Caserta oltre la reggia, la campagna oltre la città, le persone sopra tutto. Questo in estrema sintesi è stato il fine settimana con AITB trascorso a Caserta, con la scusa della nostra assemblea annuale. Ci siamo mossi muniti di mascherina e gel, pronti a brandire il certificato vaccinale prima di ogni visita, con il desiderio di stare di nuovo insieme dal vivo, in presenza, dopo un anno e mezzo di lontananza, restrizioni e sacrifici. Che per un viaggiatore non è poco.

Avevo molte aspettative sulla parte culturale del programma e sono felice di averle soddisfatte. Ma più di tutto sono felice di avere camminato qui coi miei amici blogger, alcuni con la famiglia e bimbi piccoli.

Il nostro trekking sensoriale è stata la sorpresa più bella ed è proprio da qui, in cammino, che voglio iniziare il racconto di #Aitbcaserta, in attesa di rivedere l’alto casertano in altre stagioni, con altri colori e profumi. 

SUL SENTIERO DEL CONCIATO ROMANO

Sabato mattina andiamo da Caserta a Villa Santa Croce in pulmino, lo lasciamo al parcheggio del cimitero. Vediamo edifici di varie epoche: poche pietre resti di un antico castello, vecchie case. C’è silenzio ma nessun segno di abbandono.

Una quercia gigantesca mi saluta, l’abbraccio anche se ci vorrebbero tre me per girarle attorno, è una bella sensazione e una pratica salutare.

Questo percorso è chiamato “Sentiero del conciato romano”, come tributo a uno dei formaggi più antichi e pregiati, pecorino di lunga preparazione con un grande impatto olfattivo e gustativo. Qui nell’entroterra di Caserta si può assaggiare direttamente dal produttore. Lo scopriremo alla fine del pranzo.

Facciamo un trekking non impegnativo ma assai suggestivo, diviso in due parti di circa 3 km ciascuna, con grande varietà di paesaggi e panorami.

Se vi dico i nomi di queste località dovete cercarli con la lente sulla cartina, vi si respira l’aria di una volta e fanno poche decine di abitanti per ciascuno. Villa Santa Croce, frazione di Piana di Monte Verna. Castel di Sasso.

DA VILLA SANTA CROCE A LA SBECCIATRICE

Camminiamo in fila indiana su un sentierino in discesa, dove bisogna fare attenzione per non scivolare sui sassolini. Farlo da soli è sconsigliato, mancano le frecce e i cartelli a cui io sono abituata, nelle mie montagne qui al nord. C’è solo una pietra pitturata all’inizio poi più nulla.

Nemmeno ci sono tracce umane (cartacce, rifiuti grandi e piccoli) e questo è un bene.

Sembra che nessuno sia passato di qua, in realtà l’uomo ha calpestato questa terra da tempo immemorabile, a cominciare dai primi abitanti di cui si abbia testimonianza, in epoca sannitica.

Quassù a quasi 600 metri slm, anche oggi la vita è più dura che in pianura, la terra fertile per cui Caserta è nota come Terra di Lavoro e sfruttata ai fini agricoli.

Siamo sui crinali di colline estese a perdita d’occhio. A nord verso i monti del Matese, dove ci sono le sorgenti del fiume Volturno che scende per ben 165 chilometri fino a sfociare non lontano da qui, a Castel Volturno.

A sud verso il mare dove si vede la punta del Vesuvio, ma non si vedono le isole di Ischia e Capri.

Il cielo è fosco e fa caldo, si sfiorano i 30 gradi, siamo a metà settembre e qui è ancora piena estate.

Siamo in ottime mani, Lino de la Sbecciatrice ci porta a scoprire l’alto casertano con i suoi paesaggi rurali e selvaggi, dove le colline sono arse dal sole e da cinque mesi non piove. Tra un paio d’ore ci fermeremo da lui ad assaggiare la merenda contadina, una sosta meritata.

Ognuno segue il suo passo e presto mi trovo in cima alla fila dei camminatori, con le due amiche blogger Monica e Sara, impegnate nelle chiacchiere mentre fanno da apripista, sempre seguendo le indicazioni di Lino.

