Domenica 6 agosto è arrivato il gran giorno della scalata al Pico, il vulcano sull’isola omonima e una delle principali attrattive delle Azzorre. Ci alziamo alle sei e alle sette siamo nella padaria. Vicino alla nostra casa c’è una panetteria superlativa che a prezzi molto bassi ci fa una colazione super, molto più di cappuccio e cornetto e l’ideale prima di un’ascensione impegnativa. Ma piove mannaggia, anzi diluvia, che novità, oggi questo proprio non ci voleva. Dopo un’ora in pulmino su una stradina stretta arriviamo al centro visitatori ma quassù gli impiegati ci dissuadono dall’affrontare la salita, sarebbe pericoloso, ci aiutano con le immagini della webcam in cima al vulcano: non si vede nulla tranne la pioggia che scende copiosa. Non vi dico altro su questa incompiuta perché potete leggere tutto il leggibile su questa escursione, spero che il meteo vi assista mentre in questi giorni nessuno dei numerosi gruppi di Avventure è riuscito a salire. Immaginate i musi lunghi dei montagnini che da mesi sognavano questa giornata di conquista? Che fare? Questa è la classica situazione complicata in cui il coordinatore deve far uscire il meglio dal gruppo, in qualche modo, altrimenti c’è il rischio che gli animi si scaldino e ne esca una brutta giornata. Invece noi sedici siamo un bel gruppo, nella nostra diversità siamo ben assortiti e buoni dentro, torniamo sul pulmino che vorrebbe riportarci a Sao Roque per poi andare dall’altra parte dell’isola nel pomeriggio, ad assistere a una processione. Attenzione ai cartelli…

A un bivio già visto scorgiamo un cartello stradale che indica LAJES, dovremmo visitare il paese domani. Possiamo andarci subito per favore? L’autista ci accontenta così da incastrare gli altri impegni della giornata, e tornare a prenderci dopo pranzo. Voi non potete capire come girano questi, sono trottole impazzite non solo in agosto nella nostra alta stagione perché il clima delle Azzorre consente di avere ospiti tutto l’anno, anche nel nostro inverno che comunque non è mai freddo. Qui vengono per esempio persone in giro per affari, o per investire. Immaginate cosa potrebbe diventare una qualsiasi di queste isolette se un emigrato in America, il classico che parte per fare fortuna come ce ne sono tanti (come in Italia eh) va via, lavora guadagna si arricchisce… e torna a casa con una idea di impresa. Di azienda o accoglienza, di produzione o di servizio. Possiamo sperare che lasci intatto l’ambiente e non rovini quanto di meglio la natura ha creato in milioni di anni? Terremoti a parte, una costante terribile e non finita che ogni tanto si accanisce a turno e devasta l’una o l’altra delle nostre amate isole Azzorre. Io ci spero, ma solo perché credo nello sviluppo sostenibile, l’unica via per far crescere l’arcipelago, ho visto degli scempi in giro per il mondo da non commentare.

Ma torniamo a Lajes, il centro principale della costa sud di Pico, la base da dove molti turisti partono per osservare i cetacei in barca, noi invece dei servizi del corrispondente di qua, abbiamo preferito usufruirne a Horta. Lajes è un paesino tutto raccolto con dei saliscendi che non notiamo subito, poche case nel centro tutte colorate e ben dipinte sulla base di pietra scura vulcanica, molto fotogeniche. All’estremità ovest, dietro l’angolo c’è il museo baleniero una istituzione da visitare, ce n’è uno anche a Sao Roque ma noi visiteremo questo. E c’è un baretto dove ci sediamo per un meritato caffè e un briefing. Fatemi vedere se possiamo fare una cosa, li apostrofo così e lascio in relax i miei pax perché ho visto all’angolo il cartello che cercavo. BIKE RENTAL. Al noleggio (che fa anche escursioni di whale watching) hanno solo otto bici e le danno per la giornata o mezza giornata, faccio due conti e torno pimpante dal gruppo. Che ne dite di fare un giretto in bici nei paesi vicini? SIII è la risposta, proprio così non me l’aspettavo ma la cosa più bella è la sistemazione delle attività. Metà gruppo va in bici, metà visita il museo e ci troveremo qui tra due e quattro ore per il scambiare mezzi e persone. Quando siete contenti voi sono contenta pure io, da vent’anni lo dico ai miei gruppi, la frase è sempre valida, da qui il nostro percorso è tutto in piano o in discesa. Siamo a metà viaggio, continueremo a discutere come nei giorni passati ma in modo costruttivo. Evviva!

