Lunedì 29 dicembre 2014

Iniziamo la giornata con una “colazione sontuosa in hotel”, ovvero assaggio tutto ciò che mi attrae nel buffet e qui, manco a dirlo, provo i prodotti VEG: riso, verdure, frutta, tofu. Assaggio un ottimo tè allo zenzero, leggero quanto basta per apprezzarne le sfumature e la nota speziata. Di solito cerco il tè nero senza aggiungere nulla, nemmeno il latte che è tanto in voga qui, se posso evito il caffè a meno che sappia dove e com’è fatto. Il sud dell’India ospita delle piantagioni rinomate ma in occidente è più famosa, meritatamente, la produzione di tè.

Salgo al nono e ultimo piano dove ammiro un ampio panorama sul mercato e il nostro quartiere.

L’impiegato che mi accoglie mi mostra il ristorante (chiuso) e la palestra (aperta) ma sono le vecchie foto alle pareti che mi colpiscono di più.

Lasciamo i bagagli nella lobby e usciamo alla scoperta di Kolkata che è una città enorme, ma ben servita dai mezzi come bus e taxi, più gli immancabili tuktuk.

Abbiamo l’imbarazzo della scelta per muoverci ma iniziamo a piedi, sulla cartina siamo ubicati strategicamente per spingerci a sud dell’albergo, all’ufficio turistico, e poi tornare verso la zona nord. Il gentilissimo impiegato prima ci propone biglietti per attrazioni turistiche, come il Marble Palace, e i vari City Tour disponibili. Fornisce poi info su entrambe le regioni che visiteremo, Sikkim e WB. Le brochure e fotocopie che ci consegna saranno utili sia oggi, sia l’ultimo giorno che passeremo di nuovo qui in città. Il programma di viaggio è sempre più fitto, bene!

Mi innamoro subito di questa città che, nella sua confusione e disordine, sa trasmettere tante sensazioni; è proprio un laboratorio dei sensi. Anche se ci siamo appena conosciuti, nel nostro gruppetto di quattro persone abbiamo già voglia di scherzare, iniziamo un gioco che ogni giorno ci terrà compagnia. Il gioco degli odori consiste nell’elencare cosa sentiamo girando con il naso all’insù, in India, si sa, abbonda ogni genere di odori. Uno di noi annusa l’aria, identifica un odore principale e insieme cerchiamo di riconoscere le note al contorno. Buono o cattivo non ha importanza, è come se fossimo a una degustazione di vino.

Kolkata ha tante anime, la sua anima british è ancora fortemente presente, nonostante gli inglesi se ne siano andati nel lontano 1947. Agli inglesi si deve il sistema dei trasporti, sviluppato sia a livello nazionale sia locale, con una rete di treni capillare di cui noi ci accingiamo a provare il notturno, proprio stasera. In città le fermate della metro ci incuriosiscono, al punto di salire e scendere solo per vederle, senza salire sui convogli. Le più vicine all’albergo sono Park Lane e Maidan, fuori sono sfavillanti con le loro piastrelle, e simili alle vecchie fermate di Londra e Parigi, mentre sotto sfoggiano modernità e tecnologia. Provo a fotografare ma mi fanno notare il cartello del divieto, è giusto così.

Il lato della strada dove c’è il nostro hotel è costellato da negozi, palazzi, banche e uffici, come abbiamo notato ieri sera. Alcuni sono sfavillanti nelle loro insegne e vetrate moderne, altri sono sgarrupati. All’altro lato c’è un grande giardino, anzi un parco, dovremmo superare la sopraelevata per vederlo ma non se ne parla, almeno a piedi. Attraversare la strada in qualsiasi città indiana è infatti un’altra esperienza, da vivere o da morire, spesso è pericoloso ma vi sono delle regole di base. Noi seguiamo la folla che passa col semaforo verde e speriamo che le auto passanti col rosso non ci becchino, più o meno funziona così. Alcuni siti culturali ci attendono, qui di seguito troverete le visite effettuate durante la nostra passeggiata urbana.

Passiamo accanto al famoso Planetarium, costruzione iconica con un aspetto sacro, che ricorda uno stupa buddhista. Mi piace trovare le varie anime spirituali di un paese, in India ce ne sono tante e finché convivono in pace va bene, meno bene è il tentativo di imporre il proprio credo, mescolando politica religione e soldi, come succede proprio a nord dove stiamo per arrivare, su un confine caldo anzi caldissimo.

