Lunedì proviamo la colazione al bar, abbiamo solo l’imbarazzo della scelta tra luoghi più eleganti o popolari. Buona la prima in un posto semplice ma con un’offerta non proprio ricca, ci andrà meglio i giorni successivi. Alla Gare du Nord le scale mobili non funzionano così passeggeri in salita e in discesa si incrociano in uno spazio ristretto, tutti di fretta. Essendo ora di punta io lo trovo un filo pericoloso e non c’è ombra di forze dell’ordine, se qualcuno dà di matto succede un guaio. Nel vagone siamo sempre più schiacciati, io amo la città e vorrei viverci tutta la vita ma non sopporto queste situazioni, specialmente quando i mezzi non funzionano. Invece di paragonare Parigi a Milano oggi la paragoniamo a Roma, con aggettivi decisamente non positivi. Nell’alternanza tra stand e visite in giro già sperimentata arrivo finalmente al padiglione uno, dove un tuffo di orgoglio nazionale mi pervade alla vista di centinaia di piccoli stand, scatoline con i loghi di tanti produttori tutti uguali, bordati col tricolore e ricchi di olio, vino, conserve, pasta, riso… What else?

Io parlo dell’agricoltura sostenibile come stile di vita, dell’opportunità di distinguersi dagli altri produttori ecc ecc. ma non assaggio quasi nulla perché attraversando gli altri padiglioni prima di arrivare qui sono già sazia. Al ricco programma di presentazioni ed eventi quotidiani seguono cooking show e mini concerti che chiudono le giornate, ma per il mio innato senso del dovere non partecipo e sto in giro fino all’ultimo. E per gola, invece del buon cibo assaggio vari tipi di junk food come le patatine aromatizzate, i chips che fanno tanto Inghilterra. Cheese & onion. Salt & vinegar. Cheddar cheese e un innovativo Wasabi, li assaggio a uno stand inglese con una hostess italiana, chiacchieriamo (che novità) e siccome le sto simpatica (parole sue) me ne dà un sacco intero. Un sacco di patate, capito? Con cui ci nutriremo nei giorni a venire. Ah ci sono anche i popcorn aromatizzati alla fragola e al cappuccino, ma questo è troppo. La fanciulla mi consiglia una gabola per sedermi nel treno del ritorno: salire verso CDG cioè in direzione opposta al centro città e, dall’aeroporto, prendere il primo treno che va in centro “sicuramente vuoto”. Funziona!! Perdiamo 10-15 minuti per la tratta in più ma che gusto sedersi e vedere a Parc des Expositions la folla che si accapiglia per un posto in piedi! Strategia promossa.

La sera consumiamo una cena veloce sul vicino Boulevard de Strasbourg in un locale che vale per uno happy hour o poco più. La svampitezza della cameriera e la sporcizia generale ci danno modo di notare ed elencare alcuni difetti dei parigini, un popolo speciale simile a una brutta copia del Milanese imbruttito, figura iconica e autoironica con cui periodicamente i milanesi si prendono in giro da soli. Quel che segue è un elenco sintetico di episodi realmente accaduti ma ce ne sono innumerevoli esempi. Per liberarsi da elettrodomestici e accessori ingombranti della casa i parigini non chiamano AMSA o il suo equivalente. Semplicemente li portano giù e tanti saluti. AMSA non è passata nella nostra vietta e per giorni ci abbiamo trovato: materassi, water, mobili. Che sistema è? La signora di pelle bianca si arrabbia con un bimbo di colore di tre anni che sta in piedi sulla poltroncina della metro e fa notare alla mamma che dovrebbe stare seduto (a un bimbo bianco non penso avrebbe detto nulla). I parigini salgono sulla metro e si fermano presso le porte, oppure se sono costretti a entrare verso il corridoio non escono nemmeno quando sono arrivati, per poi sgomitare e brontolare se non li lasciano uscire. I parigini occupano le scale mobili disordinatamente a destra e sinistra e ne insozzano (questo lo fanno tutti) i pavimenti. In generale l’incuria e il degrado pare abbiano avuto il sopravvento anche in centro città. Come a Roma in periferia, lontano dagli occhi di chi detiene il potere.

Una città è meno bella se sporca e trascurata, questo è il mio pensiero ed è un vero peccato per Parigi. Nessuno osi dire che quando c’è tanto da fare è difficile controllare tutto, non ci credo, non voglio pensare che chi governa la capitale non se ne renda conto. Né dei mezzi insufficienti e degli orari inaffidabili scritti sulle paline. Dopo cena la passeggiata digestiva stavolta ci porta in salita fino a Montmartre passando per Pigalle, per un’ora di camminata a passo svelto fino alla scalinata finale che porta al Sacré Coeur tra localini ancora pieni, teatri con file di gente all’ingresso e di nuovo senzatetto che dormono in strada. Io ho sempre più questo pensiero fisso, non posso pensare che debbano stare qui così. Che fare?

