Questa settimana ho lavorato a Parigi per il SIAL, salone internazionale dell’alimentazione, è stata un’esperienza così bella che ancora non ci posso credere. Forse è stata la fiera più bella in oltre vent’anni di lavoro e, anche se sono stanchissima, sono carica di energia e voglia di fare. Mancavo addirittura dal 1999 e pure quella volta era per lavoro, ero salita con due clienti importanti per vedere un’azienda in Bretagna. Passammo il sabato nella capitale francese prima di spostarci in auto verso il mare, poi chissà perché basta.

Fino ad ora, quando mi sono preparata al tour de force della fiera – che di questo si trattava – con la curiosità di una ragazzina di paese che esce dai patrii confini per la prima volta o quasi. Parigi mi ha accolta con la sua bellezza che toglie il fiato (e io con la bronchite mi sono spesso sentita senza fiato), ma anche con freddezza e distacco, ancora meno ospitale di come la ricordavo. Ecco cosa ho combinato in sei giorni pienissimi.

Sabato arrivo a metà pomeriggio, il capo arriva di sera. Alloggiamo in un hotel tre stelle bello situato in una vietta del centro, vicino a Montmartre ma defilata rispetto al boulevard. Mi concedo solo un attimo per lasciare i bagagli e schizzo subito fuori. Cerco una bottiglia d’acqua a un baracchino, sono care infuocate anche quelle non di marca, la bevo camminando. Vorrei arrivare all’Arco di Trionfo a tappe, fermandomi a vedere prima il Palais Royal, poi la piramide di Pei e il Louvre da fuori. Faccio un sacco di foto, con le luci del tramonto che accendono il cielo e le luci elettriche che accendono la città. La gente fa la fila ordinatamente per entrare a teatro, guardo queste facce e le confronto con i cento e passa morti di undici mesi fa tra lo stadio e il teatro Bataclan. Che impressione, avranno avuto anche loro delle facce così, perché no?

Ecco dov’è cambiata Parigi, ha assunto una dimensione umana, quasi dimessa, lontana dalla grandeur di un tempo. Le voci sono brusii, i movimenti ovattati. Da una parte c’è in giro del materiale umano davvero notevole, sembra tutto pulito e in ordine come a Roma nei posti più eleganti. Confronto spesso le due capitali con i loro pregi e difetti e ben presto vedo anche una Parigi trascurata in preda alla sporcizia e al degrado, una brutta parola oggi molto di moda, che coincide con un malgoverno sempre più diffuso e apparentemente inevitabile, a cui gli abitanti fanno l’abitudine. Ma gli ospiti no, almeno io ne sono schifata.

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Ho voglia di mangiare qualcosa di semplice e veloce, che mi faccia sentire a Parigi: un croque monsieur per esempio. Butto l’occhio nei ristorantini. Il croque costa undici euro, la birra 5-7 euro. Non è come lo ricordavo ma pazienza, l’insalata e le patatine di contorno vanno bene. Esco contenta e sazia. Sotto i portici di Rue de Rivoli si trovano botteghe, negozi e hotel di lusso. Abbasso lo sguardo e vedo numerosi senzatetto di varie origini che passeranno la notte qui, giacciono a terra cercando di scaldarsi avvolti in stracci e coperte e mi chiedo come possano essere finiti qui. Provo una pena infinita. Alzo lo sguardo e l’insegna blu di questa bella via mi riporta indietro di ben 27 anni quando ero qui, sempre di sabato sera, con mia sorella e due amiche pronte per passare la serata in discoteca. La Scala si chiamava e ci abbiamo fatto le ore piccole ballando ed ascoltando la splendida musica di fine anni Ottanta. Che flash pazzesco, che ricordi! E come passa il tempo.

Niente arco di trionfo, a Place de la Concorde faccio il giro tutto attorno, saluto con la manina la torre Eiffel e l’arco e rientro in hotel passando per Place Vendome. Tutto è bellissimo e decadente al contempo, mi prendono sentimenti contrastanti. Potrei avere fatto dieci chilometri a piedi, come assaggio non è male.

