Piove anche a Morano Calabro, uno dei Borghi più belli d’Italia, dove la nostra visita si svolge sia all’aperto sia al chiuso (nonostante la pioggia). Siamo in compagnia delle ottime guide di Perla del Pollino, agenzia di viaggi e servizio di guida locale.

Morano sorge in posizione dominante sulla valle, qui scorre il fiume Crati con il Coscile e altri affluenti, dove la natura la fa da padrona con fenomeni carsici e grotte. Oltre la valle (e oltre le nuvole) vi sono i profili del monte Pollino e degli altri picchi che, in alcuni casi, superano i duemila metri slm.

Morano nacque con il popolo di Turi, proprio lungo il Coscile. Anticamente questa zona era ricca, piena di attività produttive e insediamenti umani visibili nei ritrovamenti archeologici, un fortilizio e ville romane dotate di Opus reticulatum. Poi i Longobardi furono presenti per ben 400 anni. Tra Morano e la vicina Castrovillari si cerca di recuperare gli antichi sentieri e testimonianze storiche quali la Necropoli tardo medievale di Celimarro. C’è ancora molto da scavare!

La sagoma del Castello Normanno Svevo si staglia verso il cielo e spicca sul profilo del paese, un insieme compatto di edifici in pietra.

Costruito in epoca medievale, probabilmente su un precedente impianto di epoca romana, il castello nel Cinquecento è stato abbellito sul modello del Maschio Angioino di Napoli. Il centro abitato vi cresceva tutto attorno fino ad avere ben tre cinte murarie.

Ha poi subito cambiamenti di destinazione, spoliazioni, abbandono, un po’ come tutta Morano. Nel Novecento infine ha avuto nuova vita, fino agli anni Novanta era un carcere perciò si è conservato bene.

All’unità d’Italia Morano era un grosso paese con 18000 abitanti ora ridotti a circa 4000. La gente ha cominciato ad andarsene dalla fine dell’Ottocento, e sono andati calando fino a oggi.

Lo spopolamento è incessante, dove sono i suoi quattromila abitanti?

Spettrale nel suo silenzio, mi sembra sempre più un luogo abbandonato, privo di vita e mi spiace. I negozi sono pochi e non si contano i cartelli Vendesi – Cedesi – Affittasi.

L’uomo persegue però la sua ricerca del bello, per questo ha riempito con un pugnetto di terra ogni piccolo spazio, per abbellirlo con piante e vasi di fiori. Non mancano le viti impegnate a salire coi loro tralci da un piano all’altro, ora sono cariche d’uva matura che vorrei assaggiare, ma non lo faccio!

Tra chiese, conventi e monasteri, il patrimonio ecclesiastico è abbastanza ricco da farci capire quanto Morano fosse importante in passato. Custodi di immensi tesori sono sia San Pietro e Paolo, sia Santa Maria Maddalena dove è conservato (e protetto) un polittico del Vivarini del 1477, strepitoso, composto da ben 25 pezzi.

Ben altra storia, quella dei sacrifici della vita rurale, si racconta nel Museo dedicato ad agricoltura e pastorizia. Chissà quanti pezzi unici, fatti a mano, si trovano nascosti nelle cantine di tanti paesi dove si coprono di polvere, o sono mangiati dai tarli.

Molti degli oggetti esposti nel museo di Morano provengono dalla donazione del professor Maineri.

Quanti musei della civiltà contadina ho visto?

Tutti uguali perché lavorare la terra con le mani e pochi attrezzi era comune in tutta l’Italia, gli stessi attrezzi che si erano utilizzati per secoli.

Tutti diversi perché ogni zona ha visto svilupparsi colture proprie e artigianato specializzato, al servizio delle attività produttive. Vedere queste memorie di un tempo, non tanto lontano nel tempo, mi mette i brividi per tanti motivi.

  • Perché tuttora le attività primarie sono associate alla povertà del passato, a sacrifici immani, fatica e sudore, che ci sono anche oggi ma sono mille volte meno delle fatiche dei nostri nonni contadini (per chi ha avuto dei nonni contadini).
  • Perché le prime grandi emigrazioni di italiani si ebbero proprio per motivi economici, per uscire da povertà e miseria, per cercare un futuro migliore lontano da casa. Nella seconda metà dell’Ottocento verso America e Australia, poi pure in Europa, a cavallo delle due guerre mondiali.
  • Perché il progresso tecnologico degli ultimi decenni è innegabile. Agricoltura e allevamento si sono avvalsi nel Novecento del supporto della chimica (vedere qui al nord l’epopea di Porto Marghera). Poi è arrivata la tecnologia con macchine agricole sempre più grandi e sofisticate, ma tutto sommato un traguardo recente.

Il passato agricolo della Calabria è facile da identificare, per me sono meno note le varie attività agricole.

A Morano si lavoravano i tessuti: lana, lino, canapa, cotone e la preziosa seta prodotte qui fino all’ultima guerra. Sono esposti sia gli abiti sia le macchine, in una collezione di grande valore anche simbolico.

Vi sono diverse stanze con le ricostruzioni degli interni di vecchie case calabresi, queste sale sono per me le più interessanti perché ci consegnano uno spaccato della vita dove uno spazio piccolo era densamente popolato da famiglie numerose, dove a volte i membri grandi e piccini erano costretti a convivere con gli animali per necessità.

Esco contenta da questa visita e con i compagni di cammino mi ritrovo fuori, nuovamente su e giù per le scale di Morano sotto la pioggia. In questi infiniti saliscendi incontriamo ben poche persone però un contatto prezioso, procurato dal nostro capo Ferdinando, ci permette di fermarci per pranzare, al termine della visita, da Renato. Si tratta di un ristorantino dove consumiamo un piatto di pasta, seduti al caldo, con un bicchiere di vino rosso. Oggi niente panini, mangiare fuori non sarebbe stato lo stesso, Brrr!

Se dovessi tornare a Morano sarà il fine settimana del 20 maggio (che per inciso è anche il mio compleanno) quando si celebra San Bernardino da Siena e si tiene la rievocazione storica che simula l’attacco saraceno fallito nell’anno 1000. Il paese si trova per le strade a festeggiare con le botteghe aperte per assaggiare cibi medievali.

Noi ci ritroviamo in strada dopo pranzo, pioviggina ma non abbastanza da rinunciare alla seconda parte del cammino prevista per oggi, da Morano a Tarsia per quasi otto chilometri. Si svolge su una striscia d’asfalto nuovissima, sempre ricavata sul percorso della ex Ferrovia Calabro Lucana.

Le pendenze sono leggere perché qui passava la littorina chiusa 40 anni fa. Era così piena d’estate che, così ci ricordano, i passeggeri scendevano a raccogliere i fichi, la littorina proseguiva vuota e risalivano sulla successiva. Peccato che sia stata chiusa.

Lasciamo infine alle nostre spalle la sagoma inconfondibile di questo affascinante paese e torniamo a camminare in mezzo alla natura.

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