11 agosto 2014 (bus – trek a piedi)

Questa è la giornata perfetta per compattare un gruppo già coeso, con l’attività più aggregante che ci sia: camminare. Abbiamo contrattato con il gestore della guesthouse una visita guidata a cui partecipa (controvoglia) anche la nostra guida Paeng. Una passeggiata di sei ore tra i villaggi con tanti saliscendi.

Scegliamo qualcosa di semplice e fattibile, non un trekking pesante: è piovuto tantissimo negli ultimi giorni.

Il suolo è bagnato e scivoloso inoltre le sanguisughe sono un incontro probabile e non desiderabile.

Prima dell’alba visitiamo il villaggio, il tempio e il mercato dove osserviamo in silenzio la sua vita brulicante.

L’impatto con le merci è forte dal punto di vista visivo. Tutti i cibi possibili sono esposti…

Riconosco a fatica animali essiccati come topi e pipistrelli, poi ci faremo l’occhio, per me è la prima volta.

L’impatto umano è per me il più gratificante, le persone sono impegnate nei banchetti o accovacciate a terra con un fazzoletto pieno di frutta e verdura, a volte non riconoscibili. Vengono dalle loro campagne.

Vendono ciò che hanno, la terra dà ciò che serve per la loro sussistenza, da integrare con questi soldi.

E vi sono pure oggetti di artigianato per chi vuole fare subito shopping!

A bordo del pulmino andiamo in due villaggi di etnia Aka e Lole, che assieme ai più famosi Hmong condividono questi spazi, numerosi gruppi sono presenti nel nord del Laos.

Ci accolgono due galli fronteggiati in una lotta all’ultima piuma.

Una famiglia con ben quattro generazioni, dalla nonna di 91 anni alla bisnipote di 18, è impegnata al telaio manuale dove lavora colori sgargianti per farne capi di abbigliamento.

Trama e ordito, maschio e femmina, Yin e Yang.

Animali domestici chiedono coccole da parte nostra.

Animali da cortile razzolano sollevando poca polvere.

Bambini silenziosi ci corrono incontro.

Questa è la zona di confine dove il Laos si incunea fra Myanmar e Cina, i paesi vicini con cui condivide la ricchezza dei gruppi etnici.

Il turismo antropologico non mi ha mai interessato, non portatemi in Africa a vedere cerimonie e tribù.

Ma in un viaggio itinerante come questo, estremamente vario, apprezzo molto il nostro contatto a piccole dosi, il modo e il (breve) tempo in cui sfioriamo le loro vite.

Pensate come doveva essere bello e difficile visitare il Laos, diciamo prima del 2000, con la condivisione di un pezzetto di vita microscopico in queste lande dimenticate da Dio, protette da plurime antiche divinità, venerate quanto la terra che dona i suoi frutti. Oggi è tutto più facile e il turismo, seppure non invasivo, è arrivato: ha portato un minimo di benessere a queste popolazioni povere ma dignitose, pian piano le potrebbe svuotare della genuinità che l’isolamento forzato ha garantito sinora. Cosa è giusto non so, come tutelarli non so, cerchiamo di lasciare loro qualcosa e di non togliere troppo. La corrente elettrica è una novità degli ultimi anni, ora vi sono pali e fili elettrici a segnare i bordi delle strade, almeno quelle asfaltate di recente e non sempre bene. Tanti villaggi sono collegati via terra dai sentieri immersi nella foresta. Oppure via fiume.

Alle 10,30 iniziamo a camminare in un’area incontaminata, sia dal punto di vista naturalistico sia antropologico.

Eppure la civiltà sta arrivando, con i suoi lati positivi e negativi, per noi (turisti) e per loro (abitanti).

Noto con sgomento l’utilizzo di cereali OGM sia nei campi coltivati a mais, sia nelle risaie.

Piccoli appezzamenti coltivati si arrampicano sulle colline, scenari del tutto diversi dalle enormi distese della pianura padana. Ciò che le accomuna purtroppo è la massiccia presenza di multinazionali, in questo caso americane, che vendono sementi più redditizie con il ricatto della maggiore resa per ettaro. Ovviamente non si può paragonare un seme che cresce naturalmente con uno frutto di selezione genetica, ne prendo atto, punto.

Le palette con i loghi made in USA mi fanno rabbrividire ma chi sono io per criticare o contestare tutto questo, quando l’alternativa sono minori raccolti e / o la fame??

Ogni villaggio ha il suo “scaccia spiriti” all’ingresso, una sagoma in legno corredata da archi e frecce.

Non mancano simboli bellici come kalashnikov e coltelli, in legno e canne, con il medesimo scopo: tenere lontani gli spiriti cattivi. Un pollo e un maialino sono sacrificati per ingraziarsi gli spiriti, hanno sostituito i sacrifici umani che erano praticati anni fa. Nella terra battuta si apre un mucchietto di edifici.

Capanne e case sono a volte poggiate a terra, altre volte su palafitte.

Le motociclette sono parcheggiate “sotto casa” in questi spazi adibiti a magazzino.

Grosse canne di bambù e tronchi di legno accatastati a terra attendono di essere tagliati.

