Sono appena tornata da una gita in barca e bicicletta, in luoghi magici e sconosciuti vicino a casa. Sono felice perché invece di stancarmi ne sono uscita carica e pronta per rimettermi in sella, dove e quando volete. Ringrazio William Nordio di Slow Bike and Food che mi ha invitato ad unirmi al suo gruppo all’inizio della stagione, lui è la guida che alla fine del 2014 portò una dozzina di blogger agitati a pedalare nella bassa padovana. William è una persona molto competente e rigorosa ma anche umanissima e attenta, non fa mancare nulla in termini di sicurezza e serenità (non corre, non sottovaluta orari e condizioni della gita ecc.), dà tutte le spiegazioni utili ad arricchire il viaggio e a informare i suoi ospiti. Ringrazio anche Bragozzi Ulisse di Chioggia che, come un anno fa in un instameet con 80 persone, ci ha fatto salire sul suo rosso bragozzo per traghettarci da Chioggia a Ca’ Roman. Slow bike ha in programma per tutta la stagione uscite settimanali, uscite serali, percorsi sensoriali, eventi come il Redentore, sempre visti dal loro speciale punto di vista lento e pulito sul Veneto, la nostra regione. Eccovi il racconto del mio sabato partito da Chioggia, la piccola Venezia fatta di terra e acqua.

Raggiungo il gruppo alla torre di Sant’Andrea ma non salgo perché l’ho già visitata durante il suddetto instameet. Corso del Popolo brulica di vita, in settimana e nel week end, come e più di un capoluogo. Ho mezz’ora per bere un caffè e chiacchierare con William e il socio, mentre il gruppo è in cima alla torre per vedere dall’alto Chioggia e la laguna, antichi orologi, stampe che raccontano la storia della città. Quando siamo tutti riuniti camminiamo fino in fondo a corso del Popolo, saliamo sul bragozzo e dopo un quarto d’ora sbarchiamo nell’oasi di Ca’ Roman gestita dalla LIPU. Io andavo alle loro conferenze al liceo, più di trent’anni fa, quando la difesa degli ecosistemi era un’esigenza sentita dalla gente ma ancora poco soddisfatta dalle istituzioni. Oggi ne siamo tutti consapevoli dopo lo scempio prodotto dall’uomo per favorire le attività economiche, abbiamo fatto passi avanti e passi indietro, abbiamo di fronte sfide nuove e “globali” di cui siamo consapevoli perché crediamo di essere informati sempre su ciò che succede nel mondo. Io non ne sono così convinta, mi fido di alcune fonti ma sono abbastanza scettica su ciò che dicono i media mainstream. Il tempo incerto non ci ferma, anzi rende merito al coraggio di una ventina di ospiti arrivati dal Veneto e dalla Lombardia. William ci ferma nel gazebo di legno collocato all’ingresso per illustrarci questo luogo poi abbiamo un’ora e mezza libera per passeggiare e pranzare al sacco. Le mie prime immagini sono fosche e piatte ma poi vedrete che giochi di luce si ottengono al pomeriggio, quando il vento da ovest ci porta nuvoloni scuri carichi di pioggia…

Ci sono due percorsi paralleli per arrivare in fondo a questa striscia di terra, seguiamo a zigzag la linea della spiaggia e il sentiero curato dalla LIPU con ottimi pannelli esplicativi. Qui vivono o passano quasi 200 specie avicole stanziali e migratorie (tra cui martin pescatore, succiacapre e fraticello), si incontrano fasce di vegetazione di almeno tre tipi (arborea, arbustiva e le fortissime piante erbacee che lambiscono la spiaggia). Gabbiani enormi ci osservano dalle dune, due lepri scappano nella loro tana al nostro arrivo, odori dell’infanzia mi entrano nelle narici e mi riempiono di gioia. Pare ci sia aria buona qui, c’era un sanatorio e una colonia femminile gestita dalle suore.

Poi quando esse sono andate in terraferma hanno venduto la loro enorme struttura a una società finanziaria con grosse ambizioni, che per fortuna si è incagliata tra la bolla immobiliare e la grande crisi del 2008. Del resort che avevano progettato non si è fatto nulla, una buona notizia se non fosse che della struttura si sono impadroniti vandali e giovinastri. Nel 2014 è stata parzialmente distrutta da un incendio, probabilmente doloso che oggi ha lasciato in balia della vegetazione una chiesa, stanze e bagni saccheggiati con mobili rotti sparsi a terra, moncherini delle casette in legno e ruderi fatiscenti. Un luogo pieno di vita oggi giace abbandonato al proprio destino, in attesa di una destinazione d’uso che tutti vorrebbero ma nessuno mette in pratica. Mentre scatto tante foto mi batte il cuore, sia per l’emozione sia per la paura che i soffitti ammuffiti mi crollino sulla testa, con il gocciolare dell’acqua inquietante sul pavimento pieno di pozzanghere. Tic – tac. Tic – tac. Un orologio che segna un destino in apparenza inesorabile. Amo i luoghi abbandonati comunque, ci tornerei anche domani per continuare la mia esplorazione. L’abbandono si percepisce anche nei bunker in cemento, ricordo dell’ultimo conflitto mondiale. Nella mia follia mi piacerebbe vederli ripuliti e colorati da un bravo writer, possibile che nessuno ci abbia ancora pensato?