L’erba non più verde sfuma tra giallo, arancione e marrone. In primavera invece c’è un tripudio di colori fra i fiori e appunto l’erba fresca, che possiamo solo immaginare.

Chiazze di arbusti bruciati davanti a noi ricordano la piaga degli incendi, triste appuntamento di ogni estate.

Sul fondovalle alberi coraggiosi cercano l’acqua nelle profondità del terreno, essi traggono facile nutrimento.

Se ci fosse l’erba verde quassù mi aspetterei la presenza di greggi. Un tempo c’erano, ne resta testimonianza nei muretti a secco, guarniti in cima da arbusti spinosi messi dai pastori per impedire agli animali di scavalcare. Fra questi muretti si distingue un altro piccolo grande monumento verde: l’albero di Giuda, Cercis siliquastrum in latino come Simonetta (che fa la prof) ci fa giustamente notare.

Non vediamo alcun tipo di bestiame al pascolo, solo giù a valle un moderno caseificio ci ricorda la mozzarella che, fra i prodotti agroalimentari, è il più famoso della Campania in generale e del Casertano in particolare. Le assaggiamo per tutto il fine settimana, a pranzo e a cena, sono una più buona dell’altra!!!

Non è facile è nutrire erbe e arbusti ma a questo provvede la ricchezza del terreno sciolto, quasi sabbioso, come Lino ci fa notare. Se non fosse che qualcuno si è messo di traverso, ha incendiato il terreno per boicottare le coltivazioni. Ora l’università è venuta in soccorso della ricca terra e degli agricoltori suoi custodi, con un programma di recupero, salvaguardia e valorizzazione delle risorse agricole che sta dando buoni risultati. Più avanti vedremo i campi sperimentali di ortaggi (pomodori) e legumi (ceci). 

Il finocchietto è ovunque, punteggia il paesaggio con il colore giallo e verde.

A sfiorarlo con le gambe l’aria si riempie del suo profumo inconfondibile, che sa tanto di sud Italia.

Lo accarezzo e annuso le mani poi passo in rassegna liquirizia, menta, maggiorana…

Mi piace ri-conoscere le piante spontanee in generale, le aromatiche in particolare.

Ci sono altre proposte di trekking dei nostri amici e custodi casertani, dedicate proprio al riconoscimento delle piante, soprattutto quelle commestibili. Alimurgia è il termine italiano, lo trovo bellissimo, ha cinque sillabe a-li-mur-gi-a con l’accento piano sulla I. Però lo troverete più facilmente indicato con il termine inglese foraging.

Altre camminate si svolgono con l’ausilio degli asini. Il trekking someggiato è abbastanza diffuso al nord ed effettuarlo qui, in questo mondo selvaggio, dev’essere super affascinante.

L’ultimo tratto prima della Sbecciatrice si svolge su una vecchia strada carrabile all’ombra di alberi, al fresco. Solo una foglia gialla a terra ci ricorda l’arrivo imminente della stagione autunnale. Infine vediamo i campi coltivati a pomodoro sopra la terra, a patate sotto. Ci fanno pure le sagre sulla patata!

Con le prime case del borgo e un’auto di passaggio sulla strada stretta, sappiamo che siamo arrivati. Sia qui sia alle Campestre, nostra meta finale, si può andare tranquillamente in macchina. Ma che bello è raggiungere una meta in cammino?

C’è ancora molto silenzio attorno a noi, eppure è un silenzio vivo, attivo. Non posso curiosare oltre le porte e le finestre, ma negli spazi aperti sì. Lo faccio all’entrata e all’uscita del borgo…

Ora è tempo di mettere fieno in cascina per chi ha gli animali. E di riempire la legnaia per l’inverno, con piccoli gesti attenti che permettono di sfruttare gli spazi al meglio. Chiedo il permesso di fotografare, in realtà vorrei aiutare l’uomo che sta svuotando il carretto dai pezzetti di legno già tagliati. Riconosco le latifoglie che ci sono anche da noi, come la quercia e la robinia.

