Oggi facciamo un tuffo nel passato dove il tè è nato: partiamo dalla Cina.

È difficile stabilire una data d’inizio per la coltivazione e il consumo del tè, in quanto non ne abbiamo referenze storiche precise né testimonianze scritte sino all’avvento della dinastia Tang in Cina. La storia del tè potrebbe essere iniziata tra il 2700 a.C. e il 220 d.C. ma solo nell’ottavo secolo possiamo affermare che il tè fosse molto utilizzato dai cinesi, sottoposto a tassazione e descritto nei trattati del poeta Lu Yu (733 – 804).

Il suo Cha Jing (Il classico del tè) ne descrive in dettaglio la produzione: coltivazione, trasformazione, fermentazione, somministrazione e consumo. Da questo momento e sino ad oggi il tè è sempre stato una parte integrante della cultura cinese, nonostante numerose modifiche negli stili di vita e nelle tecniche produttive, che spesso erano impartite dalla dinastia dominante.

La valorizzazione del tè si deve proprio alla dinastia Tang (618-907 d.C.): essa per prima gli diede un forte impulso e ne considerò la preparazione e presentazione come una cerimonia e una forma d’arte, al pari della pittura, poesia, musica e arti marziali.

L’introduzione delle principali categorie di tè oggi conosciute – tè verdi, oolong e tè neri – si deve alla dinastia Ming (1368-1644 d.C.). A quel tempo però le preziose foglie avevano già varcato i confini cinesi per merito dei mercanti turchi (attraverso la Mongolia e il Tibet) e soprattutto dei monaci buddisti. Così come ciascuna delle religioni occidentali è legata a doppio filo ad una bevanda, anche il tè non avrebbe la straordinaria varietà che oggi riscontriamo se esso non fosse stato diffuso anche a fini religiosi.

Infatti nel Cristianesimo e nell’Ebraismo la letteratura e le cerimonie religiose citano molto spesso il vino, e la cultura protestante la birra; allo stesso modo il caffè è legato alla religione islamica e infine il è la bevanda che accompagna le meditazioni dei monaci buddisti. Il tè, infatti, fu portato in Giappone nel sesto secolo per essere coltivato proprio nei giardini dei monasteri.

ALCUNE LEGGENDE SUL TÈ NELLA STORIA

In Cina la scoperta delle virtù del tè viene attribuita al leggendario imperatore Shen Nung (2737-2697 a.C.), ritenuto il padre dell’agricoltura, l’inventore dell’aratro e promotore di molti miglioramenti nelle tecniche agricole e di allevamento. Molti aspetti della civilizzazione della Cina iniziarono proprio a quei tempi: secondo la leggenda, un giorno l’imperatore stava facendo bollire dell’acqua da bere ed una foglia di tè cadde nell’acqua accidentalmente da una vicina pianta. La bevanda ottenuta era così gradevole che Shen Nung la adottò come una pratica dell’erboristeria.

In Giappone la leggenda narra che il santo buddista Bodhidharma, dopo nove anni di meditazione, sia crollato in un momento di grande stanchezza e, al suo risveglio, abbia deciso di punire la propria debolezza strappandosi le ciglia dagli occhi e gettandole a terra, dove esse riuscirono a germinare. Si dice che da allora il tè abbia sempre soccorso i monaci, aiutandoli a rimanere svegli anche durante le meditazioni più impegnative.

Ancor oggi l’enorme diffusione e consumo del tè si possono attribuire almeno in parte a motivi pratici: il tè è tra le poche bevande (se non l’unica) molto buona sia calda sia fredda e, messo in infusione in acqua calda, rappresenta un modo ottimale per sanitizzarla e renderla gradevole.

ALCUNE CERIMONIE LEGATE AL TÈ

Il Giappone ha sublimato la cerimonia del tè nel Cha-no-yu ovvero la via del tè (letteralmente significa “acqua calda per il tè”), un rito rimasto pressoché intatto nei secoli, tra le manifestazioni che meglio rappresentano l’attaccamento alla tradizione giapponese e la forte commistione tra la cultura, la religione buddista e la filosofia zen. Essa fece la sua comparsa in Cina ad opera di monaci buddisti, e fu adattata alla filosofia zen nel dodicesimo secolo. A partire dal Quattrocento la cerimonia subì il maggiore impulso e fu estesa alle classi più elevate come potenti, artisti e poeti. Sen-no Rikyu (1521-1591) il “padre” del cha-no-yu vi applicò i quattro principi della filosofia zen, dando origine alla cerimonia nella forma in cui la conosciamo oggi.

