Mele a Mel compie diciotto anni, è diventata maggiorenne e ha deciso di non essere più solo un’associazione ma un modo di stare insieme, per unire le comunità delle numerose frazioni di questo stupendo paese in provincia di Belluno. Ha fatto venire i produttori di eccellenze piccole e grandi aggregati attorno alla piazza: non solo gli zumellesi (che strano nome per gli abitanti di Mel) ma tutti gli ospiti che la affollano il primo fine settimana di ottobre, come ho fatto io. C’ero già stata due anni fa in occasione di un bellissimo instameet, quando proprio la community Instagram di Belluno ci ha chiamato con smartphone e dispositivi vari per raccontare la domenica, il giorno clou della manifestazione. Ho fatto un sacco di foto (che vedrete qui assieme a quelle di questi giorni), ho conosciuto delle bellissime persone e delle attività artigianali che credevo in disuso. E ovviamente ho assaggiato tante mele di ogni colore. Stavolta ho accolto con immenso piacere l’invito delle Bandiere Arancioni TCI a tornare in occasione di Aggiungi un borgo a tavola, l’evento lungo quattro fine settimana tra settembre e ottobre che intende valorizzare proprio i borghi bandiere arancioni e le loro tipicità. Decine di comuni Bandiere Arancioni hanno organizzato eventi, questa è diventata una ghiotta occasione da abbinare con Mele a Mel, e non poteva riuscire in modo migliore. Proprio perché già lo conoscevo, l’evento ha avuto il dolce sapore delle mele appena raccolte in tutte le loro sfumature, del ritorno e dell’approfondimento, dell’amicizia con tante belle persone. Desidero ringraziare per primo l’assessore Simone Deola che mi ha seguito durante i due giorni di soggiorno (ma anche prima), e con lui il sindaco e i membri della giunta che si sono fatti in quattro, assieme ai loro già numerosi impegni, per accontentarmi in tutto. Per l’unica cosa che non sono riuscita a fare (non scrivo qual è) ci sarà presto una nuova occasione, per le numerose cose che bollono in pentola a Mel pure. Torno presto, è una promessa! Ringrazio anche Patrizia la mia padrona di casa del BB Narciso, che me ne ha dette tante da poterci scrivere fiumi di parole, che al fiume mi ha mandata (verso il fiume) a cercare i chiodini, fiduciosa che non avrei portato via tutto. Quando vien su i trevisani i porta via anca le zoche mi ha detto. Io non sono trevisana infatti, ma so bene quanti rapinatori dei boschi operano ancora indisturbati pensando siano tutti per loro, un bene privato insomma, invece sono un bene pubblico. Per non parlare dei cacciatori che farei lavorare solo a limitare i cinghiali, che poi chi ha portato da noi questi animali razziatori? Lasciamo stare…

 

 

Le sfumature di mele sono più di cinquanta, più di cento. Solo che dopo la guerra la frutticoltura in generale e la melicoltura in particolare sono state improntate al profitto e alla selezione di innesti di piccole dimensioni, che si prestavano a colture intensive e redditizie, molto più di quanto si potesse fare con le antiche varietà di mele autoctone. Esse sono state abbandonate o relegate all’auto consumo. Niente di male, ma ora che esse stanno avendo un rilancio ne possiamo apprezzare le differenze, le peculiarità, i diversi utilizzi, con la speranza di poterle trovare sul mercato anche se le grosse mele tutte uguali, lisce, tronfie, prive di difetti forse danno più sicurezza al consumatore poco informato. Abbiamo ascoltato una serissima sessione di analisi sensoriale, roba per cui ero preparata tecnicamente ma che mi ha assai emozionato perché ne abbiamo potuto cogliere tante caratteristiche… in tutti i cinque sensi. Colori: verde – giallo – rosso. Profumi diversi più o meno accentuati. Udite udite la croccantezza, il senso meno utilizzato ha senso per la mela eccome! Ed è davvero un rumore piacevole. Sensazioni tattili sulla buccia che può essere liscia o rugosa. E infine la prova del gusto che non manca mai, con note diverse di dolcezza, sapidità e acidità che si sentono in bocca e a volte persistono, dopo la deglutizione. La mela è piena di sorprese, è un frutto con tanti utilizzi e una lunga vita davanti, dal periodo della raccolta e per i mesi a venire. Le celle di conservazione in atmosfera controllata le tengono in vita per tutto l’anno ma il frutto continua a respirare, diventando più farinoso e meno saporito. Alla fine dell’estate quando arrivano le prime mele nuove, alla vista hanno lo stesso aspetto di quelle vecchie ma alla prova dell’assaggio c’è una bella differenza! La mela ricorre in opere artistiche e letterarie ma soprattutto in favole famosissime. Le visite pomeridiane sono guidate da… Biancaneve in persona. In questo modo i contenuti culturali e le descrizioni erudite sono “alleggerite” per tutti, inclusi i bambini che guardano e ascoltano con la loro consueta limpida curiosità, per poi porre le domande più spiazzanti e intelligenti… E mi diverto tanto pure io, che sarei serissima in queste occasioni. Guardate come Mel diventa così (ancora) più bella e colorata…