Entriamo nella corte della casa colonica dove ci accoglie e una vecchia Fiat 126 rossa targata CE.

E a proposito di auto, passiamo nel piccolo androne che porta alla Sbecciatrice, con una Fiat 500.

Quanti automezzi iconici! E che belli i colori di questo murale!

Panchine e tavolino invitano al riposo ma noi… abbiamo fame!

La ristrutturazione è recente, frutto degli ultimi mesi di chiusura a fronte dei quali si è studiato un nuovo utilizzo di questi spazi per l’accoglienza.

Si sono mantenute le pareti in pietra (e questo non è banale, su da me sono stati fatti degli scempi per nasconderle!!).

Legno, vetro, metallo, tutto serve. Si sono riutilizzati vecchi attrezzi agricoli, alcuni come ornamento o suppellettili, altri in modo funzionale come lampade e sostegni. Il risultato è armonico e funzionale.

LA MERENDA CONTADINA DE LA SBECCIATRICE

Nel mezzo del cammino tra Villa Santa Croce e Castel di Sasso, veniamo accolti nella cosiddetta “Stalla di degustazione”, un nome che è tutto un programma, così come il nome dell’azienda, La sbecciatrice, è significativo.

L’attrezzo in oggetto tutto in legno, un tempo utilizzato per la mietitura, è messo in bella mostra di fronte a noi. Lino e Mimmo Barbiero sono i fratelli e padroni di casa, finalmente riuniti, resistenti in ogni senso.

Guardate cosa c’è scritto sulle loro magliette “Hasta siempre resistenza contadina”.

Ci spiegano i concetti alla base del loro lavoro, raccontano con passione questa bella avventura. Hanno alle spalle la famiglia, il paese dove sono nati, la scienza che li ha fatti crescere e la voglia di restare qui nella loro terra.

Il terreno fertile e l’aria buona che si respira qui non bastano per dare buoni frutti, l’abbiamo visto in cammino. Siamo in un luogo isolato dove la presenza dell’uomo è marginale, in passato doveva essere davvero difficile la vita in campagna. Ora la tecnologia dà una grossa mano a ridurre la fatica del lavoro nei campi. L’agricoltura di sussistenza è cosa del passato. La voglia di recuperare tradizioni antiche a rischio di estinzione, con lo sguardo sul futuro, ha preso il sopravvento. I risultati sono davanti ai nostri occhi, li tocchiamo con mano ascoltando Lino e Mimmo. E la loro storia continua. Hanno energia da vendere e accumulano l’energia del sole sui pannelli posti sul soffitto dell’edificio.

Hanno recuperato semi preziosi di ortaggi e legumi, lontani dalle logiche delle multinazionali. Seminati e cresciuti nel segno della biodiversità, anno dopo anno, ora essi sono diventati oggetto di studio da parte dell’università e materia prima per cuochi rinomati e chef stellati che vengono qui a rifornirsi dei prodotti dell’azienda agricola, a filiera chiusa e controllata. I fiori all’occhiello sono quattro, si possono consumare freschi come i pomodori o conservati:

  •  cece delle colline caiatine, prende il nome da Caiazzo dal colore chiaro, ricco di fibre e proprietà nutrizionali,
  •  fagiolo lenzariello, di colore bianco, prende il nome dalle lenze, i piccoli appezzamenti di terreno dov’era coltivato assieme al mais; ha la buccia sottile e per questo è particolarmente digeribile,
  •  oliva da mensa varietà caiazzana, presidio Slowfood, ricca, versatile, poco amara,
  •  pomodoro riccio, varietà locale antica dalla buccia sottile (requisito essenziale dei migliori pomodori da conserva) e polpa soda; è ricco di componenti antiossidanti come i polifenoli, resistente alle malattie e alla siccità.

A completare il quadro di questa produzione di eccellenza vi sono i prodotti vegetali trasformati:

  •  Pasta di grano duro senatore cappelli,
  •  Passata di pomodoro, legumi lessati,
  •  Confetture e creme vegetali.

Possono arrivare lontano, in tutto il mondo, grazie alle spedizioni organizzate dal km zero all’infinito.