Martedì iniziamo con la migliore colazione, un petit déjeuner che non abbandoneremo più: caffè, succo, brioche e mezzo metro di baguette con burro e marmellata. Siamo nel café restaurant di fronte all’hotel, un locale semplice simile a un diner americano, con divanetti in finta pelle e micro tavolini. Oggi il salone fa il giro di boa, inizia la seconda metà. Torno dagli italiani e visito piccoli stand interessanti dall’Asia, Africa e Medio oriente, ascolto le storie di produttori di cui finora ignoravo l’esistenza e sono sempre più contenta di essere qui.

Ma inizio a sentire pure la stanchezza delle ore in piedi e dei lunghi trasferimenti. All’uscita dalla fiera mi ripeto Devo Sedermi. De-vo se-der-mi. Devo… Invece riprovando il giochino del treno in direzione CDG qualcosa va storto, entriamo dalla porta sbagliata e ci soffiano sotto il naso gli ultimi posti a sedere. Quindi oltre il danno la beffa: perdiamo tempo per andare su e giù e stiamo in piedi, stipati oltre ogni limite. Devo fare le acrobazie per reggere la borsa col computer e non rischiare che me la soffino sotto il naso, uno degli sport preferiti dei pickpocket metropolitani. La dame à l’éventail, una signora coi capelli grigi mi ha fregato il posto e per tutto il tempo si sventola col suo ventaglietto. Dentro di me glie ne dico di tutti i colori. Il tempo si è fatto grigio e minaccia pioggia. Molti scendono alla fermata prima della nostra, Stade de France, magari c’è una partita. In stanza trovo il termosifone spento e nessuna presa elettrica buona per mettere il computer in carica. Breve storia triste, fine dell’uso del PC.

Abbiamo la serata libera oggi e io ho in mente di fare un’opera buona, trovo un ristorantino basco vicino all’albergo, mangio sardine al forno con una bella salsina, bevo birra e “subisco” l’inizio di una partita di calcio: sarà mica qui vicino allo Stade de France? Apro il sito dello stadio e compaiono le date dei concerti di Coldplay e Depeche Mode previsti a giugno 2017, praticamente verranno in Francia e poi in Italia, chissà se pure qui i bagarini si sono scatenati per accaparrarsi i biglietti e rivenderli a prezzi stratosferici. Per un mese, fino a novembre, non ci saranno partite di calcio, la tele trasmette un’altra partita: Lione – Juventus. Di solito porto sfortuna nelle partite tra squadre italiane e francesi, dal lontano 2000 quando alla finale degli europei, a casa di amici, secondo loro un mio movimento provocò un cambiamento astrale, e due gol della Francia contro di noi. Me ne ricordo anche stasera. Esco al ventesimo minuto con le due squadre sullo 0-0 e mentre raggiungo la metro a passo svelto sento un urlo da gol. Chi avrà mai segnato?

Non pensiamoci: io ho un pensiero fisso, cercare la famiglia di profughi che due sere fa si apprestava a dormire all’addiaccio presso le scale di Gare du Nord, portare loro qualcosa. Sentirmi utile e fare un’opera buona insomma. Nella metro non c’è proprio bella gente ma procedo a passo svelto e sicuro, purtroppo alla stazione non trovo la mia famigliola, che peccato! C’è però una giovane coppia stesa in due sacchi a pelo, sorrido, li saluto e chiedo se hanno fame. Parlano francese, dicono che non vogliono mangiare nulla allora propongo di portare loro dell’acqua. A un baracchino ne prendo per loro e per me, porgo una bottiglia e anche se non era ciò che mi aspettavo sono contenta nel mio piccolo. Certo che questi due un po’ ci giocano, stanno all’uscita del ristorante e molti avventori porgono loro qualcosa. Solo che io non sono né da mancia né da elemosina, sono lontana dalla carità cristiana in tutte le sue forme. Mi accontento di un piccolo utile dono, riprendo la metro e tornando in hotel mi gratifico con uno shottino di calvados a un baretto frequentato da giovani di varia origine. Poca spesa tanta resa. E una seconda perla di saggezza che mi fa sentire anni luce lontana dalla grandeur francese, dalla spocchia parigina e dalle belle parole di un popolo che a volte crede di essere ancora nell’Ottocento, quando poteva permettersi di fare il conquistatore in giro per il mondo. In vent’anni di lavoro ho frequentato francesi di ogni tipo, ora mi piacerebbe vedere e frequentare solo quelli buoni. Buona notte!

Perla di saggezza numero due – Accoglienza. La quantità di senzatetto accampati sulle strade di Parigi è inquietante. Molti hanno la faccia da profughi anche se mi piacerebbe essere smentita. Famiglie con bambini costretti a dormire x strada che con l’inverno alle porte chissà dove andranno. Inverno qui. Inferno dove sono partiti temo. Che la capitale fosse poco ospitale e accogliente era cosa nota ma questo è decisamente troppo!

 

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