Per avvicinarsi alla cerimonia del tè non vi sono regole precise, ma diverse occasioni si possono creare a tale scopo indipendentemente dai pasti principali. Collocata nel giardino del tè, luogo di isolamento dal mondo, il cha-no-yu in pratica si propone di purificare lo spirito arrivando alla comunione con la natura. L’importanza della cerimonia consiste nel bere il tè e nell’apprezzare tutto l’insieme, dal giardino (cha-shitsu) agli utensili usati, sino all’atmosfera di quieto riposo che consente ai partecipanti di entrare in un mondo austero per acquisire calma e serenità. La cerimonia si svolge in un locale collocato in un angolo del giardino del tè, costruito con materiali naturali come il legno e arredato sobriamente. La porta d’ingresso alla stanza è bassa affinché tutti i partecipanti si debbano inchinare: in passato i samurai dovevano deporre le armi al pari delle altre persone, oggi il cha-no-yu è ancora un modo per impartire alle giovani giapponesi una maggiore raffinatezza e compostezza.

In Russia non si può parlare del tè senza citare il samovar, una combinazione di bollitore e teiera curiosa e funzionale messa a punto dai mercanti che percorrevano le rotte carovaniere lungo la Via della seta e che avevano bisogno di rifocillarsi e dissetarsi nel lungo cammino tra deserti infuocati e gelidi altipiani. Per questo essi crearono il samovar, un cilindro metallico (in ottone, rame e persino in oro) che mantiene l’acqua calda grazie ad una camicia interna contenente dei carboni ardenti, mentre sulla sommità vi è la teiera vera e propria dove il tè (tscheïnik) si mantiene caldo e concentrato. Quando il tè è versato nelle tazze, si può allungare con l’acqua calda tramite appositi rubinetti. Ancor oggi in Afghanistan, Turkmenistan e altri Paesi situati lungo la Via della seta, esistono case del tè o tchaïkhana, luoghi di ritrovo dove si chiacchiera distesi su comodi divani, prelevando il tè dal samovar per sorseggiarlo in compagnia.

Nei Paesi arabi è tradizione consumare il tè alla menta sia in casa propria sia quando si è accolti in casa d’altri, accompagnato da dolci e pasticcini, perciò la cerimonia del tè è tuttora sinonimo di ospitalità ed accoglienza. Le foglie di tè verde sono versate in una teiera in metallo contenente acqua calda, insieme a molto zucchero e alle foglie di menta; il tutto è rimesso sul fuoco per riportarlo all’ebollizione. Dopo una breve infusione esso è versato in piccoli bicchieri di vetro con il gesto tradizionale di tenere la teiera molto in alto per ossigenare bene il tè rendendolo leggero e dissetante. A volte il tè è aromatizzato con semi di coriandolo, zenzero o altre spezie.

Utilizzare bicchieri piccoli consente al padrone di casa di offrire il tè più volte (almeno tre) e manifestare così amicizia ed intimità con i suoi ospiti. Anche se una buona tazzina di tè si può gustare in tutte le aree urbane, oggi il mantenimento della cerimonia è soprattutto appannaggio delle comunità beduine nelle quali il rito del tè accompagna gli spostamenti delle carovane e scandisce le pause nelle lunghe giornate nel deserto.

CURIOSITÀ: ORIGINE DELLA PAROLA “MANCIA”

L’uso di ringraziare una persona (fattorino, cameriere ecc.) per il servizio offerto tramite l’omaggio di una piccola somma di denaro esisteva già in epoca medievale. Le lingue moderne hanno dato a tale consuetudine nomi particolari che richiamano i loro usi e costumi, dove il denaro della mancia dovrebbe servire per bere, di solito, un bicchiere di tè o vino. L’elenco riportato di seguito è una breve carrellata di queste espressioni.

ItalianoMancia è la deformazione del termine francese “manches honnorables” le maniche d’onore cioè i manicotti che le ragazze benestanti appoggiavano sulle spalle dei cavalieri adocchiati prima dei tornei per farsi notare e invitare.

IngleseTip è l’acronimo di To Improve Promptness ovvero “per migliorare il servizio”.

FrancesePourboire, semplicemente “per bere”.

TedescoTrinkgeld, moneta o denaro per bere.

SpagnoloPropina, deriva dal verbo propinar che significa dare da bere, somministrare.

PortogheseGorjeta, in origine indicava una bevanda che bagna la gola, poi è diventato il denaro per comprare una bevanda.

RussoNatchaï, significa “per il tè”.

Arabobakshish, la mancia è una consuetudine alla quale si attengono sia gli abitanti sia i turisti in molti paesi di lingua araba. A me piace pensare che abbia a che fare con il termine bagigi che, in dialetto veneziano, indica le arachidi tostate. E con l’inglese peanuts, in senso traslato, per due spiccioli o qualcosa di piccolo valore.

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