Noi però siamo ancora qui alla Sbecciatrice, davanti a due tavole imbandite con i prodotti della “resistenza contadina”. Che dire, davanti a questo ben di dio si può solo assaggiare tutto, salato e dolce:

  •  Panzanella con pomodoro riccio,
  •  frittata di cipolle,
  •  crostata di frutta fatta con farina integrale di grano senatore cappelli,
  •  bruschetta con olio di produzione propria,
  •  confetture normali (albicocca, fico) e strane come piacciono a me (zucca arancia cannella zenzero, zucchina limone rosmarino).

Da bere, invece delle bevande sane e succhi, da brava veneta io cerco il vino. Arriva una caraffa di pallagrello bianco ed è subito amore, da apprezzare con sorsi leggeri. Se avessi l’auto con me la riempirei di damigiane da portare a casa. Sarà per un’altra volta!

DA LA SBECCIATRICE A CASTEL DI SASSO

In tarda mattinata ci rimettiamo felicemente in cammino, dai crinali delle montagne con vista sul Mar Tirreno passiamo a boschi, campi e vigneti, in direzione de Le Campestre.

Passa un gruppetto di ciclisti vestiti di tutto punto, sembrano professionisti. Questo sarebbe un paradiso per i biker ma non siamo ancora pronti, l’area è in graduale sviluppo e ci arriveremo in un prossimo futuro.

All’uscita dal borgo, con la mia consueta curiosità, sbircio all’ingresso di una casa.

Appena mi affaccio sull’uscio con fiducia i due anziani abitanti aprono la porta di casa, sorridono e a turno ci fanno entrare tutti, 20 e passa persone, adulti e bambini.

Scorrono parole affettuose fra di noi, perfetti sconosciuti.

Alziamo gli occhi e con sorpresa vediamo le trecce di pomodori, aglio, altre verdure appese a essiccare.

Questa sarabanda di colori ci fa solo immaginare quanta bontà e gusto ci sia dentro.

Peccato che non ci sia posto per dormire, che bello sarebbe. Ma ci stanno lavorando.

Quanta umanità, quanti sorrisi gratuiti! La campagna e la sua gente superano di gran lunga la città.

I gesti quotidiani scandiscono il ritmo delle giornate.

Mettere fieno in cascina e riempire la legnaia.

Essiccare gli ortaggi all’ombra del portico sotto casa. Guidare il trattore.

A una certa età rimanere qui vicino alla terra, curarla, custodirla conta più della proprietà, è un atto di fede.

I contadini sono “i custodi della terra”, animano il borgo sul crinale arso dalla siccità, dove l’estate non finirà a breve, e per lungo tempo ancora darà i suoi frutti.

Attraversiamo il borgo. Alla nostra destra stanno smontando le bancarelle del mercatino settimanale, le donne del gruppo brontolano, a saperlo prima potevano venire a fare shopping!

Una piccola scalinata dà accesso alla piccola chiesa del borgo, con l’immancabile targa ai caduti…

Un’immagine di Sant’Antonio…

Vicino c’è la pompa dell’acqua ora chiusa. Pensiamo a com’erano un tempo l’approvvigionamento idrico, l’elettricità, il riscaldamento i questi paesi. E non lamentiamoci delle bollette che paghiamo adesso!

Le caprette ci fanno ciao dalla loro piccola stalla. Tutto qui è piccolo e bello.

Il paesaggio si è fatto più morbido e verdeggiante, attorno a noi boschi e prati, vigneti. Mi trattengo dalla tentazione di assaggiare l’uva matura finora, al pensiero che sia stata trattata e possa avere del solfato.

La fotografo da tutte le prospettive e nei vari colori. bianca, nera, rosata. Sarà tutto pallagrello?

Il tronco di una ex palma mi ricorda che siamo al sud, la corteccia è tutta pungente e non l’abbraccio.

Accanto a un vecchio abbeveratoio passa un signore anziano sul trattore e si ferma a parlare, è zio Giovanni pronto a dispensare le sue pillole di saggezza. Che bellezza! Il gruppo ci parla mentre io sono distratta dall’uva.

