Sabato 5 agosto riproviamo ad “attaccare” il trekking ora che ha smesso di piovere, alla partenza siamo super eccitati e a ragione: alla bellezza delle ortensie non ci siamo ancora abituati e qui ce ne sono ovunque, a destra e a sinistra, sopra e sotto di noi. Facciamo una camminata in uno scenario da film, non ci hanno ancora girato una pellicola? Mi sorprende ma forse è meglio così, ci manca solo il turismo di massa e sarebbe la fine delle isole Azzorre, o almeno della loro inspiegabile magia.

Serra do Topo è una discesa infinita che dura oltre quattro ore per 12 chilometri di percorso, da 900 a zero metri slm. Questa è la prima delle tre porzioni di trek che continua in due luoghi se possibile ancora più magici, la Caldeira di Santo Cristo e la Faja dos Cubres. All’inizio della serra il sentiero è bordato di ortensie blu di una bellezza indescrivibile, ha smesso di piovere temporaneamente ma il terreno scivoloso costringe a guardare non attorno a noi ma in basso ai nostri piedi. Vietato scivolare! A zigzag giù dalla montagna ci immergiamo in una foresta che trasuda umidità, circondati da una nebbiolina o da nuvole basse, finché ahimè la pioggia ricomincia e non ci lascerà per il resto del trek. Più volte sentiamo lo scroscio di una cascatella e possiamo andare a cercare queste rumorose manifestazioni della natura, la natura in effetti è tutto intorno a noi che ci circonda e ci sovrasta, ma non fa paura.

La Caldeira di Santo Cristo si incontra scendendo da Serra do Topo, per risalire infine a Faja dos Cubres. Si tratta di una faja con una baia dominata da una piscina naturale e una chiesetta dell’800, in uno scenario che nessuna immagine può descrivere. Un tempo luogo di pesca con varie casette colorate, che erano utilizzate per il rimessaggio delle barche, ora è semi abbandonato ma pare che sarà nuovamente attivato come destinazione turistica. La natura intanto ha ripreso il sopravvento, è diventato una riserva naturale, un ambiente selvaggio che nelle stagioni di mezzo si trasforma in luogo di passo degli uccelli migratori. L’aria che si respira è estremamente spirituale, è uno dei posti più magici che abbiamo visitato e se possibile sotto la pioggia lo è ancora di più. Qui vicino a mezzogiorno e mezzo ci fermiamo un attimo per prendere uno snack veloce, in un baretto con uno stile tutto suo.

L’ultimo tratto da percorrere a piedi sino a Faja dos Cubres è un saliscendi faticoso dove il gruppo si sfrangia in tanti pezzettini che si ricompongono felici alla fine. Su e giù per un sentiero ben segnato, con lo sguardo che a volte va sulle scogliere a picco sul mare, a volte sui boschi sopra di noi. Stanchi ma felici arriviamo alla nostra destinazione dove ci attendono i tre mezzi che ci porteranno in paese. Faja dos Cubres ha una chiesetta, la cappella di Nostra Signora di Lourdes (bellina ma non come Santo Cristo) e un baretto dove ci rifocilliamo e facciamo programmi per le prossime ore. Il traghetto prenotato alle otto di sera consente di effettuare un programma per la giornata piena senza correre. Siamo i prodi che sono arrivati qui presso il mare, dopo 12 chilometri (sotto pioggia, vento e fango), affaticati ma elettrizzati da queste quattro ore.

Felici insomma, e con il premio del pomeriggio che ci viene consegnato all’arrivo a Velas: IL SOLE! E un extra bonus ormai inatteso ma super emozionante, una visuale in lontananza preannuncia le prossime giornate che trascorreremo a Pico. Proprio lui!