Domenica apre la fiera SIAL, il Salon International de l’Alimentation che si tiene gli anni pari a ottobre mentre a Colonia, sempre a ottobre, negli anni dispari si tiene la fiera ANUGA. Qui a Parigi ci sono 14.000 espositori di oltre 100 Paesi, il 10% circa sono italiani. Numeri da capogiro, una cosa da fare impallidire Expo e i suoi difensori ma i due eventi non hanno nulla da spartire perché qui entrano solo gli addetti ai lavori per fortuna. Enorme è l’unico aggettivo che la descrive, si trova a Villepinte vicino all’aeroporto CDG – Charles De Gaulle, ci si arriva con la RER B. Dobbiamo fare attenzione a prendere il treno giusto così io e il capo, che sa che io sono “milanese inside”, ogni giorno per gioco facciamo finta di essere a Milano. Gare du Nord diventa Cadorna, la nostra RER diventa la linea rossa… “Vediamo di prendere il treno per Rho Fiera e non andare a Bisceglie”. La fiumana di gente in metro però è molto maggiore di quella milanese, la calca nei vagoni indescrivibile soprattutto nei nostri orari di punta. Arriviamo a destinazione assieme agli altri espositori prima dell’apertura, altra fila e controllo bagagli (tutti i giorni all’entrata e all’uscita) ma per fortuna abbiamo il badge e facciamo prima.

Il nostro stand è al padiglione 7, quello del settore lattiero caseario. Al 6 c’è la carne, al 5 pesce e cereali ma nessuno di questi è esclusivo e molti espositori sono mescolati fuori da questi schemi. Noi stessi forniamo servizi, siamo circondati da produttori di macchinari e laboratori. I giapponesi alla nostra sinistra producono macchine per fare il latte di soia, che offrono ai visitatori e a noi, dopo un po’ mi viene a noia e l’odore che si sprigiona nell’aria non è dei migliori. Quando poi diffondono la musica zen ci viene voglia di dormire! Meno male l’unica donna allo stand indossa uno stupendo kimono rosa e non perdo l’occasione per farmi una foto con lei, omettendo… i calzini bianchi e le infradito nere!

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Metà dello spazio del SIAL è occupato da quattro enormi padiglioni nazionali dove decine di nazioni raggruppano il meglio della loro produzione, spesso supportati da camere di commercio e consorzi, con un occhio di riguardo al territorio e al turismo come volano per parlare delle proprie eccellenze. Apprezzo molto questo modo di presentarsi, è un po’ come viaggiare e lavorare insieme a braccetto con i prodotti esposti, un tripudio di alimenti e bevande tradizionali ed innovativi, impossibile fare un elenco. E io mi muovo curiosa in cerca di aziende che conosco, di nuovi contatti, di facce note che in mezzo a un caos epocale comunque si trovano, ed è sempre un incontro piacevole. Vorrei arrivare al padiglione uno dove ci sono vicini vicini tantissimi espositori italiani, ma il primo giorno a malapena riesco a destreggiarmi al 4-5 (giuro) trovando persino difficoltà a trovare gli stand giusti, a entrare e uscire, a percorrere queste grandi distanze.

A metà mattina devo ricaricarmi e ho varie opzioni, tra cui cercare un tè pregiato. Dall’Asia sono venuti qui in massa trader ed esportatori vari, parlo con cingalesi, indiani (very professional) e due taiwanesi che mi deliziano con un Oolong al 20%, una meraviglia di profumi e una rarità da degustare qui in Europa. Mi lasciano un ricchissimo gadget box. Per il caffè invece sono tentata da Fauchon che costa tre euro e mi fa battere il cuore ogni volta che ci passo davanti, con il suo colore rosa e i lustrini ovunque (pensare che il caffè di Starbucks costa quattro euro) ma mi decido l’ultimo giorno, penso “Ora o mai più” quando il corner in fiera ha già chiuso. Ogni lasciata è persa e funziona uguale la ricerca dello spritz alle ore 17, come mi aveva indicato un espositore veneto. L’ultimo giorno non lo danno, che delusione.

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La ricerca degli espositori di caffè è molto più semplice ed efficace, la frase standard è questa.

Buongiorno voi avete Instagram? Perché se mi offrite un caffè vi faccio una foto e vi taggo”.

Così assaggio e chiacchiero, due minuti eh, il tempo di una foto. E il primo giorno vola via alternando il presidio dello stand e le visite agli espositori.

La sera andiamo a cena con un cliente importante, tra chiacchiere, cibo e vino passiamo una bellissima serata ma alla fine ho un attimo di panico che poi su Facebook diventa una perla di saggezza. Eccola…

Perla di saggezza numero uno – Pregiudizio. Ieri sera al ristorante aspettavo trepidante crème brûlée e calvados. A un certo punto entrano nella sala persone che non vedo bene gridano qualcosa di incomprensibile e penso. Ok addio mondo crudele è stato bello ecc ecc. Invece erano i camerieri con torta di compleanno che facevano gli auguri a un ospite. Ps non mangiavo da anni un dessert così buono.

Il salone continua nel prossimo post, a presto!

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