l’anima di Sarajevo, da cercare infine nel bazar di Baskarsija dove finalmente possiamo rilassarci e mescolarci alla folla. Qui finisce il nostro assaggio, mezza giornata nella capitale bosniaca, può essere solo un discorso sospeso. In attesa di…

Ora però parlo del nostro angelo custode…

Alina la guida ha quasi 30 anni: alta, bellissima, praticamente un’indossatrice. Ha studiato storia e lingue ma per arrotondare porta in giro gli ospiti dell’ostello. Parla inglese francese e… italiano, anzi ci tiene a chiederci qualcosa che aiuti anche lei a capire le parole della guerra.

Cecchini. Fosse comuni. Genocidio. Pulizia etnica. Noi stesse ci chiediamo cosa vogliano dire ed è lei a declinarle mentre ci racconta la storia della città e le storie della sua famiglia, che non è originaria della Bosnia. All’inizio della guerra hanno dovuto scappare con tutte le loro cose chiuse in una borsa da tenere in mano, sperando di arrivare in un luogo sicuro senza sapere dove andare e se – dove – quando l’avrebbero trovato. Loro si sono salvati, altri no, perdendo la vita o soffrendo infinite violenze, tra sacrifici e umiliazioni indicibili. Quello che ci racconta oggi ne è la radice quadrata, molti non hanno voglia di parlarne. Quello che rimane è un’esperienza che non è servita a nulla perché tanti altri Paesi sono in guerra, le persone subiscono le scelte di governanti, i loro e i nostri governanti, e in guerra si ripetono gli stessi fatti orrendi del passato. Noi occidentali spesso ci giriamo dall’altra parte per non vedere cosa succede, nonostante siamo in parte la causa delle guerre o ci guadagniamo vendendo le armi, comprando il petrolio, rendendo poveri paesi che sarebbero ricchi con le proprie risorse. Amina è musulmana ma non si direbbe da com’è vestita… la sua appartenenza a un gruppo etnico “sfortunato” è una delle cause che l’hanno costretta a fuggire, straniera in casa come ci ha raccontato, peggio dei siriani che oggi vediamo in TV anche se lei spesso li nomina per confrontare queste due guerre assurde, vicine nel tempo e nello spazio. Che Europa è questa mi chiedo? Europa dovrebbe essere la nostra casa e dovrebbe includere la Bosnia e il resto della ex Jugoslavia, ma i politici che governano il vecchio (e sempre più vecchio) continente hanno deciso chi è dentro e chi è fuori. Con le conseguenze che si vedono ancora sulla pelle della gente: le donne mie coetanee per esempio ci raccontano che oggi non possono più fare figli e durante la guerra molte furono violate e videro morire i loro bambini davanti ai propri occhi. Terribile.

Alcuni link utili:

http://www.visit-sarajevo.com/en/page.php?id=79

http://smoc.ba/en/

http://sarajevo.travel/en/things-to-do/sarajevo-meeting-of-cultures/463

http://www.viaggiareibalcani.it/blob.php?id=23

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