Ci sono galline, anatre e oche, una dozzina di animali da cortile che scorrazzano sul prato quando apro la finestra della mia camera al mattino. All’una di notte al mio arrivo non ho visto né sentito nulla, ero circondata da un magnifico silenzio di pace. Ci sono anche due casette per le api e un labrador nero di tre anni, che cerca lucertole tra i cespugli di lavanda.

Il silenzio è d’oro al BB Duck’s Cottage. Se è intitolato ai palmipedi una ragione ci sarà, ma i padroni Wilma e Gianni per mettermi a mio agio alla prima domanda “Poi le mangiate?” mi rassicurano. Noo ci danno le uova, una al giorno, una per ciascuna. Hanno quattro mesi quindi saranno arrivate quassù dopo Pasqua, pulcini appena nati, per crescere naturalmente bene. Lontano anni luce dai ritmi degli allevamenti intensivi per vivere a lungo dove le eventuali minacce sono date solo dai predatori naturali.

Wilma e Gianni mi accolgono nel loro BB con una colazione sontuosa e un sorriso sincero, belle parole che fanno di un breve soggiorno una piacevole esperienza. Genny la labrador (femmina) il secondo giorno si intrufola nella mia stanza per farsi fare le coccole. Le tre stanze di questo delizioso BB sono arredate con colori diversi e piene di soprammobili che richiamano le anatre, tutto è curato ma non eccessivo, qui e là fanno capolino vecchi pezzi d’arredamento di questa che era una casa di montagna, con tanto legno, ed ora accoglie una famiglia e i suoi ospiti.

Ospiti siamo al Duck’s cottage e come tali, con affetto e cortesia familiare, siamo trattati. Alla partenza Wilma mi porge un sacchettino di lavanda: Mettila in auto, è un ottimo profumo naturale. Altro che Arbre magique…

Il primo weekend di settembre ho preso parte all’educational tour Feltreborgoverticale assieme a due colleghe blogger, Valentina Paro di Diarioinviaggio e Monica Liverani di Ideedituttounpo‘.

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E’ stato un concentrato di storia e storie, di paesaggi e persone tutte genuinamente ospitali. L’organizzazione del tour è stata affidata ad Annapaola Cagnan ed Emiliano Oddone. PR lei, geologo lui a cui dedicherò dei ringraziamenti speciali perché se li meritano, assieme ad AITB la meravigliosa associazione di travelblogger di cui noi tre facciamo parte con orgoglio. Per tre giorni ci siamo addentrate nei meandri del ricchissimo centro storico di Feltre e abbiamo curiosato in ville venete convertite a dimore. Siamo venute a contatto con la spiritualità antica della gente che ha costruito chiesette e santuari, luoghi di devozione secolare che ancora accendono la fede.

Per questo penso che Feltre sia un piccolo territorio con un grande cuore. Da secoli, anzi da millenni esso è un crocevia di popoli, un luogo di passaggio che dalla sua posizione strategica ha tratto “qualche problema” (invasioni, incendi e cose così) ma pure dei vantaggi economici notevoli sfruttando le ricchezze naturali e l’operosità degli abitanti. Alcune produzioni storiche sono in parte decadute con l’avvento della rivoluzione industriale, però ora possono guardare al futuro con ottimismo se i produttori riusciranno a dar loro il valore aggiunto che meritano. La lavorazione del ferro e della lana per esempio, che ha dato il nome alla città. Feltro – Feltre vi dice qualcosa? Come la vicina Follina in provincia di Treviso sede di storiche manifatture laniere.