 

 

Mel ha una storia millenaria da raccontare, per alcuni aspetti la tiene nascosta o la svela timidamente come si conviene a un luogo di montagna; ma io sono curiosa e il primo dei due giorni del mio soggiorno chiedo a tutti di raccontarmi qualcosa. La sua storia antica affonda nella terra dove sono stati rinvenuti reperti di migliaia di anni fa, dall’età del bronzo e del ferro sino agli antichi Romani. Gli insediamenti testimoniano l’importanza strategica di questo luogo collocato sulle vie di comunicazione, vicino al fiume Piave, tra la montagna e la pianura. Ricchi arredi tombali, ornamenti, monete sono visibili nel Museo Civico Archeologico, che ha vent’anni ma non li dimostra in quanto di moderna concezione. I reperti sono ben spiegati nel modo tradizionale e con tecnologie multimediali, soprattutto attraverso Amuseapp, la app dedicata (che io non uso ma che ai visitatori più tecnologici può servire). Poi passano di qua i barbari, i longobardi, tutti danno e prendono qualcosa, il castello di Zumelle ha visto passare tutti i dominatori, i vincitori di battaglie e i vinti, ha proprio una storia leggendaria. Se andate a vederlo in un giorno normale lo troverete bello e sincero, meglio di quando è vestito a festa in occasione di fastosi eventi, per la gioia di ospiti vicini e lontani. Poi arrivano i Veneziani che per quasi quattrocento anni, fino alla fine della Serenissima nel 1797, fanno di Mel un gioiellino. Le famiglie nobiliari ne fanno luogo di dimora e lo abbelliscono con palazzi (Casa Fulcis, Palazzo Pivetta, Casa delle Contesse) che da fuori sono bellissimi ma dentro? Poco accessibili durante l’anno, hanno cortili curatissimi che vengono aperti durante Mele a Mel, l’unica occasione per i visitatori. Sono letteralmente riempiti con prodotti, cimeli, spazi per il recupero delle vecchie attività. Insomma con i ricordi del passato dolceamaro. Mel non ha davvero nulla da invidiare a Belluno e Feltre. A proposito, se tirate una riga lungo il fiume Piave qui ci troviamo esattamente a metà strada tra le due sorelle maggiori, 16 chilometri a ovest c’è Feltre, 16 chilometri a est il capoluogo di provincia. Con entrambe c’è una sincera rivalità (ci si guarda proprio in cagnesco a volte, così mi dicono) e spero che in futuro diventi una collaborazione fattiva per il bene del territorio, per raccogliere le risorse e progettare un futuro insieme. Attorno alla piazza principale di Mel si trovano due chiese contigue, una di costruzione quattrocentesca con all’interno i tesori più preziosi, l’altra della seconda metà del Settecento, bella soprattutto da fuori perché chiude il centro della piazza, bellissima soprattutto quando il sole la illumina, nelle ore centrali della giornata. Però immaginate la piazza di trecento anni fa come un piccolo teatro (il centro di Mel è piccolissimo), volgendo lo sguardo a nord lo skyline era tutto sulle Dolomiti bellunesi. Me l’hanno fatto notare all’Antica Locanda Cappello durante una visita guidata privata fino all’ultimo piano, tutta per me (ehm). Una volta era decisamente più bello, ho proposto di buttare giù la chiesa, non so se è una buona idea. Torniamo alla storia che è meglio. La crescita di Mel durante la dominazione veneziana corrisponde al fiorire di attività manifatturiere artigianali (lavorazione del legno, della lana e del ferro), commerciali, agricole, che purtroppo non durano in eterno e dall’Ottocento, dopo l’arrivo di Napoleone, vedono un progressivo declino.