Continuiamo in discesa, ecco il piccolo campo coltivato col famoso pomodoro riccio de la Sbecciatrice.

A settembre la stagione è alla fine, mancano le ultime raccolte che avvengono ogni 7 – 10 giorni.

Lino ci spiega tutto e ce li fa raccogliere, toccare, assaggiare. Che buoni!

Sono piccoli, forse anche per l’andamento della stagione 2021 particolarmente secca. Non usano acqua per irrigare i campi, la varietà riccia è particolarmente resistente e adatta per l’aridocoltura.

Appoggiamo i piedi sulla nuda terra, le crepe aperte sul terreno fanno impressione.

Un ulivo secolare mi chiama e accorro ad abbracciarlo. Ripeterò la pratica dell’abbraccio oggi e domani.

Salutiamo Lino che torna a casa, con un pizzico di malinconia, ma magari è solo un arrivederci.

Passiamo una buona mezz’ora a scendere una vecchia strada in disuso, dove la foresta ha preso il sopravvento. Ha seppellito l’asfalto e le tracce umane. Alla nostra sinistra ci sarebbe un torrentello ma è in secca pure quello. Passiamo tra i rovi pungenti, è tutto selvaggio e fa molto Indiana Jones.

Quando torniamo sulla strada principale, sempre poco frequentata, altri alberi e arbusti fanno capolino.

Un prugnolo da cui non attingo, un fico d’india, un fico nero a cui non so resistere. Quanta dolcezza in questo albero rustico e generoso!

Prendo anche un grappolo d’uva dolcissimo da una pianta di vite, avviluppata a un gelso.

La bachicoltura è finita, qui al sud come al nord, ed è un vero peccato. Spero che torni perché ha avuto un enorme valore, sociale ed economico, poi è stata dismessa sempre per ragioni economiche.

Ci sono ancora delle balle di fieno, fotogeniche e perfette per le foto sui social (ma non le ho mai postate).

Siamo in vista de le Campestre che si riconosce per l’orizzonte segnato dalla grande quercia…

E per la sagoma sullo sfondo, il borgo di Castel di Sasso, nomen omen.

Non lo raggiungiamo a piedi, mi spiace ma siamo davvero stanchi dopo quasi quattro ore di cammino.

In quest’ultimo tratto la strada è in salita.Mi chiedo come abbiano fatto le mamme blogger con bimbi piccoli al seguito. A tratti li hanno presi in braccio o spinti sul passeggino, hanno solo brontolato un poco. Bravissime loro, i bimbi, i papà, tutti insomma!!

LE CAMPESTRE AGRITURISMO E CUCINA CONTADINA

L’agriturismo Le Campestre è la culla del conciato romano “il pecorino più antico del mondo”.

Creato 25 anni fa dalla famiglia Lombardi è circondato da campi, boschi e un uliveto carico di frutti.

Casavecchia è il loro vino, sorge dal recupero di vecchie vigne e con quel nome racconta pure lui dove ci troviamo. Lo nomino subito perché ha il sapore antico delle buone cose. Rosso intenso, forte e avvolgente, non si può paragonare a un vino blasonato ma che buono! Lo troviamo sul nostro tavolo in bottiglioni che invitano all’assaggio. Da solo è buono, ma ho tanta sete che lo diluisco un poco in acqua, è la cosa più sacrilega per un bevitore ma mi auto assolvo e continuo ad apprezzarlo così.

Cosa vediamo? Cartelli e spiegazioni chiare inerenti questo posto: Le Campestre Agriturismo e cucina contadina. Il menu del giorno “O questo o niente”. Non chiedete di mangiare pesce quassù che non ce n’è. Non pensate di bere bevande gassate come la Coca Cola che per loro non c’è posto.

Cosa mangiamo? Il pranzo del contadino. Minestra di ceci, fagioli, castagne, guardate come si presenta bene.

Ho decorato la ciotola con il grappolo d’uva che prima avevo mangiato, con un ramo d’ulivo delle loro piante, e con… gli ossi delle olive (ehm) i resti della razzia che ho fatto da un’altra ciotola. Queste olive nere sono come le ciliegie, una tira l’altra!