Borgo verticale è un richiamo alla conformazione del territorio feltrino, con i piedi a valle e la testa saldamente ancorata alle mie montagne preferite, forse le più belle del mondo: le Dolomiti patrimonio UNESCO che si ergono come un muro sopra di noi. A meno di cento chilometri il mare Adriatico ci ricorda l’altro legame secolare di Feltre con Venezia, l’unico padrone – se così si può dire – che ha governato per quasi quattrocento anni e ne ha plasmato il centro arricchendolo come fosse un merletto di Burano, con un’impronta veneziana comune ad altre cittadine come per esempio Conegliano e l’attuale Vittorio Veneto, Pordenone e Sacile. Esse contribuirono alla ricchezza della Serenissima dal Quattrocento in poi, soprattutto dal 1492 quando la scoperta dell’America pian piano erose la supremazia veneziana sul mare e costrinse i Dogi a rivolgersi all’entroterra per l’approvvigionamento di beni. Con il commercio del legname, tagliato dai ricchi boschi locali da qui sino al Cansiglio, il Bosco da reme de San Marco, vissero intere generazioni seppure con sacrifici enormi, trasportando i tronchi d’albero lungo il corso del Piave. Con questi legni pregiati i veneziani costruirono palazzi, barche, gondole. Cercate le storie degli zattieri bellunesi oppure leggete questi due libri dell’amico Alessandro Marzo Magno: La carrozza di Venezia (dedicato alla storia della gondola) e Piave (dedicato alla storia del fiume sacro alla patria).

La coltivazione di cereali e legumi venne favorita per nutrire persone e animali, bovini e ovini che ancora sono allevati in moderne stalle e d’estate all’alpeggio. I legumi più pregiati che qui si fregiano della DOP sono il fagiolo di Lamon e il fagiolo gialet, vere perle dell’agricoltura locale. Ma torniamo alla storia…

Frutteti e vigneti vennero piantati e ancor oggi contribuiscono allo splendido paesaggio. Sui vigneti e sui vini potrei scrivere per ore, mi limito a dire che il Veneto non è solo prosecco per fortuna e anzi quassù si coltiva la vite in modo assai più pulito e sostenibile, minimizzandone l’impatto ambientale per tutelare il paesaggio e la salute degli abitanti, con un vero e proprio movimento popolare che punta a coltivazioni biologiche e meno inquinanti possibile. Un movimento che ha tutto il mio appoggio e che altri produttori dovrebbero imitare, al di là delle ragioni del profitto che comunque va perseguito. Per fortuna qui siamo nel Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi.

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Facciamo della passione per il vino e per l’ambiente il vero motivo del nostro operare e credere. Così c’è scritto sulla homepage del sito di Pian delle Vette, la cantina che visitiamo a Pren di Feltre. Già un vignaiolo che ci apre le porte alla vigilia della vendemmia merita il massimo rispetto, ma non solo. Elvio ed Elena ci raccontano la loro storia di imprenditori, emigrati di ritorno da altre parti d’Italia che a Feltre hanno deciso di fare dell’agricoltura un’impresa. L’impresa più bella e difficile al giorno d’oggi. Ma come per le noccioline che essi raccolgono e confezionano da anni, anche quella del vino è una sfida. E la qualità dei loro ottimi vini ne è la prova, con una scelta produttiva che in parte strizza l’occhio alla Francia, e fanno bene, ma che ha come primo obiettivo la qualità del prodotto finito. I nomi di alcuni vini (Pian dei silenzi e appunto Pian delle vette) richiamano questo splendido territorio, ne rappresentano la ricchezza e l’unicità. I vitigni locali e i vitigni aromatici godono del microclima, dei 500 metri slm e dell’escursione termica. Alla vinificazione in acciaio segue l’affinamento in legno. Provare per credere!

Quando andiamo a tavola assaggiamo diversi vini e proviamo la cucina locale, un connubio eccezionale di mare e terra che l’oste ci racconta a ogni occasione. Come alla Colombina che ha fatto una scelta fusion… ma non come accade in certi ristoranti di Milano! Dal matrimonio tra Feltre e il Giappone è nata una bellissima famiglia, e nascono piatti pazzeschi che assaggiamo all’ombra di una pergola. Osteria Colombina da Saki e Simone si chiama, si trova a Canal poco lontano dal centro, quando al ritorno ho visto il cartello mica la riconoscevo… Sarà per gli assaggi che ci hanno inebriato? O per il cocktail d’apertura che per noi era un Hugo ma con un ignoto ingrediente segreto? O per la graspa de troi fatta in casa che Simone ci ha fatto assaggiare alla fine del pranzo? Non so…

Altrettanto moderna e coraggiosa è la scelta di abbinare la cucina alla musica e all’arte, all’unisono direi con un gioco di parole per nulla casuale. Unisono Jazz Restaurant & Café è nientepopodimeno che in Piazza Maggiore, il cuore e il salotto di Feltre, e si può visitare dal mattino alla sera, come abbiamo fatto noi. Il tagliere di formaggi e conserve con cui abbiamo iniziato la cena era notevole, i piatti idem, a Valentina e Monica ho fatto conoscere un ottimo Incrocio Manzoni che rimane una chicca tra i vini veneti, nonostante sia ancora poco conosciuto fuori regione. Unisono è anche scuola di musica, ospita attualmente una mostra di fotografie dedicata a questo particolare genere musicale.

