Un anno fa ero in Molise a festeggiare nel modo più tradizionale il Carnevale, tra le vie di piccoli paesi che si riempiono soprattutto in queste manifestazioni popolari, sentite e sincere come la gente del sud. Ho conosciuto il Diavolo di Tufara per il martedì grasso, i carri allegorici di Larino per il sabato grasso che posticipa i festeggiamenti, come avviene a Milano nel carnevale ambrosiano.

Un anno fa eravamo già in Quaresima, mentre nel 2019 stiamo per iniziare due settimane abbondanti di festeggiamenti ma francamente non ne ho nessuna voglia, anzi desidero scappare! Avete presente l’attesa che si consuma da lontano per approdare a Venezia e invaderla pacificamente, con o senza maschera?? Ecco io spero di andarmene fino al mercoledì delle ceneri, anzi sto cercando dei paesini isolati dove il Carnevale si festeggia all’insegna di antiche tradizioni, via dalla pazza folla. Accetto consigli! Cercherò di andarci, vicino o lontano che sia. Ora però vi racconto cosa succedeva un anno fa a Tufara, in provincia di Campobasso, per il carnevale. Evento che ho descritto in sintesi su Facebook con un titolo significativo [Il diavolo veste di capra a Tufara] e con queste precise parole:

Dieci giorni fa sono scesi quaggiù i Krampus e i Mamuthones con cui il diavolo condivide la tradizione della maschera zoomorfa. I tufaroli sono carinissimi ci hanno portato subito nel dietro le quinte della preparazione dei gruppi poi a casa loro ci hanno coccolato con le specialità locali. Roba leggera tipo spezzatino fugnato nel biscotto coi cigoli innaffiati col vino locale. E poi tutti di corsa in giro per il paese dimenandosi e chiedendo ospitalità nelle case. E infine dopo il processo il gran finale. Gettare dalla rupe un fantoccio pieno di paglia come metafora della nuova stagione che sta per avviarsi. Sperando che sia ricca di frutti.

La chiesa madre e il castello longobardo sono i due luoghi di interesse storico in paese, il cui centro è arroccato sul tufo. La pietra che gli dà il nome per secoli è stata fonte di commerci, mentre le attività agricole, cerealicoltura e olivicoltura, sono tuttora presenti in questo borgo di meno di mille abitanti. La natura e le opere dell’uomo si vedono salendo in auto su strade asfaltate male, il fondovalle è segnato dal corso del fiume Fortore. All’ingresso del paese parcheggiamo e proseguiamo a piedi tra viuzze dove l’aria è frizzante, quasi elettrica per l’attesa, nonostante il freddo pungente.

A me non piace per niente la street art, almeno come viene coniugata in città (infatti ne faccio volentieri a meno) eppure qui fa piacere imbattermi nell’espressione pittorica piena di colori dei murales che ravvivano le vecchie case. Per quasi tutto l’anno esse saranno disabitate, ora invece si riempiono di vita come mi raccontano tanti tufaroli “emigrati” lontano, come a Milano, o semplicemente a Termoli e in altre città. Cammino a bocca aperta e faccio tutte le foto possibili poi andiamo a cercare il diavolo. Dove si sarà nascosto?

Il diavolo è la maschera zoomorfa della tradizione popolare pagana che condivide le forme con maschere di altri luoghi, ugualmente legati a riti ancestrali. Infatti i Mamuthones di Mamoiada e i Krampus delle vallate dolomitiche sono “gemellati” con Tufara. Per questo i diavoli vanno in tournée, si sono trovati pochi giorni prima del martedì grasso in Sardegna per sfilare insieme e ora sono tornati a casa. Il focolare domestico è un elemento di coesione in paese in questa giornata di festa, lo verifichiamo di persona appena i tufaroli ci invitano a entrare in casa loro e ci conducono nelle viscere della manifestazione per seguirla, dall’inizio alla fine. La casa è il luogo dove si veste il diavolo, un poco in segreto, magari nella cantina scavata sotto terra accanto agli attrezzi agricoli ora in disuso, accumulati negli anni, ciascuno con le sue storie da raccontare, come vecchi contenitori per i cereali, l’olio e il vino. La falce, il tridente e altri utensili oggi servono eccome, anzi fanno parte del “corredo” dei diavoli e degli angeli al seguito, assieme a delle lunghe catene che inibiscono i movimenti del diavolo e lo annunciano con il loro clangore, su e giù per gli stretti vicoli del paese, mentre in piazza suonano gruppi musicali e sfilano piccoli carri mascherati con il meglio della satira, politica e non solo. I bar affollati accolgono i visitatori che vengono da vicino e come me da lontano, non solo molisani quindi.

L’inizio – Il diavolo veste di capra come ho scritto, pelli scure e odoranti che pesano oltre venti chili, cucite addosso con un lungo rituale completato dalla maschera nera di cuoio. All’aspetto scuro e inquietante del diavolo fanno da contorno le figure spettrali che rappresentano la morte, personaggi vestiti di bianco con il viso ricoperto di farina. Seguono la giuria, i folletti, la madre e il padre del Carnevale.

La fine – Questi personaggi avranno la meglio sul diavolo e ne decreteranno la morte, alla fine del processo pubblico che rinnova la raffigurazione del legame con la terra, nella speranza di rinascita e nell’auspicio che la stagione sia propizia per le attività agricole.

L’inizio e la fine del Carnevale di Tufara sono facili da raccontare perché codificati dalla tradizione che si ripete negli anni. Il bello sta nel mezzo e questo è l’elemento che più ho amato nel mio specialissimo martedì grasso di un anno fa. La condivisione di spazi e i piatti della “cucina povera” questo brutto termine che, come avviene nella società italiana di oggi, vorrebbe creare distinzioni in base a ciò che abbiamo mentre, lo dirò fino all’ultimo dei miei giorni, quel che conta è ciò che siamo, quello che facciamo e soprattutto COME – maiuscolo – lo facciamo. Gesti semplici accompagnano piatti gustosi, i già citati “spezzatino fugnato” nel biscotto coi cigoli (ciccioli) innaffiati da un ottimo vino rosso locale, accompagnati dal pane fatto in casa, buonissimo! Queste non sono certo pietanze leggere ma si adattano perfettamente a scaldarci fra una corsa e l’altra, mentre inseguiamo il diavolo per le vie di Tufara.

Alla faccia di chi del Molise dice ancora “La regione che non esiste”, dopo un anno ricordo con grande piacere le chiacchiere e i sorrisi, l’accoglienza mite e calorosa che i tufaroli hanno decretato a sconosciuti come me e Antonio Meccanici di Molisetrekking. Antonio è stata la mia guida molisana e lo ringrazio ancora per ciò che mi ha mostrato della sua terra, nel piccolo grande Molise. In attesa di tornare perché ho un altro lungo elenco di luoghi da scoprire!!!

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