La tolleranza degli indiani è un altro carattere distintivo pur tra problemi sociali infiniti (come la permanenza della divisione in caste). Indubbiamente negli ultimi decenni c’è stato uno sviluppo economico e un parziale miglioramento della condizione femminile. Non so bene se c’è libertà di espressione sessuale e sentimentale, questo è un terreno minato dove mi limito ad osservare e chiedo lumi ai più esperti, preferisco.

St Paul’s Cathedral

Questa grande chiesa neogotica ha un ricco interno dove varie iscrizioni recitano i nomi dei benefattori, soprattutto inglesi (!!!), che ne hanno permesso la costruzione e il mantenimento. Un gruppo di persone canta e io mi ritengo sempre fortunata quando posso assistere a tali spettacoli inattesi. All’esterno c’è uno strano presepe, composto da statue enormi con le fattezze indiane, un giardino fiorito e un parco giochi.

Ad alimentare l’orgoglio nazionale contribuiscono statue e busti sparsi per la città, alcuni sono riconoscibili come i più famosi Gandhi, Tagore, madre Teresa, ad altri mi devo avvicinare per vedere chi sono.

Victoria Memorial

Oggi il palazzo è chiuso ma possiamo visitare i giardini. Il biglietto di ingresso costa solo 4 RS/ pax (!!!) e questa passeggiata ci consente di vedere tanti indiani, curiosi come noi di conoscere il retaggio culturale di Kolkata davvero immenso! Purtroppo gli fanno da contraltare le immagini dei poveri onnipresenti, senza casa, mendicanti, l’umanità dimenticata che affolla le strade di questa (e altre) megalopoli.

L’edificio è scenografico e fotogenico, non nel senso dei social eh! Io ancora fotografo con la reflex, mentre col cellulare catturo istantanee, immagini con un significato diverso. Vi sono lavori in corso e impalcature metalliche, mi gira la testa al pensiero degli operai lassù in cima, un lavoro tanto impegnativo ma con poca sicurezza. Più leggero è l’allestimento di poltroncine per lo spettacolo di suoni e luci, che si svolgerà a breve.

Sarebbe bello vederlo al nostro ritorno, non abbiamo molto tempo e nel nostro programma serrato vogliamo incastrare molte cose. Andare al cinema per esempio (Bollywood docet) o vedere una partita di cricket. Stare con gli indiani insomma. Si vedrà.

Sui prati adulti e bambini giocano (proprio a cricket). Questo bel prato verde invita a stenderci, riposare e fare people watching però… sono solo le 11,30 e abbiamo ancora tanto da vedere.

Passeggiamo verso sud ovest nella zona di Fort William, con la sua inconfondibile sagoma bianca, che mi fa tanto “Vecchia Inghilterra”.

Vediamo carrozze argentate, auto e altri strani mezzi di trasporto. Sgarrupato ma bello, mai pericoloso.

Porto al collo la Nikon, il marsupio legato al ventre, lo zainetto dietro. Sudo tanto, fa caldo ma lo considero come un abbraccio, il caldo abbraccio dell’india che ci ha accolti. Comincio ad aver sete.

Per caso finiamo sulle traversine del treno, dove passano lenti i tram blu. Il numero 29 mi riporta per un attimo a Milano. Cerchiamo di salire ma il conducente ci indirizza altrove: BBD Bagh, la nostra direzione, è un’altra. Prendiamo allora un bus, sempre alla modica cifra di 6 RS/ pax

Babu Ghat

Questo ghat ci mostra un altro scenario indiano molto vero dove sull’acqua, fra la gente che si lava, si affollano imbarcazioni di ogni tipo, per il trasporto di merci e persone.

Vi sono traghetti carichi di passeggeri, navi militari, barche. Alcune sono in secca, abbandonate.

Lavori in corso che trasformeranno le rive del fiume, chissà come e quando…

Sullo sfondo davanti a noi si staglia un grande ponte moderno che attraversa il Gange.

Dietro di noi i binari della ferrovia.