Il vulcano con la sua sagoma scura fa capolino in fondo al mare. Resta lì, resta così fino a domani gli sussurro in silenzio, chissà se mi ascolta. Ho tante cose da fare lassù: camminare, pregare, ogni ascesa a ogni montagna è un percorso spirituale per me. E torno a godermi il sole a Velas, il capoluogo di Sao Jorge è il porto principale dell’isola, nel piccolo centro si trovano supermercati, negozi e ristoranti per una piacevole sosta. Abbiamo caricato i bagagli sui mezzi ma quando arriviamo al porto, Cais in portoghese, ci dicono che il traghetto per Pico è in ritardo, sempre a causa delle condizioni meteo. E non ci porta a Sao Roque come previsto, bensì al capoluogo Madalena dove ci dovrebbe essere un bus della compagnia, per portarci appunto a Sao Roque. Il condizionale è d’obbligo… Mangiamo o no? Il timore di ripetere l’esperienza del primo traghetto, quello lungo eterno col mare in tempesta di due giorni fa, ci mette all’erta ma c’è una soluzione chimica per noi, si chiama Vomidrine. I miei previdenti partecipanti ne prendono a pacchi così mangiucchiano qualcosa serenamente nel tardo pomeriggio. Quando vediamo sbarcare dal ferry i passeggeri ci colpiscono dapprima le consuete scenette di congiunzioni familiari e separazioni, outfit esagerati, tatuaggi coraggiosi, le solite cose che ogni giorno accadono nei porti del mondo. Poi a guardarli bene ci spaventiamo, hanno le facce stravolte e tengono in mano i sacchetti per il vomito, aiuto! Vomidrine per tutti (o quasi), dà sonnolenza, un piacevole torpore, saliamo a bordo e affrontiamo sereni un’ora di traversata che diventa un’ora e mezza abbondante.

Santa Madalena ci accoglie con altrettanto torpore di quello che abbiamo in corpo ma dovremmo svegliarci perché siamo ben più di cento passeggeri e, in un attimo, senza tante indicazioni arriva un pullman che si riempie con 50 persone tra cui alcuni di noi, e se ne va. Sappiamo dove trovarci, all’ostello di Sao Roque, molto bello, è un antico convento che come nelle altre isole dell’arcipelago è stato donato all’associazione ostelli e offre ospitalità a condizioni vantaggiose. Consiglio vivamente questa soluzione abitativa ma prenotate con largo anticipo! Per noi non c’era già posto tre mesi prima del viaggio e infatti qui dobbiamo dividerci (vedere oltre). Arriviamo all’ostello a smozzichi dopo una faticosa ricerca, fuori e dentro gli uffici della compagnia di navigazione in cerca di improbabili informazioni. Finché siamo indirizzati a dei taxi che addebitano la corsa alla stessa compagnia. All’ostello dormono dieci partecipanti mentre altri sei, tra cui la sottoscritta, per estrazione alloggiano in un appartamento a dieci minuti da qui. Ci arriviamo a piedi, in salita, non ci facciamo mancare nulla eh! Un cagnolone enorme mi viene incontro quando, giunti alla casa, ci giro attorno perché non vedo nessuno, prendo paura poi per fortuna sbuca fuori la padrona di casa. Adelina è adorabile e per tre giorni non perderà occasione di chiacchierare, potremmo farlo in inglese ma preferisco il mio seppur maccheronico portoghese. Lei però mi apostrofa subito con una frase che mi dovevo aspettare e non ha bisogno di traduzione. Voçe fala brasileiro nao fala portugues. Già, vent’anni fa andavo in Brasile per lavoro e a partire dallo spagnolo ho costruito le mie basi di portoghese, anzi di brasiliano. Qui si parla un dialetto ancora diverso che un purista non apprezzerebbe, idem a Capo Verde e nelle ex colonie portoghesi. Poco male per me, quando avrò tempo mi metterò seriamente a studiarlo ma per viaggiare va più che bene. Per oggi abbiamo fatto abbastanza, domani ci attende il picco di adrenalina della vacanza, l’ascesa al Pico, riusciranno i nostri eroi? Andiamo a dormire che ne dite?

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