Eccovi invece le immagini della spiaggia, molto bella nella sua naturale trascuratezza imposta dalle leggi di tutela dell’oasi. Le periodiche operazioni di pulizia prevedono l’asportazione manuale solo delle spazzature e oggetti portati dalla risacca o lasciati qui dall’uomo, mentre tutti i resti naturali (animali, vegetali, minerali) restano qui. Un’altra forma spettrale è data dai numerosi tronchi d’albero, nulla a che vedere con gli edifici che ho descritto poc’anzi, su cui stormi di gabbiani reali si muovono in cerca di cibo. Mi piacerebbe vedere la spiaggia in alta stagione per sapere se è affollata, chi viene qui.

Alle ore 13 prendo la bici che mi hanno consegnato, la numero 13 (il mio numero) piazzo lo zainetto sul cestino e inizio a pedalare. Abbiamo davanti tredici chilometri in direzione nord di cui due sui murazzi e undici su Pellestrina. Non so davvero come descrivere questo luogo che pedalando vedo come in un film, immagini che mi scorrono davanti e non ho tempo per fermarle. Vorrei entrare nelle case e nelle bellissime chiese, alcune enormi nonostante l’esiguo spazio disponibile. Vorrei salire sulle barche dei pescatori che si dondolano placide sull’acqua calma, la quiete prima della tempesta.

Vorrei salutare i pellestrinotti che probabilmente condividono con me un po’ del sangue di famiglia. Sei di Pellestrina? Quante volte me l’avete chiesto. Nonno Piero il nonno paterno era del sestiere di Castello a Venezia. Zennaro è assieme a Busetto Scarpa Vianello uno dei quattro cognomi pellestrinotti che prestano il nome ai sestieri. Busetti. Scarpa. Vianelli. Zennari. Che impressione mi fa leggere il mio nome stampato tante volte alle pareti. Che voglia avrei di fermarmi da Celeste a mangiare pesce, l’inconfondibile approdo della gastronomia di lusso con la porta costellata di vetrofanie rosse. Mi raccomando, il colore rosso è importante!

Pellestrina è una piccola Venezia con poche auto, tante bici, un’ospitalità diffusa fatta di appartamenti, bar, trattorie. La parlata che percepisco assomiglia al chioggiotto ma non riesco a parlare con nessuno. Il tempo si fa sempre più grigio e i ristoranti sono vuoti. Io non capisco i gitanti della domenica (o del sabato nel nostro caso), vedono poco sole, vedono il meteo e stanno a casa. A nostro vantaggio: siamo solo noi o quasi, ma i ristoranti sono vuoti e questo non è bello.

Che goduria i 26 chilometri percorsi in bici dai murazzi di Ca’ Roman alla pista ciclabile, al centro storico di questa lunga stretta fascia di terra e sabbia. Su su fino a San Pietro in Volta e all’imbarcadero dei traghetti per il Lido. Facciamo una breve pausa – caffè che per me è pausa – spritz bianco, acqua minerale e vino, dissetante e sano. E una pausa più lunga in spiaggia, di una bellezza incredibile, con il vento da ovest che si alza sempre più forte e minaccioso. In fondo alla diga il senso di infinito è totale, aria e acqua mi circondano e sono finalmente in pace. Pure a Pellestrina vediamo luoghi abbandonati oltre alle case con i classici cartelli vendesi – affittasi, però che ci siano cantieri navali, centri di ricerca ed altri edifici pubblici in pessimo stato e con poco futuro non mi fa sperare per il meglio.

Leggete la storia dell’isola che non ho voluto riportare qui, cercate le merlettaie e i pescatori, fatevi raccontare come vivono, cosa sognano. Oppure aspettatemi al prossimo giro in bicicletta. Ci sarà il sole? Noi non ci scaldiamo mica al sole, ma anzi alla fine del tour godiamo delle luci spettrali sempre più scure che ci seguono fino allo sbarco a Chioggia, dove eravamo partiti, qui inizia a piovere a dirotto. Alla fine della gita, e in attesa della prossima uscita.

Post in collaborazione con

http://www.slowbikefood.com/

http://www.giteinlaguna.com/

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