Siamo un gruppo di 12 persone di cui sei partono da Milano e sei da Roma. Voliamo con Alitalia su Monaco, poi Doha e Kathmandu con Qatar. Riuniti all’imbarco Qatar di Monaco mangiamo un bel kebap e facciamo un briefing dell’itinerario. Il viaggio sarà globalmente lungo a causa degli scali, quasi 10.000 km che ci separano da Kathmandu (KTM), tutto fila liscio e posso dormire. A Doha ci controllano i bagagli e li aprono, con code che rischiano di far saltare le coincidenze. Quando atterriamo a KTM compiliamo i documenti dell’immigrazione e facciamo i visti, mentre ci scaricano tutti i bagagli… meno tre. Comunichiamo lo smarrimento a un improbabile ufficio lost & found e quando usciamo, mentre calano le luci della sera, un collaboratore del corrispondente sventola un foglio con scritto ROBERTA, ci dà il primo saluto NAMASTE, carica tutto su un’auto e un pulmino. C’è un traffico pazzesco, impieghiamo oltre 1h a percorrere pochi chilometri sino al quartiere di Chhetrapati, io approfitto per parlare con l’autista. Siamo stanchi ma osserviamo, intorno a noi, una città povera e sporca, oppressa dall’inquinamento e con i problemi delle capitali dei paesi in via di sviluppo. All’arrivo in hotel è tutto buio: le interruzioni dell’elettricità sono frequenti, andremo nelle stanze a lume di candela. Per ottimizzare i tempi e per l’oggettiva impossibilità di riposare usciamo dopo solo 1h, nel frattempo parlo con il corrispondente, confermiamo il tour e la guida. Usciamo per cena ben coperti, incontreremo ben quattro gruppi di avventure in giro, confrontandoci sulle bellezze nepalesi. Ci aspettano tre giorni di passeggiate alla scoperta dei villaggi della valle di Kathmandu, belli e tutti diversi, abitati dai newari, gente semplice e sorridente nonostante le dure condizioni di vita. Chissà come stanno gli abitanti delle zone più impervie e meno collegate da infrastrutture.

Il primo impatto però è truce: oggi è sabato e per questioni di calendario dobbiamo visitare subito Dakshinkali, il paese dove avvengono i rituali sacrifici per placare l’ira della moglie di Shiva. La mattina fa freddo, poi stiamo in maglietta scaldati da un tiepido sole. I bellissimi paesaggi intorno a noi ci fanno immaginare che in estate ed autunno, con le risaie in attività e la natura al massimo, siano ancora meglio. Dakshinkali è un posto davvero suggestivo: persone di ogni età in file interminabili portano vegetali, animali vivi, ghirlande di fiori, uova, qualsiasi cosa che si possa offrire in sacrificio. Facendo rintoccare le campane d’ottone attendono pazienti il loro turno di udienza al tempio, dove pregando si rivolgono alla dea e le offrono il loro obolo. Sentiamo galline e capre che gridano prima di essere sgozzate e decapitate, poi sono portate al fiume per la macellazione e ritornano al proprietario in un’impressionante catena di montaggio.

Pharping è il villaggio che raggiungiamo salendo per un sentiero e proseguendo tra risaie inattive. Tanta era la folla di prima quanto qui si respira calma e serenità, tra donne intente a lavarsi, anziane che filano la lana, uomini in giro con vari animali. In cima sorge il tempio tibetano di Vajra Yogini, del ‘600, a pagoda, riccamente decorato all’interno. Ci portiamo a Chobar in pulmino per vedere il ponte sospeso sull’omonima gola, secondo la leggenda di origine divina. Accanto al ponte c’è una pagoda del ‘400, dedicata ad Adinath Lokeshwar e venerata da buddhisti e induisti.

Mangiamo un boccone e nel primo pomeriggio siamo già a Swayambunath, un pregevole complesso di templi pieno di turisti e scimmie urlanti, con uno stupa enorme dove assistiamo alla preghiera delle ore 15: nonostante il luogo sia sacro, nelle retrovie alcuni monaci sono distratti da molte chiamate ai cellulari, boh!

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Scendiamo gli oltre 300 scalini che ci riportano ai sobborghi di Kathmandu, una volta a valle corriamo intorno alle mura del tempio decorate da migliaia di piccoli “mani” le campane d’ottone, e a intervalli regolari da tempietti che alloggiano “mani” enormi dove a malapena si riesce a girare intorno. Farli girare recitando gli om è un rituale positivo per me, lo ripeterò a ogni occasione. Ma non si arriva mai all’hotel, nonostante questa bella idea di tornare a piedi, alla fine siamo molto stanchi. Per fortuna ci consoliamo con una cena sontuosa alla Steakhouse dove mangiamo carni ottime ed abbondanti innaffiate da birra locale. Poi facciamo due passi fino a Durbar Square la grande piazza della capitale, spettralmente vuota e impressionante per le dimensioni degli edifici illuminati. Non la vedremo più così libera e vuota, di giorno è davvero caotica.

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