Ci portano poi dei bei sacchettini con dentro due panini: uno al salame di cinghiale e uno con frittata al formaggio. La vera merenda contadina di chi andava a lavorare nei campi alle prime luci del sole e a metà mattina aveva fame. Ce li porta sulla testa mamma Dora Sorrentino, splendida, messi in una cesta come si faceva una volta.

Dovevamo pranzare fuori sotto la quercia come prevede il rituale dell’esperienza, cesta sulla testa compresa. Ma ieri la pioggia ha bagnato il terreno (bene no?), preferiamo stare dentro, e vedere la quercia dopo pranzo. 

Il gran finale è l’assaggio del conciato e fichi, dopo la dettagliata spiegazione storica e tecnologica su questo che è molto più di un formaggio. Manuel Lombardi ce lo fa conoscere e apprezzare prima dell’assaggio, è bravissimo e non mi sorprende che abbia delle cariche importanti in seno a Coldiretti e alle associazioni agrituristiche campane. La frontiera del futuro è fare rete per costruire un gruppo di imprenditori agricoli capaci, in grado di lavorare insieme e proporre lontano il meglio della “Campania Felix”.

La concia con olio aceto e peperoncino, la maturazione in piccole anfore di terracotta, da rigirare per ben sei mesi a intervalli regolari. Quanta passione necessita questa lavorazione? Non mi sorprendo che la sua rinascita sia avvenuta proprio qui, ad opera di queste belle persone caparbie e innamorate della loro terra.

Si ama o si odia, ha un profumo penetrante quasi acre e si assaggia a pezzettini, infilzato in fuscelle di vimini.

Abbinato ai fichi neri appena colti è strepitoso, ancor meglio assaggiando l’infuso di basilico limone verdissimo, profumatissimo. Fatto in casa pure lui.

La cucina contadina è fatta di piatti genuini con prodotti locali di qualità. Dismessi i panni di cucina povera, oggi ha attenzioni pari alle proposte gourmet dei cuochi stellati. Ed esce dai confini nazionali per arrivare oltreoceano dove tanti italiani sono andati a vivere, portando il meglio del Made in Italy inclusa la buona cucina.

Il libro degli ospiti di Le Campestre include una lunga serie di VIP, l’elenco delle interviste in TV è altrettanto ricco. Non si tratta di forma ma di tanta sostanza che rende onore al lavoro pluridecennale della famiglia Lombardi e ai loro sacrifici. Le Campestre è stato creato negli anni Ottanta, al ritorno da 10 anni di lavoro in Belgio. Sono andati su in auto, con tutte le cose appresso come si faceva una volta. Non sanno (non abbiamo avuto tempo di parlarne) che su Gamberetta rossa si parla anche di “andata e ritorno” e di storie di successo, come la loro, degli emigrati italiani. Dovrei fargli qualche domanda. Oppure torno giù.

Ho detto tutto? No, manca la quercia! Dopo pranzo fare due passi sul prato ci fa bene e abbracciare questo grande albero, ancora una volta, mi fa felice.

Post scriptum e dedica

Caserta è stata una scoperta per me e gli amici travelblogger, vicini e lontani, con cui si è creata la magia di questo piccolo grande viaggio, una convergenza fortunata, costruita nel ricordo dell’amica e collega Valeria d’Esposito. Tutto questo è iniziato per lei e con lei, anche se non in sua presenza. Valeria viveva a Caserta ed era una splendida donna innamorata della sua città. Lo scorso lunedì 8 marzo è morta di Covid a soli 49 anni. L’ho nominata poco durante il fine settimana e ogni volta mi sono commossa. Ci manca tanto ma in questi giorni era con noi.

Post in collaborazione con i partner del progetto:

Reggia.it by reggiatravel

https://www.reggia.it/dettaglio-esperienza/i-sentieri-del-conciato-romano-71.html

Cas’è Charming House Caserta   https://www.casecharminghouse.com/contatti/

Inoltre vi consiglio di leggere...

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. Required fields are marked *