Al noleggio ho preso la cartina dell’isola con i percorsi consigliati in bici, andando verso est c’è una bella salita e da qui inizia il percorso delle vigias. Lajes è il centro dell’epopea eroica e sanguinosa della caccia alle balene, finita trent’anni fa ma ancora presente nell’animo degli abitanti che per fortuna hanno convertito in risorsa turistica il loro mestiere crudele, durissimo, pieno di rischi. Le vigias sono bianche torri di avvistamento dei cetacei, ora parzialmente in disuso, situate sul dorso della collina che scende a picco sull’oceano. Il versante sud di Pico è luogo d’elezione per gli avvistamenti, luogo di passaggio dei grandi mammiferi marini. Alcuni proprietari stanno convertendo le vigias all’ospitalità. Propongo un primo giro verso est di quattro chilometri, un partecipante mi dice che non sale nemmeno sulla bici per così poco ma subito si ricrede, qui c’è da pedalare e faticare parecchio. Io scendo spesso con la scusa di scattare foto poi salgo in sella e proseguo, tra una vigia e una chiesetta, un cavallo e altri animali al pascolo, viste superlative sulla costa frastagliata. Il nostro giro in bici si svolge su e giù per stradine ripide e sterrate. Il partecipante più allenato alle due ruote prende velocità, va avanti e quando non ci vede arrivare torna indietro sembra un criceto sulla ruota, impazzito, su e giù, su e giù. Dai venite! Ci chiama mentre noi procediamo lentamente. Pedalare è difficile ma i paesaggi ampiamente ricompensano la fatica. Arriviamo al paese successivo, torniamo indietro per un pezzo poi risaliamo su uno sterrato con dei ricoveri per i maiali, che non si vedono ma… si sentono. Muretti a secco scuri sono ricoperti da campanelle rampicanti viola, a terra altri fiorellini colorati allietano una vista già stupenda. Due ore volano via e rapidamente facciamo il cambio, noi primi otto coi secondi otto. Non piove da un paio d’ore e noi (i primi) siamo stati più fortunati perché ora staremo al coperto del museo mentre i secondi otto seguono le nostre tracce e, alla fine della salita, trovano uno scroscio d’acqua come un muro che li rende fradici in un attimo e li costringe a tornare presto alla base, che sfortuna! Un pranzetto di pesce in un ristorantino ora è quello che ci vuole, e a tavola ci troviamo alla fine del giro di Lajes.

La visita del museo è imprescindibile per conoscere la storia infernale della caccia alle balene fatta di rituali ancestrali comuni alle Azzorre come a Capo Verde, caccia che è proseguita sull’altra sponda dell’Atlantico con gli stessi protagonisti, finché è stata ammessa questa terribile pratica. Capoverdiani e azzorriani erano i migliori balenieri, quando emigravano in USA e Canada guadagnavano di più che nella terra natale ma la minestra era la stessa. Appostamenti e avvistamenti, grida per far uscire una squadra di quattro uomini su piccole barche che sfidavano le onde dell’oceano per inseguire animali enormi. Erano attrezzate con arpioni, corde, coltelli e una bottiglia di grappa per sostenersi in mare, per festeggiare quando si poteva issare la bandiera sul dorso dell’animale ucciso e tornare a terra trascinandolo a forza, quando la missione aveva successo. Ma non era sempre così. Se visiterete questo museo sarete colpiti dal ricchissimo materiale, anche multimediale, con cui è stata ricostruita la storia antica e recente della caccia alle balene. Oggi e domani ci avviciniamo a tale pratica sia al museo, sia ascoltando la viva voce dei baleeiros, con le loro storie incredibili e terribili, la guerra uomo animale, la necessità di procurarsi da vivere in questo modo che terminava con la vittoria dell’uno o dell’altro, quasi sempre con la morte dell’uno o dell’altro. Anche delle persone. Per pochi soldi e con tanti rischi. Io sono contro la caccia in sé ma non mi sento di demonizzare questi protagonisti di un’epoca non così lontana, finita solo perché a un certo punto non conveniva più a nessuno, c’erano troppi rischi per guadagni (e risultati) sempre più scarsi. Ora però vorrei che qualcuno mi portasse nel Mediterraneo a vedere una tonnara, e poi diventeremo tutti vegetariani, chissà…

Ho scritto un sacco e siamo appena arrivati a metà giornata, una lunga giornata che prosegue con il tour della parte sud orientale dell’isola, con i santi protagonisti, leggete gli appunti della mia relazione …

SAO JOAO (PIC) – luogo di passaggio sulla costa sud di Pico dove si visita un parco costruito un centinaio di anni fa da un magnate locale, con alberi secolari, cervi e altri animali in grandi recinti.

SAO MATEUS (PIC) – villaggio situato sulla costa sud di Pico, dove il sei agosto per la processione di Bom Jesus milagroso si dice che appena parte dovrebbe smettere di piovere. A noi non è successo ma la festa è uno spettacolo stupendo e sincero. In fondo al paese si trovano campi coltivati a vigneto e frutteto (con molte case in vendita se vi avanzano due lire da investire) e un porticciolo. Quando vi siete riempiti gli occhi di tanti bei panorami immergetevi nella festa. Se non volete seguire la banda, i preti e la gente nei costumi tradizionali fate come noi: colonizzate un chiringuito dove vendono cibi e bevande a 1-2 euro e passate la serata in allegria assieme agli azzorriani. Una bellissima esperienza.

Una lunga giornata come può finire? Abbiamo mangiato e bevuto ma invece di andare a dormire, poiché c’è tanta adrenalina nel gruppo e siamo a metà della vacanza è ora di fare il bilancio col gruppo (come accade in ogni mio viaggio). A Pico i bilanci si fanno davanti a una bottiglia alcolica, nella casa dove alloggiamo in sei c’è la lavatrice e con un pellegrinaggio mai visto ci arrivano alle dieci di sera i dieci dell’ostello ciascuno col suo bel sacchettino di biancheria sporca. Che si lava mentre facciamo giochi veramente stupidi in casa e, tanto per cambiare, andiamo a dormire tardissimo.

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