 

 

Il capitolo dell’emigrazione è triste per tutti, qui assume dimensioni epocali come in molti altri paesi della provincia di Belluno ed è di straordinaria attualità visto come stanno le popolazioni del sud del mondo, e come le trattiamo. I primi flussi migratori hanno luogo proprio a metà dell’Ottocento, verso il Sud America, in nave (potrei scriverne tanto perché qualcosa ho imparato ma magari vi dedico un bel post “andata e ritorno”), portano i zumellesi a coltivare le terre nel sud del Brasile, soprattutto nello stato di Rio Grande do Sul dove ora i loro discendenti producono i migliori vini del Paese. Seguono due ondate migratorie prima e dopo la guerra. La povertà diffusa e il depauperamento progressivo delle risorse della valle costringono molti giovani e padri di famiglia a prendere la via del nord, in treno, fino al Belgio che baratta con l’Italia la manodopera di livello più basso in cambio di risorse come il carbone. Migranti economici insomma, mentre i giovani che emigrano oggi prendono l’aereo e li chiamiamo “cervelli in fuga” le persone che arrivano oggi in Italia sono trattate “non bene”. Avete letto o vi hanno raccontato le vite dei nostri migranti? Fanno impressione, mettono un groppo in gola perché non c’è nessuna finzione in queste storie di strappi, sacrifici, umiliazioni, trattamenti disumani e indegni. A Belluno il MIM, Museo interattivo delle migrazioni, raccoglie documenti e testimonianze su questo triste passato. Assieme al museo Fulcis recentemente riaperto sarà destinazione di una mia prossima esplorazione. Alcuni minatori muoiono in tanti piccoli incidenti sul lavoro, poi c’è Marcinelle la tragedia nazionale che ha il merito di sollevare la questione, ma non è ancora tempo di finire questo strazio. A segnare la fine del lavoro in miniera non è l’umanità ma l’economia, la convenienza di mantenere tali attività finché si trovano alternative più redditizie, altre fonti d’energia, altri luoghi dove si può scavare, sfruttare le persone, inquinare, deturpare l’ambiente. Dei minatori zumellesi e bellunesi alcuni sono rimasti e hanno piantato le radici nel cuore dell’Europa. Altri sono tornati ma a forza di lavorare nelle viscere della terra si sono ammalati di silicosi, dopo enormi sofferenze e nuove umiliazioni (per avere la pensione di invalidità ad esempio) sono morti tutti tranne uno. Di questa persona mi parlano due donne che allestiscono un piccolo spazio espositivo intitolato “Emigrare per un sacco di carbone” è in casa di riposo, non ci sente e non ci vede. Né lui né gli altri vogliono parlare di qualcosa per cui si vergognano, per la povertà a cui sono sfuggiti, per quello che hanno trovato e per il prezzo che hanno pagato. Preferiscono cancellare, chiudere la porta e scordare il passato. Me ne parlano altre persone che incontro a Mel, pensate che in Belgio, lì vicino, io ho studiato nel 1991 e 1992 alla fine dell’università, durante il progetto Erasmus.

 

 

Ho viaggiato in treno pure io da Venezia a Milano e su proprio fino a Namur per raggiungere la vicina facoltà di agronomia di Gembloux. A Namur arrivava il treno dall’Italia carico di migranti, stipati come su un carro bestiame. Erano di varie regioni italiane oltre il Veneto: Friuli, Sardegna, Marche, Puglia. Ho vissuto sei mesi con le seconde generazioni e ho conosciuto alcuni genitori oriundi. I figli sono cresciuti con i racconti dell’Italia com’era, i genitori hanno tenuto l’Italia nel cuore, ne conservano ricordi e tradizioni. Anche Mel cresce ora, ma quale futuro è possibile? Lo sviluppo sostenibile è frutto di buone pratiche, di rispetto per l’ambiente e il territorio nelle attività primarie (agricole, silvicole, pastorali), di riorganizzazione delle attività industriali in declino. Perché le industrie, alcune almeno, chiudono, ma nessuno vuole più vedere “l’emigrazione brutta” di cui a denti stretti mi hanno parlato. Ai giovani e alle aziende vanno date delle opportunità, sennò continueranno ad andarsene. Quando me ne vado io, sabato pomeriggio, Mel è nel pieno della festa, ho visto allestire le bancarelle il primo giorno di Mele a Mel, tra una visita guidata e l’altra ho parlato con i produttori a cui auguro successo e pazienza, tenacia e tutte le caratteristiche con cui sono stati forgiati nella loro storia secolare. In bocca al lupo!!

Aggiungi un borgo a tavola continua anche il prossimo fine settimana, sul sito delle Bandiere Arancioni trovate le varie iniziative nei comuni aderenti.

 

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