E non è finita. Osteria alla Cuba ci accoglie senza nessun riferimento caraibico, ma della sana cucina veneta incluso ottimo pesce e il tipicissimo schiz, formaggio con polenta che qui si potrebbe assaggiare anche a colazione. L’atmosfera è tranquilla pur essendo sabato sera, persino le fanciulle sedute accanto a noi, agghindate evidentemente per un addio al nubilato, non eccedono con gli schiamazzi.

Posso dire che sono di parte? Maresa e la Gioi sono le mie ristoratrici preferite a Feltre, ecco l’ho detto.

Osteria Crash è il locale che si incontra all’inizio della salita in centro storico, appena oltre la porta. Maresa dovrebbe raccontarci la sua storia invece ci guarda con la diffidenza di chi non ci conosce allora noi tre, come sempre, ci presentiamo come blogger di viaggio appartenenti all’associazione AITB ecc ecc. Poi viene il suo turno, ne esce il racconto di decenni d’impegno sociale e ricerca di condivisione, di rottura degli schemi a suo tempo e di ricerca d’equilibrio oggi. Lo stesso equilibrio che Maresa mette in cucina e nella sala del suo bel locale. Quante cose si imparano parlando con questa gente!

Da Gioi invece, al ristorantino di Lasen che è scritto con un diminutivo solo perché siamo in Veneto, si chiacchiera a ruota libera scoprendo un altro pezzo di storia feltrina, uno spaccato delle industrie alimentari che non sempre hanno superato la crisi. La Pedavena è una delle fabbriche che ce l’ha fatta cambiando casacca, rischiando di chiudere dopo l’acquisto di una multinazionale. Ma a Pedavena, siamo sempre lì, si sono opposti e sono riusciti a far ripartire produzione e occupazione. Facevano e fanno la birra. La Gioi ci ha lavorato trent’anni ed ha trasformato la fine di questa pur grande esperienza nell’occasione di mettersi alla prova, per sé e per gli altri, ai fornelli. Da otto anni cucina quattro giorni a settimana in un locale stupendo fuori e dentro, che mi chiedo perché non possa tenerci anche a dormire (non vi dico il sonno postprandiale). La sua è una cucina di ricerca degna di uno chef stellato, guardate il mio piatto preferito, uno spaghetto di patate con crema di curcuma e tartufo.

Non so se lei si definisca una cuoca, di certo è brava e accogliente nonché ottima affabulatrice. Le regalo il mio libro di cucina, un testo tecnico per istituti alberghieri di cui vado orgogliosa, a dieci anni e più dalla pubblicazione. Le scrivo una dedica di getto che dovrebbe riassumere il nostro incontro. Non la legge subito ma la sera vedo che sul suo profilo instagram l’ha ripresa, piccole cose che fanno piacere a tutti. Dovremmo finire il pranzo alle 14 ma ci alziamo alle 17. E il mio programma domenicale va a farsi benedire. Poco male.

Le persone fanno i luoghi e spesso fanno la differenza rendendo un’esperienza unica. Certo che a Feltre è stato tutto perfetto, io Valentina e Monica abbiamo fatto un sacco di cose (nonostante i miei ritardi agli appuntamenti!!) tranne forse camminare e svolgere attività all’aria aperta per le quali spero ci sia un’occasione di tornare. Abbiamo scoperto questo piccolo territorio dal grande cuore, siamo state bene in buona compagnia.

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Allo stesso modo le persone che governano possono rendere un posto più bello come a Feltre, cittadina di 20000 abitanti che ha intrapreso un percorso di democrazia partecipata, innovativo e impegnativo per chi la governa e per i cittadini che sono chiamati continuamente a interagire con le istituzioni per gestire la comunità insieme. Hic manebimus optime direbbero i romani, tra i primi ma non i primi abitanti di Feltre. E la storia di #Feltreborgoverticale continua.

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