I tetti in lamiera hanno sostituito i tetti di paglia. Però c’è l’antenna parabolica, che dire?

I cereali vengono essiccati su griglie di fibre vegetali intrecciate, tenute ferme con le canne di bambù.

In giro ci sono soprattutto anziani e bambini, le persone vivono fianco a fianco con gli animali che ogni sera convergono in piccoli ricoveri recintati.

L’acqua si prende con grosse taniche a una fontana in mezzo al villaggio.

Saliamo a vedere una di queste case dove pranziamo, seduti in cerchio sul pavimento di legno, noi e loro.

Le pietanze ci vengono servite in una foglia di banano: carne, verdure saltate e salse piccanti.

Mangiamo con le mani. Ci riposiamo un attimo accovacciati e riprendiamo la marcia, facendoci strada tra la foresta selvaggia. Sembriamo piccoli Indiana Jones.

Procediamo in fila indiana (!!!) in religioso silenzio, un silenzio che sa di gioia.

La foresta si alterna ai campi coltivati, troviamo canna da zucchero, alberi della gomma e banani.

Le sacche blu che avvolgono i caschi di banane servono prima ad agevolare l’irrorazione dei prodotti chimici, poi ad accelerare la maturazione. La banana è un miracolo della natura, quando è coltivata in modo naturale.

Quando ho la fortuna di mangiarla nel luogo di produzione, presa dall’albero o quasi, ne approfitto.

Più piccole sono, più buone sono. Quelle dell’Asia sono le mie preferite, piccole e gustose, ma arrivano a fatica in Europa per gli scellerati accordi commerciali con le multinazionali che favoriscono frutti più grandi, di solito coltivati in America.

Leggete i racconti che ci ha lasciato Rigoberta Menchù dal Guatemala, parlano proprio di questo e di quanto la sua famiglia ha “pagato” lo sfruttamento del lavoro nei campi.

Il diario di viaggio successivo a questo su Laos e Cambogia dovrebbe essere proprio su Guatemala e Belize, due paesi che ho amato in un viaggio lunghissimo per le mie abitudini. Sono stati una grande scoperta da ogni punto di vista, ho visto luoghi unici con un altro grande gruppo. Ricordi del passato ma con qualche problema a sistemare le foto. Altrimenti resto in Asia, questa è l’alternativa ho ben due viaggi in India da raccontare.

Non c’è paragone fra i frutti locali e i frutti tropicali (in generale, e la banana in particolare) che arrivano da noi dopo un viaggio di migliaia di chilometri. Sono filiere lunghe e poco, pochissimo sostenibili.

Raggiungiamo la casa dello sciamano che ci parla come fosse invasato, uno strano personaggio con un’aura poco spirituale, più simile a un ciarlatano. Ha due donne bellissime accanto a sé ed espleta le sue funzioni di cura e assistenza nei tre villaggi vicini. Prima di salutarci benedice ognuno di noi, assicurando un felice proseguimento del viaggio e persino un ritorno in Laos. Mah.

Finora il tempo è stato grigio, come mostrano le foto sbiadite, e molto umido, finché il cielo si sfoga.

Piove, apriamo gli ombrelli, mettiamo su mantella e cappuccio e ci rimettiamo in fila indiana.

Smette, fa subito caldo e sale l’umidità dalla terra. Togliamo i vestiti di troppo e cominciamo a sudare.

Nell’ultimo villaggio troviamo una festa per la coppia più anziana, i giovani le dedicano una lunga vita e il sacrificio di una mucca. Ci offrono il Laolao l’acquavite locale da cercare subito, al prossimo mercato.

Rientrati sulla strada principale beviamo qualcosa di fresco a un baretto.

Raggiungiamo il pulmino camminando sul ciglio della strada, accanto a noi il sole illumina le risaie dipinte di verde, alternato ai colori accesi di tanti fiorellini spontanei e di farfalle svolazzanti.

Torniamo alla guesthouse dove abbiamo lasciato i bagagli, sostiamo per un rapido cambio, te e caffè, poi risaliamo sul pulmino per altre due ore fino a Luang Namtha. La guesthouse di oggi ha un arredamento coloniale che apprezzo molto, soprattutto per l’abbondante utilizzo del legno.

La cena libera è un piccolo momento di libertà apprezzato da tutti, c’è chi va al night market e chi al primo ristorantino. Dopo cena chiacchieriamo in hotel con l’ultima birra in mano.

LUOGHI VISITATI

LUANG NAMTHA

A soli 30 km a sud di Muang Sing è un luogo di passaggio necessario nella zona del Laos situata più a nord, presso il confine tra tre Paesi noto come Triangolo d’oro: Cina, Birmania, Laos.

UDOMXAI

Secondo la guida LP è una cittadina cresciuta a dismisura per i traffici con la Cina vicina, ma conserva un bellissimo stupa dorato e annesso monastero buddhista altrettanto interessante.

Ti è piaciuto questo post sul Laos e Cambogia? Se vuoi leggere anche gli altri cerca LAOS o CAMBOGIA con la lente nel menu a destra. E se vuoi commentare mi farà piacere. Grazie! Roberta Gamberettarossa.

Inoltre vi consiglio di leggere...

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. Required fields are marked *