Ora che abbiamo sete non troviamo baretti né locali, presto ci adatteremo ai baracchini dove preparano il cibo di strada, freschissimo e buono. La gente ordina agli stall e consuma in piedi. Come noi prendiamo il caffè espresso al bar, qui ci abituiamo al chai, tè nero o con il latte.

Segue una lunga fila di edifici coloniali, alcuni palazzi sono sede dei ministeri, altre sono case private o negozi.

Su ampie piazze troneggiano statue e busti, a ricordo dei grandi del passato sotto il dominio inglese.

Tra rotatorie, spartitraffico e attraversamenti pericolosi, da brivido, troviamo il tourist office (TO) che organizza il city tour per l’ultimo giorno di viaggio, poi ci fermiamo in un localino dove servono ottimo cibo e ci rinfreschiamo con una bevanda gassata. La prossima tappa ci mette tanta curiosità, è la casa di Madre Teresa ma sta lontano da qui. La soluzione più comoda è un taxi, anche se costa molto, 200 RS prezzo fisso, equivale a ben 30 corse in bus ma sono soldi ben spesi. Procediamo nel folle traffico cittadino, spesso a passo d’uomo.

Mother’s House

Appena entriamo provo una sensazione di pace, la visita alla casa di Madre Teresa supera gli interessi religiosi.

Comprende gli spazi occupati da lei, dai suoi collaboratori e da chi oggi continua il suo lavoro.

Sono tante le memorie legate a un ricco percorso biografico, con immagini e ricordi della sua lunga vita.

E della sua morte: la stanza dove ha lasciato la vita terrena, la tomba ornata di fiori.

Fuori dalla casa troviamo negozi e laboratori artigiani: una panetteria accanto a una fabbrica di chitarre…

Carretti che vendono gelati. Su di noi bandiere con falce e martello, sono inquietanti, persino per me.

Siamo a metà pomeriggio e presto farà buio. Rientrando in hotel a piedi attraversiamo il quartiere musulmano.

A differenza di Mumbai e Delhi a Calcutta non vi sono vere baraccopoli, quelle aree che in inglese si chiamano slum, a meno della zona di Tangra. Il corrispondente mi ha sconsigliato la visita, da soli o in gruppo, specie se piccolo come il nostro. Il consiglio era di andarci con un indiano fidato. Eppure, per caso e con tutte le cautele del caso, ci siamo finiti dentro. Un mese dopo il rientro, cercando sul web dei riferimenti, pare che siamo passati proprio per Tangra, dove persone e animali convivono strettamente, in condizioni igieniche non buone.

Tocchiamo con mano una parte più sfortunata della società, un concentrato di “indianità” con situazioni di povertà ma non di miseria, né alcuna sensazione di pericolo o disagio.

All’altezza del New Market ci separiamo, io vado dal parrucchiere e gli altri subito in hotel, dove ci riuniamo meno di un’ora dopo. Con la testa fatta nuova entro a controllare un attimo la mail poi sono pronta, siamo pronti per partire. Ci vuole mezz’ora di taxi per arrivare alla stazione di Howrah St. Siamo in forte anticipo, acquistiamo frutta e snack per il viaggio.

Il corrispondente consiglia di non accettare cibo dagli altri passeggeri, poi ci aiuta a trovare le due carrozze diverse dove abbiamo le cuccette. Dobbiamo fare presto perché il treno è di passaggio in questa stazione e non si ferma a lungo, giusto il tempo per scaricare e caricare. Siamo due in seconda classe, due in terza, la prima era esaurita da tempo, a fine anno gli indiani si spostano in massa. Seconda classe significa avere una cuccetta chiusa e calda, terza classe significa tutto aperto (porta e finestrini), un freddo terribile, dormire è quasi impossibile per loro. Buona notte e buon viaggio!

PS – Alla fine non andiamo mica al cinema! Bollywood rulez, come direbbero i miei amici giovani: al mio terzo viaggio in India non sono ancora riuscita a vedere un film al cinema, ho visto solo le locandine coloratissime e il codazzo di spettatori all’esterno. Riproverò. E nemmeno siamo riusciti a vedere una partita di cricket, un’altra cosa very indian ma la nazionale indiana sta in Australia per un campionato. Inoltre saremmo stati impegnati da metà pomeriggio fino a sera. Le partite durano almeno 5h, più il tempo di entrare e uscire dallo stadio nella calca, troppo lungo!

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